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Gli intellettuali e la guerra

I filosofi idealisti e il concetto di pace

Un breve ricerca sul concetto di pace fra gli idealisti tedeschi Fichte, Schelling ed Hegel confrontati con l'Illuminismo e Kant.
16 novembre 2004 - Daniele Marescotti

In Fichte si può arrivare alla pace attraverso l’autarchia. Lo Stato deve organizzarsi come un tutto chiuso, senza contatti con l’estero. Come si legge sul testo di Nicola Abbagnano e Giovanni Fornero “Itinerari di Filosofia, dall’Illuminismo ad Hegel”, questa autarchia, che abolisce ogni contatto dei cittadini con l’estero (ad eccezione degli uomini di cultura) consente di evitare, secondo Fiche, gli scontri fra gli stati che nascono sempre da contrapposti interessi commerciali.
Come si può notare Fichte ritiene che la pace si possa ottenere con il sistema esattamente opposto rispetto a quello proposto dagli illuministi, i quali invece pensavano di ottenere la pace con l’apertura degli scambi commerciali internazionali. La guerra infatti, sempre secondo gli illuministi, avrebbe danneggiato il profitto economico derivante dagli scambi fra le economie delle nazioni.
Fiche, che scrisse i “Discorsi alla nazione tedesca”, propone quindi un’identità fra autarchia e pace.

Si distingue inoltre da Kant per il quale invece la pace non scaturisce da un interesse economico ma deve essere garantita da un organismo sovrannazionale. Il filosofo tedesco anticipa così l’idea dell’ONU.

In Schelling sembra esserci un punto di contatto con Kant poiché vede nella realizzazione di una federazione planetaria il fine ultimo della storia. Tale federazione sarebbe in grado di garantire la pace per l’umanità. Tuttavia a differenza di Kant, Schelling attribuisce alla pace una rivelazione sotto forma di provvidenza mentre in Kant assume le caratteristiche del “dover essere”, frutto di un progetto intenzionale curato interamente dall’uomo.

In Hegel, infine, il concetto di pace non è presente in quanto vi è la giustificazione della guerra.
Egli non crede al progetto sovrannazionale di Kant. Scrivono Abbagnano e Fornero: “Soffermandosi specificamente sul diritto esterno dello Stato e sulla storia del mondo, Hegel dichiara che non esiste un organismo superiore in grado di regolare i rapporti interstatali e di risolvere i loro conflitti. In altri termini, non esiste alcun giudice o pretore che possa esaminare le pretese degli stati. Il solo giudice o arbitro è lo spirito universale, cioè la storia, la quale ha come suo momento strutturale la guerra. Muovendosi in un orizzonte di pensiero completamente diverso dal cosmopolitismo pacifista e illuminista di Kant, Hegel attribuisce alla guerra non solo un carattere di necessità e di inevitabilità (allorquando non vi siano le condizioni per un accomodamento delle controversie fra Stati), ma anche un alto valore morale. Infatti, sostiene il filosofo tedesco con un paragone famoso, come “il movimento dei venti preserva il mare dalla putredine, nella quale sarebbe ridotto da una quiete durevole”, così la guerra preserva i popoli dalla fossilizzazione alla quale li ridurrebbe una pace durevole e perfetta”.
Questi concetti sono espressi da Hegel nella sua opera “Lineamenti di filosofia del diritto” e si trovano nei paragrafi 324 e 333.

Note:

Per approfondimenti
Nicola Abbagnano e Giovanni Fornero, "Itinerari di filosofia. Dall'Illuminismo a Hegel", Paravia, Torino, 2003

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