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Intervento di Peacelink al convegno su Elie Ducommun



Si è svolto, sabato 14 c.m., presso l'aula Strozzi dell'Università di Firenze, un convegno per commemorare il centenario dell'assegnazione del Premio Nobel per la pace a Elie Ducommun, primo segretario generale dell'International Peace Bureau (I.P.B.) organizzazione internazionale con sede a Ginevra e di cui anche PeaceLink ha avuto modo di aderire.

E' stata un'occasione per presentare al pubblico la nostra storia. E qui di seguito riporto l'intervento relativo.




L'Associazione PeaceLink nasce ufficialmente nel 1995, come "Telematica per la pace e volontariato dell'informazione", ma la sua storia va più indietro nel tempo. Infatti, la prima "rete PeaceLink" venne creata nel 1991, quindi più di 11 anni fa, come rete di computer orientati alle comunicazioni i cui programmi permettevano di condividere, attraverso collegamenti via modem, messaggi e discussioni posti in "aree tematiche" (come i "Newsgroups" nell'era di Internet) dedicate alla pace, ai diritti umani, allo sviluppo.
Internet non era ancora a disposizione del pubblico ma il nostro piccolo gruppo di appassionati di pace aveva compreso che il movimento pacifista non poteva più comunicare solo con i bollettini mensili mentre ad esempio, la "Guerra del Golfo" venne combattuta e vinta in poche settimane. E questo sistema, chiamato BBS (Bulletin Board System), nonostante l'iniziale difficoltà nell'uso, offriva per la prima volta un mezzo di partecipazione di gruppo, "in tempo reale" o quasi,  alle discussioni e alle iniziative di singoli e di Associazioni orientate alla pace, senza i vincoli di luogo e di tempo che incontri o assemblee "tradizionali" richiedono.

Il "boom" di Internet ha cambiato la tecnologia ma non gli ideali di PeaceLink: offriamo sempre "legami di pace" a singoli e gruppi pacifisti; il nostro staff tecnico gestisce attualmente un sito Web ricco di informazioni, e le vecchie "aree tematiche" sono diventate mailing list utilizzabili con i comuni programmi di posta elettronica, e "sfogliate" anche via web da migliaia di persone in tutto il mondo.

La passione per la pace e per i diritti umani ci ha visti impegnati su più fronti: a Genova un anno e mezzo fa, durante gli incontri del "G8", abbiamo potuto testimoniare efficacemente, prima di tutto le interessanti relazioni di quella che venne definita "l'assemblea ONU dei popoli", e poi le inimmaginabili violenze nei confronti dei duecentomila manifestanti, per la maggior parte pacifici, e di cui solo ora emergono via via le responsabilità. Abbiamo anche divulgato le frequenti prese di posizione a favore della libertà di espressione in Rete, sia da parte nostra che di gruppi impegnati nella salvaguardia del diritto inalienabile che ha l'uomo di comunicare le proprie idee.

Il mondo dell'informazione subisce oggi più che mai il rischio concreto di manipolazione come pure semplicemente di scelta selettiva delle notizie che il pubblico poi arriva a fruire; essendo la maggior parte delle testate giornalistiche, come pure dei media televisivi e di telecomunicazione, in mano a poche agenzie o gruppi anche multinazionali, si assiste a una omologazione, oltre che banalizzazione, sia degli articoli su carta stampata che dei programmi televisivi. Ciò non fa bene al pluralismo, alla cultura del cittadino e alla circolazione libera delle idee.
In questo caso la Rete, e PeaceLink entro essa, hanno dalla loro parte la facilità di raccolta e diffusione di informazioni, prodotte direttamente dai gruppi pacifisti e di volontariato che operano nelle situazioni critiche a cui più che mai si vuole dare voce; e allora vediamo ad esempio, nella mailing list "News", l'ampio risalto a resoconti che arrivano da "Operazione Colomba" in Palestina o dalla rete Lilliput a Baghdad; oppure i bollettini telematici periodicamente ricevuti da associazioni orientate alla promozione umana e sociale in diversi Paesi dell'America Latina - come pure spunti di riflessione profonda su argomenti di più ampio respiro e che aiutano a mantenere nel lettore una coscienza critica e un senso civico altrimenti in pericolo nello scenario culturale odierno.
Internet diventa così la telecamera, il corridoio virtuale entro cui il flusso della notizia "in real time" e non filtrata dalle Agenzie può scorrere direttamente al fruitore finale; l'imbuto che amplifica in primo luogo la voce della persona, che è, assieme, vittima principale delle situazioni critiche nel mondo, e nello stesso tempo ignorata dai media che puntano soprattutto allo scoop e ai "grandi numeri" che fanno audience.

Un rischio che questo genere di "information managing" può correre è generato dalla legislazione ancora insufficiente o imprecisa proprio nei confronti dell'uso di queste nuove tecnologie orientate alla comunicazione "dal basso": da un lato abbiamo la saldezza dell'articolo 21 della nostra Costituzione, che salvaguarda la libera espressione del proprio pensiero "con ogni mezzo di diffusione"; e dall'altro la tendenza, sorretta e alimentata dalle lobby editoriali e dei media ufficiali, a definire i siti web comunque generanti informazione o dibattiti, alla stessa stregua di testate giornalistiche tradizionali, con il conseguente obbligo, ad esempio, di avere un direttore responsabile iscritto all'Ordine dei giornalisti.
Si è corso questo rischio nell'anno 2000, per esempio, quando poco prima della chiusura delle Camere, venne discussa una proposta di legge (il "progetto Anedda") originariamente pensata per altri scopi ma che tra le righe conteneva espressioni che avrebbero rivoluzionato non poco, e in negativo, il panorama dell'informazione telematica; come pure con la legge sull'editoria, comparsa nella Gazzetta Ufficiale del 21 marzo 2001, in origine destinata a facilitare le sovvenzioni alle testate giornalistiche e nel cui testo alcuni punti ambigui potevano dare adito a interpretazioni restrittive nei confronti dei siti web.
Ma il contrasto, come sempre, non è solo interpretativo bensì generato dalla crescente consapevolezza che, attraverso Internet, chiunque, e soprattutto i soggetti sociali finora meno "visibili" attraverso i media, può finalmente far sentire la sua voce, e nei confronti della quale si erigono in varia misura i cosiddetti poteri tradizionali che reggono ancora saldamente il flusso dell'informazione. E il discorso in merito allora si sposta, inevitabilmente, dai contenuti dell'informazione alla politica e alla salvaguardia di poteri economici che in questo settore muovono cifre ragguardevoli.

Roberto Del Bianco