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2004: Anno mondiale contro la schiavitù

Gaspar Yanga, il primo schiavo africano che liberò i suoi compagni

Nel 1570 cominciò in Messico una vicenda di cui i nostri libri di storia non hanno mai parlato. Eppure è l’avventura vittoriosa di un gruppo di schiavi che si liberò e fondò una comunità autonoma. Una storia cominciata con le armi e finita con un accordo di pace.
6 luglio 2004 - Daniele Marescotti

Statua rappresentante Gaspar Yanga

L’Onu ha dichiarato il 2004 “Anno mondiale contro la schiavitù” (1). A tal proposito l’agenzia stampa Misna riporta che “tra il XVI e il XIX secolo si stima che 15 milioni di africani, provenienti da diverse comunità etniche del Gabon, Ghana, Togo, Costa d’Avorio, Benin e Nigeria furono catturati come animali selvatici e imbarcati principalmente verso le isole caraibiche e da lì deportati in America settentrionale e meridionale”.

Ribellarsi al proprio padrone, uscire dalla propria condizione di sottomissione, per uno schiavo è stato ed è ancora tutt’altro che facile. Eppure è avvenuto. Molti forse conoscono la storia di Spartaco e della rivolta dei gladiatori dell’antica Roma. Rivolta che tuttavia, nonostante il coraggio, finì male. Pochi invece conoscono la storia di Gaspar Yanga, uno schiavo del Gabon che si liberò con i suoi compagni. Di fronte alla novità storica della vicenda di Gaspar Yanga, abbiamo deciso di saperne di più e di approfondirla. Scandagliando Internet siamo ora in grado di offrire delle informazioni inedite per il panorama editoriale italiano (2). La storia qui tradotta è una straordinaria testimonianza che da ora in poi dovrebbe entrare nei libri di storia delle nostre scuole.

La ribellione del 1570

La più memorabile delle numerose colonie afro-americane di colore nella zona fu quella fondata, dopo una sanguinosa ribellione degli schiavi, nei campi di canna da zucchero nel 1570. Il leader dei ribelli, Gaspar Yanga, era uno schiavo della nazione africana del Gabon, e si diceva che provenisse dalla famiglia reale. Yanga condusse il suo gruppo di ribelli fra le montagne, dove trovò un luogo sufficientemente inaccessibile per stabilirsi e creare la sua piccola cittadina di più di 500 persone. I seguaci di Yanga si assicurarono provviste per mezzo di assalti alle carovane spagnole che portavano le merci dalle regioni montuose a Veracruz. Furono stabilite relazioni con gli altri abitanti della zona, schiavi fuggiti e indiani. Per più di trent’anni Yanga e il suo gruppo vissero liberi mentre la sua comunità cresceva di dimensione.

“Schiacciatelo!”

Uno studio spagnolo della situazione concluse che Gaspar Yanga doveva essere schiacciato. Con quell’obiettivo in mente, una brigata militare reale spagnola lasciò la città di Puebla nel gennaio del 1609. Essa non riuscì nel suo intento. Prima della sua morte, Yanga ottenne un trattato con gli spagnoli che garantiva la libertà ai suoi successori e decretava la loro “città libera”. Cinquant’anni dopo l’indipendenza messicana, Yanga fu trasformato in un eroe nazionale del Messico grazie al lavoro diligente del nipote di Vicente Guerrero, Vicente Riva Palacio.

Riva Palacio, lo storico

L’energico Riva Palacio, nella sua lunga vita, fu uno storico, uno scrittore di novelle e storie brevi, generale militare e sindaco di Città del Messico. Nel tardo 1860 reperì dai vecchi archivi dell’Inquisizione informazioni su Yanga e sulla spedizione contro di lui. A seguito della sua ricerca, il nipote del primo “Presidente Nero” portò la storia al pubblico con un’antologia nel 1870 e un opuscolo nel 1873. Seguirono varie ristampe, inclusa una recente edizione del 1997. Altri hanno scritto di Yanga, ma nessuno ha uguagliato il talento di Riva Palacio nel comunicare l’immagine del fiero fuggitivo che non voleva essere sconfitto. Riva Palacio narra che Yanga era ormai anziano nel 1609 e “il venerabile vecchio” aveva affidato la sua protezione a un’organizzazione militare, guidata dall’angolano Francisco De La Matosa.

Vecchi moschetti, pietre, frecce e bastoni

Una volta ricevuta la notizia che la spedizione spagnola aveva lasciato Puebla, Yanga fece radunare i soldati del generale la Matosa per la difesa. Il generale fece indossare vestiti e accessori militari a un comandante, nella speranza di instillare un decoro militare nelle truppe che avevano scarso armamento e nulla dal punto di vista di un’uniforme militare. Il loro combattimento fu costituito da assalti di guerriglia. I gruppi di colore si muovevano rapidamente nell’ombra guidati da La Matosa, aiutato da Nanga, il figlio di Yanga, che disponeva solo di un centinaio di combattenti con armi da fuoco, tra le quali perfino vecchi moschetti sottratti ai conquistadores. Altri quattrocento uomini erano preparati a combattere con pietre, bastoni, accette, archi e frecce. Tra le loro montagne marciò una brigata spagnola messa insieme alla meglio, composta da 550 uomini. C’erano cento soldati scelti delle truppe spagnole, ma il resto era un misto di avventurieri che volevano far bottino e messicani arruolati, oltre a indiani e “mulatti”, alcuni dei quali armati anche con lance e frecce.
Yanga era tentato di fare ritorno nelle regioni selvagge dell’interno, senza dubbio. Era il 1609. Nei 39 anni che egli aveva vissuto fra le montagne aveva preso dimestichezza con le piste tra le gole, le cascate alte 200 piedi e le foreste di 250 piedi ricoperte di alberi, piante rampicanti e felci. Ma avrebbe dovuto fuggire? Il “venerabile vecchio” si era già spostato molte volte, cercando di creare una comunità in grado di coltivare la terra e allevare il bestiame. Il gruppo includeva sempre più bambini e anziani. Yanga “giocò d’azzardo” per fronteggiare il nemico. I verbali che Riva Palacio trovò negli archivi dell’Inquisizione lo indussero a concludere che Yanga aveva già deciso a priori di riunire La Matosa e suo figlio con le truppe, in modo da fare uno sfoggio di forza che sperava avrebbe influenzato a tal punto gli spagnoli da indurli a negoziare per la pace.

Le proposte di Yanga

Le condizioni? Forse gli spagnoli sarebbero stati interessati a garantire un tipo di trattato di pace simile a quello che aveva posto fine alle ostilità con molti gruppi indigeni in Messico, cioè, l’assegnazione di una zona riservata alla popolazione nera in cui ci sarebbe stato un governo autonomo negli affari interni, ma dal quale sarebbero venuti tributi per il re di Spagna e fedeltà alla Corona in caso di attacco straniero. Ad ogni modo c’era una significativa differenza tra la situazione indiana e quella afromessicana. A causa della schiavitù inflitta ai neri, ogni territorio autonomo si sarebbe presto riempito di africani fuggiti dalla prigionia. Yanga offrì una risposta a questa preoccupazione dei padroni di schiavi. Egli promise il ritorno di tutti i nuovi schiavi che avrebbero cercato asilo nel suo territorio libero. Nei primi di febbraio la notizia che la brigata di guerra spagnola era vicina raggiunse l’insediamento di Yanga. Yanga inviò al nemico un prigioniero spagnolo, che portava un messaggio con l’accordo. Il messaggio includeva anche insulti gratuiti alla Corona e l’ammonimento che sfidare Yanga e i suoi sarebbe costato molto.

Lo scontro

L’accordo non era disponibile, e uno scontro feroce fu combattuto sul pendio vicino all’insediamento, con pesanti perdite da entrambe le parti. I neri si ritirarono al loro insediamento, ma le truppe reali entrarono e lo bruciarono. La prospettiva di inseguire i neri ulteriormente fra le montagne non era comunque invitante per la brigata di guerra spagnola. Fu quindi inviato un sacerdote a scovare Yanga, con la speranza di convincerlo che la causa era persa.

L’accordo del 1609

Yanga ripeté le sue condizioni: per ottenere una terra coltivabile e il diritto di autogoverno, Yanga offriva che lui e i suoi avrebbero restituito alle autorità della Corona tutti gli schiavi che, in futuro, sarebbero fuggiti per cercare un rifugio per neri. Oltre alla loro città, i ribelli volevano che fosse messo per iscritto che tutti gli schiavi che erano fuggiti prima del 1608 sarebbero stati liberi e che solo i frati francescani avrebbero assistito il loro popolo; inoltre Yanga sarebbe stato il loro governatore e la successione sarebbe andata ai suoi discendenti. A dispetto dell’opposizione dei proprietari di schiavi delle piantagioni di zucchero, la Corona nel 1609 acconsentì alle richieste di Yanga.

I bianchi furibondi

Riva Palacio aveva intitolato il suo resoconto su Yanga “I trentatrè negri”. Essi non erano del gruppo di Yanga. Il loro destino fu l’orribile evidenza dell’impatto a lungo termine delle imprese di Yanga sulla psiche del Messico dei “bianchi”, e quindi sulla storia della lunga permanenza in Messico dei dominatori spagnoli. Riva Palacio spiega che la notizia dell’accordo con Yanga venne accolta con grande allarme e timore fra gli spagnoli residenti a Città del Messico. I proprietari di schiavi in città erano furibondi e domandavano assicurazioni che non ci sarebbe stato nuovamente un tale lassismo sulla legislazione della proprietà privata come era appena successo con Yanga. Le voci di neri che tramavano con Yanga per ulteriori benefici abbondavano. “E’ vero che lungo la strada da Veracruz a Città del Messico c’è un accampamento di migliaia di neri?” Questa era la domanda ricorrente. La liberà data alla banda sulle montagne di Veracruz non li avrebbe incoraggiati a cercare di liberare tutti i neri? Non era un mulatto di Veracruz ad essere stato visto mentre parlava sottovoce in atteggiamento sospettoso con i neri del posto? Non sembra che i neri locali siano pieni di risentimento, da quando si è diffusa la storia di Yanga? I neri, non sono pronti a sollevarsi e uccidere tutti, specialmente noi? Queste erano le domande che si ponevano gli spagnoli.

La Pasqua di sangue del 1612

Le dicerie raggiunsero il picco nella settimana di Pasqua del 1612. Le autorità annullarono tutte le celebrazioni per paura che il corteo venisse strumentalizzato dagli afromessicani della città per scatenare una rivolta. Alla mezzanotte di Pasqua un macellaio stava facendo sfoggio di un carico di maiali e qualcosa mise in agitazione i maiali. Essi emisero un orribile grugnito. Le imposte si spalancarono. Furono uditi spari. Si presunse che neri e mulatti si stessero rivoltando. A mezzogiorno 33 neri (29 uomini e quattro donne) furono radunati per l’esecuzione, e mentre erano schierati alla forca di fronte alle autorità del governo essi furono percossi da una banda di ubriachi. L’impiccagione di massa non soddisfò la folla, che fece a pezzi i corpi e mise le teste e altri parti dei corpi su aste che furono lasciate esposte per un tempo considerevole, fino a che le autorità decisero che il fetore era troppo forte e le parti furono seppellite. “Così fu spento il rumore della cospirazione nell’anno 1612”, scrive Riva Palacio.

Dalla montagna a San Lorenzo de los Negros

La città di Yanga sopravvisse. I neri si stabilirono definitivamente e ufficialmente sulle alture del Monte Totutla nel 1630. La comunità dei neri liberi fu trasferita poi verso terre coltivabili migliori, in pianura. I seguaci di Yanga avevano chiesto una migliore collocazione, e il viceré fu d’accordo, avendo concluso che preferiva che i seguaci di Yanga vivessero vicino alla sua base militare costruita da poco, piuttosto che sulle montagne. La base militare divenne l’attuale grande città di Cordova. La città di Yanga, poi conosciuta come San Lorenzo de los Negros, contava 719 abitanti al tempo dell’indipendenza messicana. Oggi è una città di più di 20 mila persone, con la maggioranza proveniente dalle montagne, rispetto agli afro-messicani dalla regione. Tuttavia, dal 1986 la città ha celebrato in agosto il suo fondatore in una festa annuale detta “Festival della Negritudine”.

Note:

(1) Per la precisione “Anno di commemorazione della Lotta contro la Schiavitù e della sua Abolizione”
(2) La storia di Yanga è in lingua inglese su http://members.aol.com/_ht_a/fsln/yanga.htm ed è stata qui in buona parte tradotta e rielaborata. La traduzione di Daniele Marescotti, con la supervisione di Simona Riva. Il sito in lingua inglese è stato realizzato da Teo Vincent.

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