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Fw: [Lettere.da.bagdad] articolo di mario




----- Original Message -----
From: <squilibrato2@inwind.it>
To: "lettere.da.bagdad" <lettere.da.bagdad@epicuriosi.org>
Sent: Sunday, March 16, 2003 6:11 PM
Subject: [Lettere.da.bagdad] articolo di mario


vi invio l'articolo fatto da mario, mio compagno di sventura apparso sul
corriere
ciao
alfredo



Rodrigo, fotomodello argentino che vive a Milano, è ancora lì. E' l'ultimo
arrivato nella casa dentro la raffineria a sud di Bagdad e ora fa compagnia
ad Alfredo, un viaggiatore bergamasco che era in vacanza in Giordania quando
ha deciso di diventare scudo umano. Forse per la prima volta centinaia di
persone comuni lasciano i figli, il lavoro, l'affitto che corre e si
spostano là dove le bombe dovrebbero cadere. Convinti che così si possa
fermare una guerra annunciata. E' questo lo scopo di «Human shields», nome
collettivo che indica tutti gli individui, diversi per età, provenienza,
motivazioni e sensibilità, passati per Bagdad. Alcuni di loro non si sono
nemmeno conosciuti, non si sono mai incrociati per le strade della capitale
dell'Iraq, eppure sono tutti Human shields, chi è rimasto laggiù un mese
come chi è appena arrivato. Qui c'è la loro storia. O almeno, una delle
tante possibili da raccontare dopo aver vissuto quattro settimane in mezzo a
loro.
6 FEBBRAIO
Mille dubbi sulla strada verso Bagdad
La sala conferenze di Istanbul è piena di troupe e taccuini. I giornalisti
vogliono parlare con gli scudi umani. Ascolto domande e risposte e intanto
mi chiedo se ci sia più coraggio nel cuore di quel presidente che sceglie di
dichiarare una guerra o in quello di Roberta, la nonna canadese che ai
microfoni delle tv sta dicendo: «Noi siamo le famiglie del mondo e tutte
insieme possiamo fermare il conflitto». Dubbi e incertezze, del resto, sono
i compagni di viaggio delle prime quattordici persone partite sotto le
insegne di Human shields. Pacifisti che potrebbero trovarsi a recitare un
ruolo in una guerra.

10 FEBBRAIO
Al confine con l'Iraq
Sulla jeep, correndo verso dove finisce la Siria, si ascolta Franco
Battiato. E non si parla quasi più mentre si avvicina il confine con l'Iraq.
Lo specchietto inquadra i fari delle nostre auto in colonna, pastori beduini
e greggi di pecore che sanno brucare il deserto. Dopo 9 giorni di viaggio
siamo a 600 chilometri da Bagdad: raggiungerla in macchina dall'Italia è
stato come vivere in un documentario. Il rettilineo finale è in apnea: là in
fondo sapremo che cosa siamo venuti a fare davvero. Che cosa ci aspetta in
questo Paese che viene descritto come ostile, difficile, schiacciato da un
regime così forte che, teme qualcuno, potrà disporre di noi a suo
piacimento.
12 FEBBRAIO
Ospiti del regime?
A Bagdad per noi ci sono camere riservate in un hotel lungo il Tigri. Paga
l'Associazione per la pace la solidarietà e l'amicizia, una Organizzazione
non governativa irachena (sempre che qui esista davvero qualcosa di simile)
che si occupa delle delegazioni di scudi in arrivo. La cosa presenta rischi
evidenti. Rifiutando si offenderebbe l'ospitalità mediorientale (magari
mista alla legittima necessità di esercitare un controllo su di noi).
D'altro canto, è facile immaginare i titoli dei giornali: «Scudi umani
ospiti del regime di Saddam». Basterebbe guardare in faccia i miei compagni
di viaggio per sapere che sarebbe un trattamento ingiusto. «E' assurdo che
siamo proprio noi, venuti fino qua, a doverci giustificare», si ribellano
loro. Ma il problema è reale, proprio come quello posto dalla propaganda del
raìs che pare intenzionata a sfruttare la presenza di occidentali quaggiù.
La soluzione: donare ai cittadini iracheni, di gran lunga la parte migliore
del Paese, i soldi che non saranno spesi per l'albergo.
13 FEBBRAIO
In diretta su RaiTre
L'arrivo degli scudi umani in città non passa inosservato. I giornalisti
vogliono conoscere le loro storie, sapere cosa li ha spinti a partire.
Cercano, invano, paura e vocazione al martirio. Giovanna Botteri, inviata di
RaiTre, vuole quattro italiani per un collegamento in diretta con Roma.
Quando li presenta come «pronti a morire» questi strabuzzano gli occhi e si
lasciano andare a gesti scaramantici rimasti fuori dalle inquadrature. La
serata è l'occasione per una visita dietro le quinte dell'informazione di
guerra. Le televisioni, regine dei media, trasmettono dagli studios più
scassati che si siano mai visti. Il luogo dal quale sarà raccontato il
conflitto, quando e se scoppierà, è una favela costruita sul tetto di un
edificio fatiscente. Resti di cibo vicini a generatori, tappeti persiani e
sedie da camping dentro baracche di plastica, tecnici e giornalisti che
parlano in tutte le lingue del mondo. Si sente l'inviato della Cnn turca che
annuncia: «A settembre apriremo un nostro ufficio qui in Iraq, abbiamo già
trovato il responsabile». Non solo la guerra la dà per scontata: lui l'ha
già vinta.
15 FEBBRAIO
Due cortei per la pace
Questo giorno lo aspettavamo con ansia. Il mondo protesta contro la guerra,
noi però siamo quelli che sfileranno a Bagdad. Giovanni, professore in
pensione di Mantova, arriva in corteo con un cartello al collo. C'è scritto:
«Primum vivere». Diventa il motto del gruppo. Perché qui nessuno vuole
morire, ma nemmeno limitarsi a sopravvivere da indifferente. Dicono tutti:
«Per una volta abbiamo spento la tv e deciso di fare qualcosa». Il corteo
dei pacifisti «stranieri» è al mattino: 120 persone - la metà dall'Italia -
marciano con bandiere arcobaleno e striscioni contro l'embargo. Nel
pomeriggio tocca agli iracheni: bimbi di 3 anni in mimetica e basco hanno il
mitra di legno in una mano e il Corano nell'altra. Davanti ai fotografi
fanno il saluto militare e baciano foto di Saddam.

18 FEBBRAIO
Chiacchiere irachene
Con il passare dei giorni i controlli si allentano e gli occidentali
cominciano a muoversi liberamente per la città. Usano un «lasciapassare»
fatto di tre parole: «Nacnù drue basharia». In arabo vuol dire «noi siamo
scudi umani» ed è una frase che gli iracheni hanno ascoltato per centinaia
di volte, pronunciata con improbabili cadenze norvegesi, anglosassoni o
spagnole. C'è chi porta la mano destra al cuore, per ringraziare, e chi
ride. C'è anche qualcuno che chiede: «Che cosa siete venuti a fare?». Nella
mensa di scienze politiche si conversa con gli studenti. «La guerra con
l'Iran? Ci hanno attaccato e dopo 12 giorni l'Iraq ha risposto -
assicurano -. E' scritto così nei nostri libri di storia». Fuori, per
strada, si incontra Alì. E' un tassista, un reduce, un monarchico, veste
all'occidentale o in sandali e kefiah, perché Alì è il nome usato dagli
iracheni che non vogliono dirti quello vero. Ma che, assunta questa
identità, parlano anche di argomenti «pericolosi». Alì, soggetto multiplo
della dissidenza irachena, è capace di sintesi fulminanti: «L'esercito di
Saddam è troppo forte per noi e troppo debole per Bush». Con tre amici al
caffè Shebander, vicino al mercato dei libri, si parla di ragazze. Ne vedono
una sulle pagine di una vecchia rivista italiana e sospirano: «I need this»,
ne ho bisogno.
22 FEBBRAIO
Uno striscione sul Tigri
«Bush, il mondo ti sta guardando», dice lo striscione che gli scudi umani
hanno appeso a un ponte sul Tigri. Lo osservano dal basso, seduti sugli
argini del grande fiume, quando Karl Dallas, un signore dello Yorkshire che
pare clonato dal fumetto Andy Capp, toglie la chitarra dal fodero e inizia a
cantare. «We shall overcome, we shall overcome...». Si forma un cerchio di
persone che ballano mano nella mano. Tra ragazzi scandinavi e bimbi iracheni
in divisa da calcio, attratti dal suono dei bonghi, c'è un uomo in giacca e
cravatta: la nostra guardia ha «disertato», chiusi gli occhi ha iniziato a
danzare.
28 FEBBRAIO
«Ora fate quello per cui siete venuti»
Oggi mister Al-Hashimi, referente iracheno per gli scudi umani, li ha
convocati tutti in una sala del Palestine Hotel. Il solito incipit: «Miei
coraggiosi e nobili ospiti...». Poi cambia tono: «Non venite a dirci quello
di cui abbiamo bisogno. Se scoppia la guerra le scuole saranno chiuse e
negli ospedali dareste fastidio. Quindi vi chiediamo di presidiare i siti
che abbiamo individuato con voi: centrale elettrica, impianto di
purificazione per l'acqua, raffineria, magazzino di cibo. E' il momento di
fare quello per cui siete venuti: da oggi nessuno starà più negli hotel. O
negli obiettivi o a casa». E' la prima volta che riceviamo un ordine così
netto. Qualcuno però non si arrende: gli spagnoli insistono per gli
ospedali. «In Spagna milioni di persone sono pronte a scendere in piazza -
dice Pancho -. Ma si aspettano di vederci dormire negli ospedali.
Autorizzateci, è nel vostro interesse». Nulla da fare, finisce in lite.
3 MARZO
Vita, amore e politica nella raffineria
Faccio parte degli scudi che hanno scelto la raffineria. Nel '91 la
bombardarono ed è un sito un po' pericoloso. Però abbiamo una casa
confortevole, vicina a quelle dove vivono gli ingegneri e le loro famiglie.
Alla sera Alfredo carica il narghilè. Si fuma tabacco alla mela attorno ai
resti della cena. C'è Salih, un curdo nato in Iran: ha 25 anni e a Istanbul,
dove abita adesso, guida una Porsche. Insomma, è ricco. Però sta qui con
noi, vive in raffineria, e per gioco maltratta Marta, che per venire a
Bagdad ha interrotto un Phd in sociologia all'università di Lubiana. E' uno
degli amori nati fra gli Human shields. Vivranno forse solo lo spazio di
pochi giorni. Non si potranno dimenticare mai. In salotto, intanto, si
discute di politica. La visione di John, giornalista-attivista americano, 63
anni, benda da pirata sull'occhio sinistro e 4 libri sul Chiapas all'attivo:
«Abbiamo insegnato al popolo iracheno che cos'è la democrazia. Forse anche
come fare la rivoluzione». La visione di Guillermo, indipendentista
catalano, che ha 35 anni e ne ha trascorsi 8 nelle galere spagnole,
condannato per lotta armata: «Dobbiamo essere imparziali. E' inutile venire
qui per la pace e poi criticare Saddam. Gli iracheni hanno il diritto di
scegliere i propri governanti». Ma poi aggiunge: «Certo che se l'Iraq
lasciasse avanzare gli yankees nel deserto, sempre più in profondità, e poi
li accerchiasse con una manovra a tenaglia...». L'imparzialità va a farsi
benedire e lui ride: «E' incredibile che qui come simbolo pacifista ci sia
proprio io».
4 MARZO
Un meeting degli scudi
«Noi restiamo, anche sotto le bombe». Inizia con questo intervento di un
gruppo di femministe anglosassoni uno dei tanti dibattiti fra gli scudi. Il
clima è cambiato: da un lato la guerra ci sembra vicina, dall'altro gli
ultimi arrivi non hanno giovato alla coesione del gruppo. «Questi sono
invasati», commenta qualcuno. E adesso c'è chi si accusa a vicenda: «Tu non
sei un vero scudo, non sei pronto a morire». Oppure: «Lo so, tu sei della
Cia». E ancora: «Tu informi i servizi iracheni». Il brutto è che nessuno può
escluderlo. Per questo e per qualche reciproca difficoltà di rapporto fra
noi e gli iracheni ci si chiede se smobilitare. Parla Tolga, un turco di 36
anni, ex dirigente di Greenpeace a Istanbul. «Se la guerra comincia - è il
suo punto di vista - il nostro compito sarà terminato. Restare senza più
libertà d'azione né di movimento sarebbe inutile e pericoloso». La pensa
così anche Kenneth O'Keefe, l'ex marine che ha lasciato l'esercito Usa, ha
strappato il suo passaporto, e si è messo alla testa degli Human shields
venuti da Londra. Ken è una specie di Cristo postmoderno, porta vestiti
arabi che gli arrivano fino ai piedi e tutto quello che vedi di lui sono i
tatuaggi e gli occhi un po' languidi. E' poco concreto ma in buona fede e di
certo è un sognatore testardo: «Vogliamo un mondo migliore, senza guerre
decise da leader che non rappresentano tante persone. Oggi abbiamo fallito,
perché non siamo in migliaia e perché gli iracheni non hanno saputo
collaborare con noi. Ma la prossima volta, in Palestina, andrà meglio».
6 MARZO
Espulsi 5 Human shields
E' la seconda volta che Al Hashimi convoca i suoi «nobili e coraggiosi
ospiti». Che ormai sono pronti al peggio. «Cinque di voi stanno cercando di
prendere il comando dell'intero gruppo, pretendono di essere i vostri
rappresentanti, anche se non hanno l'autorità per farlo. Rischiano di
pregiudicare la vostra missione, perciò abbiamo deciso che devono lasciare
il Paese. Hanno violato le regole della casa che li ospita e non sono più
graditi. E anche i vostri meeting: sono troppi e dannosi». I cinque sono
Tolga, il turco, Ken, l'ex soldato, John, «il pirata», Eva, una giovane
mamma slovena, e Gordon, australiano. Tra loro ci sono due dei portavoce che
gli scudi si erano scelti e alcune delle persone che tenevano unito il
gruppo. «Ci vogliono divisi e manipolabili», è il tono dei commenti.
9 MARZO
Si torna indietro
Dopo quello che è successo negli ultimi giorni e dopo lunghe settimane di
Iraq, in tanti ritornano a casa. Il mio gruppo si muove al tramonto a bordo
di un pullman: ci sono lacrime e baci con quelli che restano, poi si punta
su Amman. Al confine l'Iraq ci mostra la sua faccia più brutta. Le
perquisizioni durano quasi 10 ore, dalle 2 di notte alle 11 del mattino
dopo. Il contenuto di ogni zaino viene scaraventato su un tavolo di pietra,
ogni libro setacciato pagina per pagina, ogni contenitore aperto e
ispezionato. Ridacchiando, ammiccando, scrutando per cogliere reazioni di
stizza o paura, le guardie osservano per interi minuti oggetti come una pila
o un fermacapelli. C'è qualcosa di volgare in questo sfoggio di autorità che
culmina nel sequestro di tutti i rullini fotografici e dei filmati. Alla
fine arriviamo in Giordania. Nell'hotel Al-Saraya aiutiamo chi aggiorna la
lista degli scudi rimasti in Iraq. Studenti a un passo dal dottorato, reduci
degli anni Settanta, professori in pensione, musicisti, e Marta che sta
finendo un quadro da mandare a Bush. Anche questa mattina si sono svegliati
a Bagdad perché la città non venga bombardata.


mario da corriere della sera


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