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Peacebuilding: un manuale formativo Caritas

Peacebuilding: un manuale formativo Caritas

Aggiornamento del "Manuale di formazione alla pace", pubblicato nel 2002 da Caritas Internationalis, traduzione in italiano a cura di Caritas diocesana di Roma - Servizio Educazione Pace e Mondialità (S.E.P.M.).

Ultime novita'

Piero del Giudice

Algeria: modernità oltre il massacro

"Il Regno" n. 6 del 1998

Il mondo islamico di oggi tra secolarizzazione "di fatto" e stagnazione teologico-giuridica.
Il caso francese come modello potenzialmente esportabile.
La condizione di minoranza: destino comune e occasione preziosa per l'islam e per le altre religioni.
La crisi algerina produrrà una riforma religiosa?

A colloquio con il teologo algerino Soheito Bencheikh, muftì di Marsiglia.


Soheito Bencheikh, muftì di Marsiglia, è un algerino di 36 anni. È nato a Gedda, in Arabia Saudita, dove il padre si trovava in qualità di primo ambasciatore dell'Algeria libera, ma è cresciuto in patria, dove ha frequentato gli studi teologici a livello accademico, fino alla licenza all'Istituto islamico di Algeri. Dopo un anno in Egitto, ha scelto – come lui stesso dice – di spendere "quello che restava della giovinezza nella conoscenza dell'altro, cioè dell'occidentale". Di qui un primo breve soggiorno in Francia, poi un'ulteriore specializzazione a Bruxelles (dove frattanto diviene imam della comunità islamica); infine un dottorato alla Scuola di studi superiori della Sorbona di Parigi conclusosi nel 1996 con una tesi su Islam e laicità in Francia, mentre prosegue un lavoro di imam itinerante, "girando in ogni situazione dove ci fosse bisogno", finché la Moschea di Parigi non lo nomina, nel 1995, muftì di Marsiglia. È il più giovane dei tre muftì di Francia (gli altri due sono a Parigi e a Lione), "ma non è un merito: il fatto è che siamo pochissimi in Francia, e pochissimi che si collocano all'incrocio di due culture: formati nella teologia musulmana, conoscitori del modo arabo e insieme aperti alla cultura occidentale". Ha pubblicato diversi libri in cui, tra l'altro, chiarisce bene cosa sia un imam e come lo si deve rapportare alla nozione di "clero" in senso occidentale.

– Dottor Bencheikh, può chiarirci in che rapporto oggi stanno religione e società, religione e stato nell'islam? C'è spazio per una cultura della laicità?

"Nel mondo musulmano c'è oggi una secolarizzazione "di fatto" e una laicizzazione delle leggi. Tranne che nel diritto relativo alla persona e alla famiglia, le leggi risalgono al codice napoleonico, il codice civile è molto vicino a quello francese e italiano. La laicità va imponendosi alle religioni; è successo in Francia per la chiesa cattolica, che, dopo averla combattuta, oggi ne ha scoperto i valori: una chiesa libera attira solo chi è credente convinto. Certo la laicità è un concetto sconosciuto nei testi della teologia musulmana, come di tutte le altre religioni. Ma l'esperienza all'interno di uno stato laico, come qui in Francia, può portare profitto all'islam: l'indipendenza dal potere fa riscoprire il proprio messaggio iniziale, la propria forza morale sorgiva, che pemette di lodare le buone azioni e a condannare le cattive. L'uomo dell'islam è un cercatore della Verità, non il suo proprietario. La separazione tra lo stato e la religione, proficua per lo stato, è un bene anche per la religione, che si libera da compromessi, da possibilità di manipolazioni politiche, da arrivisti e ambiziosi, da una possibile "concorrenza" che ne deformerebbe il vero volto. Non si tratta di cercare nell'ebraismo, nel cristianesimo o nell'islam i presupposti della separazione: la separazione è un dato storico, a partire dal quale se ne comprendono i benefici. Certo, qui in Francia "legge positiva" e diritto musulmano appaiono incompatibili. Ma non è un vero problema: né il Talmud impedisce agli ebrei, né il diritto canonico ai cattolici, di essere cittadini a pieno titolo, malgrado differenze anche importanti (come su matrimonio e divorzio, ad esempio)".

L'islam e la laica Francia

– Ci faccia un ritratto dell'islam a Marsiglia, la sua città. Quanti praticano la religione islamica? Quanti e quali i luoghi di culto?

"Non ci sono dati precisi perché non è permesso classificare le persone secondo il loro credo religioso. I musulmani sono stimati tra i 150.000 e i 200.000: molti maghrebini, una forte comunità delle Comore (una specificità di Marsiglia), poi turchi e senegalesi. Non c'è una moschea. Abbiamo tre capannoni da adattare, tra cui un hangar che ospita il venerdì più di 2.000 fedeli, ma non essendo nato come luogo di preghiera presenta problemi di posizione e di orientamento, e comunque andrà demolito. Ci sono poi 33 "luoghi di culto", per lo più garage e cantine. Poiché manca un riconoscimento ufficiale dello statuto dell'imam o della moschea, chiunque può affittare un locale e reclutare un imam di non si sa quale provenienza, formazione e tendenza. Una situazione pericolosa generata dalla semiclandestinità in cui l'islam opera: nell'invisibilità aumentano l'oscurantismo, l'anarchia e soprattutto il radicalismo".

– Ma non c'è una legge in Francia?

"I rapporti stato-religioni sono regolati da una legge del 1905, che ne sancisce la separazione e ne garantisce la reciproca indipendenza, anche fornendo ai vari culti i mezzi per continuare a funzionare da soli. Ma l'islam arriva dopo questa legge, e quindi non beneficia dei diritti accordati alle altre religioni che si trovavano già sul territorio francese. Oggi in Francia si discute molto, fra gli intellettuali, su come intervenire su questa legge. Io penso che si debba stare attenti a spostare il confine, che è già molto fragile, tra stato e religione. Piuttosto che cambiarla, la legge attuale andrebbe integrata con dei decreti applicativi, ad esempio a proposito dell'autorità dei sindaci. Spesso essi rifiutano di concedere un terreno o un edificio per fini religiosi, perché giocano politicamente ed elettoralmente sul registro della "paura dell'islam"".

– E sbagliano...

"Naturalmente, perché laicità dello stato significa libertà religiosa, ovvero riconoscimento della dignità di tutte le fedi. Il risultato è che alcuni, partendo dall'amore per l'islam, arrivano a inalberare richieste violente. È la clandestinità a spingere con forza in quella direzione, anche se islam e violenza non hanno niente a che fare. Di fronte alle violenze e agli assassini che – certo – ci sono stati, l'opinione pubblica ha giudicato che ci sia "troppo" islam in Francia, ma è il contrario: ce n'è troppo poco. I giovani più violenti non hanno avuto alcun contatto con la grande civiltà, la tradizione spirituale, la tolleranza del musulmanesimo. Non sanno nulla di Cordova e di Toledo, nulla di Baghdad e di Samarcanda. Hanno sete di imparare, ma così sradicati si forma in loro un vuoto, dove al posto dell'islam responsabile penetrano miscele pericolose, come è tragicamente avvenuto in Algeria".

– Da dove si potrebbe cominciare?

"Faccio due esempi. Il primo, in positivo: se ci fosse un liceo intitolato ai grandi personaggi della cultura musulmana, come Averroé o Avicenna, questo renderebbe fieri i ragazzi musulmani. Se ci fosse una grande moschea, bella, in ogni grande città, e un bel luogo di incontro musulmano ma non solo per musulmani, sarebbe benefico e prezioso per il futuro della Francia e per la convivenza armoniosa delle comunità che la compongono. In negativo: oggi ci sono musulmani in carcere che si orientano verso un islamismo estremista, anche perché non abbiamo assistenza religiosa, come gli ebrei o i cattolici. Anche nell'esercito sono i cappellani cattolici che assistono i nostri ragazzi, e così nelle scuole: ci sono gli insegnanti delle altre grandi religioni monoteiste ma non i nostri. Tutto ciò crea un reale problema di riconoscibilità. D'altra parte, in nessun altro paese d'Europa, credo, come in Francia vi è una situazione così favorevole, sul piano del rispetto della dignità dell'uomo, di ciascun uomo, senza etichette. E la comunità musulmana francese è la più grande d'Europa: la sua riuscita come minoranza può indicare un'esperienza esportabile, giacché, come spiego nel mio libro, "l'islam è un messaggio che si propone e non un ordine che s'impone"".

Riformare la pratica religiosa

– Può chiarire meglio? Chi guarda ai paesi musulmani oggi fatica a verificare quest'affermazione...

"Obbligare qualcuno a credere è paradossale, dato che non si possono obbligare le coscienze... Disgraziatamente, questa libertà offerta dalla religione è stata dimenticata, perché l'islam non ha ancora fatto la sua riforma interna (come ad esempio la chiesa cattolica col Vaticano II). Fino a oggi è stato dunque assimilato a un ordine politico: al califfato, all'impero musulmano, e anche oggi la maggior parte dei paesi musulmani proclama l'islam religione ufficiale dello stato. È un'aberrazione, perché lo stato oggi è uno stato moderno, che in quegli stessi paesi ha scelto di darsi una struttura moderna, di monarchia costituzionale o di repubblica, e solo una minoranza di paesi rimane con un governo di stampo teocratico. Sono paesi in cui lo stato è distinto dalla società civile, è fondato sulla prassi e non può convertirsi in una religione, può solo impegnarsi a rispettare le religioni.

Ecco perché penso che se qui in Francia avesse successo questo islam indipendente e libero nei confronti dello stato, un islam che rifiuta di imporsi perché non può farlo (nemmeno se lo volesse), un tale modello potrebbe essere esportato nel mondo musulmano, perché dimostrerebbe che là dove l'islam non ha potere, dove è una minoranza e deve accettare il governo di una legge a-religiosa, la fede non riceve alcun danno, ma anzi partecipa, con le altre fedi, alla sfida di rivolgere un messaggio morale a tutti. D'altra parte, i musulmani devono prepararsi a diventare minoranza anche negli stati musulmani in cui sono in maggioranza. Perché il nostro futuro è in una società comune, planetaria, universale, tutti insieme, senza più culture esotiche, o dei lontani, o degli stranieri. In tale società la relazione tra le religioni dovrà essere di dialogo e di partnership, non di rivalità e di egemonia".

– La "pratica integrale dell'islam", lei scrive, "porta necessariamente all'emarginazione, e la negligenza di questa pratica provoca profondi sensi di colpa". Perché?

"È così. La pratica religiosa come è imposta oggi ai musulmani, con la sua rigidità e la sua mancanza di rinnovamento, non va nello stesso senso dello sviluppo sociale o professionale di chi voglia vivere una vita normale in Francia. Ma trascurare totalmente la pratica dà il senso di non essere conformi alla propria fede perché non si osserva ciò che la fede esige. Bisogna uscire da questo dilemma non optando per un estremo o per l'altro, ma semplicemente riavvicinando le due opzioni con una riforma, meglio una rilettura dei testi che riesca a esprimere le pratiche secondo una nuova intelligenza. Una tale opera era abituale, particolarmente durante i primi secoli dell'islam; poi c'è stata una stagnazione, da cui oggi non si riesce ancora a uscire".

– È così per tutta la teologia? Qual è la teologia della maggioranza musulmana, oggi?

"Ci sono molte scuole. Ma bisogna premettere che per teologia intendiamo il tentativo dell'uomo di capire il mistero della fede, al fine di renderlo comunicabile e trasmetterlo – ad esempio nella catechesi. Niente di sacro nella teologia, quindi, ma solo il lavoro dell'uomo, come tale segnato dal tempo, dalle preoccupazioni e dalle aspirazioni di "quel" tempo. La teologia musulmana ha conosciuto un impegno enorme e ricchissimo tra il IX e il XII secolo. Dopo, si è passati alla stagnazione e di lì alla decadenza. Oggi c'è un ritorno all'islam, ma si deve capire che senza alcun "aggiornamento" della teologia, se la si lascia così come è, datata secoli molto lontani dal nostro, non la si può applicare tout court. Bisogna dirlo. E non si tratta di un'accusa all'islam, anzi. È un invito rivolto ai musulmani a tornare alle fonti, al Corano, a rileggerlo con intelligenza nuova per adattarlo al proprio tempo. In caso contrario ci sarà un gap sempre più ampio tra lo statuto di cittadini e quello di credenti, e questo è la cosa più grave".

– Desta una certa impressione la condizione della donna in molti paesi musulmani, anche a confronto con l'emancipazione occidentale. Che cosa c'è nell'islam alla radice di questa situazione?

"Il Corano, quando parla di dignità, parla dello stesso sguardo di Dio per gli uomini e le donne. L'islam – come altre religioni – raccomanda il pudore e la castità. Ma ogni indicazione in materia, severa o leggera che sia, si applica sia all'uomo sia alla donna, come quando si dice che Dio raccomanda al credente di abbassare lo sguardo e di essere casto. Certo, il diritto musulmano elaborato da un legislatore berbero, arabo, turco, persiano o altro, in un'epoca in cui la società era maschilista, dà un minor ruolo sociale alla donna che all'uomo. Rivedere questo statuto non contraddice, lo ripeto, né l'islam né il Corano, ma va piuttosto contro un'interpretazione vecchia e superata di entrambi. Se il diritto musulmano presenta alcune anomalie che danno maggior importanza sociale e politica agli uomini che non alle donne, è facile capirle, una volta che si conosca da "dove" vengono".

Assassini in nome di Dio

– Da ultimo, veniamo all'Algeria, il suo paese. Le cronache ci parlano ormai quotidianamente di "assassinii in nome di Dio". Cosa dice il Corano? È lecito uccidere in nome di Dio?

"Ci sono versetti durissimi nel Corano su questo tema, come ci sono nel Deuteronomio. Tremendi. Ma non si può fondare su alcuni versetti una "teologia della dominazione" a nome dell'intera tradizione biblica. Nel Vangelo non si trova niente a favore della violenza: mai un credente è autorizzato dal Vangelo a usare le armi. Eppure sant'Agostino trovò un versetto (di Matteo, credo) che, avulso dall'insieme, è utilizzato per obbligare con la forza al battesimo. Interpretazione forse legittima al tempo, certo oggi priva di autorità, come dicono le stesse gerarchie ecclesiastiche. Nel Corano, il credente è autorizzato a prendere le armi per difendersi, ma non è mai autorizzato ad aggredire. Il Corano dice, in un versetto della sura 2: "Combattete in nome di Dio chi vi combatte, ma non aggredite. Dio non ama chi aggredisce". E in un altro versetto, più avanti: "E se lui dice 'pace’, dite 'pace’ e abbiate fede in Dio". Ciò significa che, dal momento che l'aggressore termina di aggredire e domanda pace, il musulmano, dal punto di vista coranico, è chiamato a deporre le armi e concludere con il suo ex-aggressore la pace.

Ci sono altri versetti, invece, che incitano il musulmano a difendersi con un linguaggio, diciamo così, piuttosto "mobilitante". Si tratta di versetti rivelati quando i musulmani erano assediati a Medina, la città del Profeta. Non li si deve estrarre dal loro contesto, bisogna sempre relativizzarli attraverso quello che, in termini teologici musulmani, si chiama "il motivo della rivelazione", e non si può comprendere un versetto se non ci si riferisce alla storia, al perché della sua ragione di esistere. Per oltre 23 anni queste rivelazioni – per i musulmani il Corano è rivelazione – hanno seguito il percorso molto complesso di un uomo, che era il profeta Maometto.

In una società in pieno mutamento, bisogna stare ai fatti e conoscere il periodo storico, per poter separare, nel Corano, l'universale dal contingente, legato a quella particolare società. Bisogna distinguere l'obiettivo di Dio nel testo e i mezzi per raggiungerlo. I mezzi dipendono dall'epoca e dalla società e non ci si deve fermare su di essi, ma cercare piuttosto di realizzare l'ideale coranico. Se non si tiene ferma questa distinzione tra momento storico e messaggio universale nel Corano, si rischia di "beduinizzare" per sempre l'islam. Purtroppo questi concetti, che sono condivisi dalla maggior parte dei teologi del mondo musulmano, sono rifiutati da alcuni. È un gruppo estremamente minoritario, particolarmente fanatico in Egitto e altrove, alcuni in Algeria".

– Vi sono però degli imam o degli ulema che rifiutano questa lettura... Il fatto che non ci sia un capo religioso, un indirizzo unico, può aprire spazi alla predicazione che nutre il terrorismo?

"Può darsi, noi non abbiamo istituzioni che decidono l'unica corretta interpretazione. In Algeria il governo ha creato nel 1965-66 un Consiglio superiore islamico, che oggi dipende dal capo dello stato, ma il suo potere effettivo e le sue prerogative non sono ben chiari. C'è piuttosto un gruppo di teologi nelle più grandi università musulmane del mondo, Il Cairo, Fez, Tunisi e altre, che si tengono in contatto tra loro e pubblicano studi e ricerche, spesso comuni, mirate alla corretta e aggiornata lettura del Corano.

Quanto ai personaggi cui lei allude, non sono né imam né ulema. Sono dei politici, degli intellettuali, dei visionari come ad esempio i "Fratelli musulmani", ragazzi di 20-25 anni che si battono sulla base di elaborazioni di pensiero vecchie, vecchissime. La loro teologia parte da un versetto coranico estratto dal suo contesto. Dice: "Colui che non giudica secondo quello che Dio ha fatto discendere, questo è l'empio". È un versetto in origine davvero bellissimo, indirizzato agli ebrei e ai cristiani affinché siano coerenti con la loro rivelazione e la rispettino. Un versetto, quindi, che rende testimonianza del dialogo con i cristiani e gli ebrei, i quali sono stati riconoscenti di trovare nel Corano la sollecitazione a essere conformi ai propri precetti. Il versetto venne particolarmente studiato da Ibn Taymiya, un teologo del XII secolo. A quel tempo, anche in ragione degli eventi storici – Baghdad saccheggiata dai mongoli, la Siria e le coste del Mediterraneo occupate da regnanti crociati – i principi e i sultani musulmani erano estremamente lassisti. Allora questo teologo estrasse per la prima volta dal contesto quel versetto per applicarlo ai musulmani, per dire loro "siete empi".

Chi uccide in Algeria

Oggi questa lettura è alimentata dai risvolti neo-fondamentalisti e dal pensiero di Sayad Qubt, un intellettuale degli anni cinquanta, fatto impiccare da Nasser. I suoi scritti, molto violenti, coniugati con l'antica interpretazione di Ibn Taymiya, formano un cocktail esplosivo. L'islamismo politico può avere comunque delle derive, ma il Gruppo islamico armato (GIA) algerino va molto più lontano, portando quella logica alle estreme conseguenze. Dice che il popolo che accetta di essere retto da governanti empi è un popolo di rinnegati, che ha abbandonato la sua religione. A questo popolo va applicata una sentenza, anche questa risalente al XII secolo: "Chi cambia la sua religione, uccidetelo". È una massima di diritto musulmano, che al tempo era rivolta a mantenere l'ordine di un impero, lasciare l'islam era lasciare l'impero, mettersi "dall'altra parte", tradire.

Tutto questo è dunque il prodotto di un secolo che non è più il nostro, e perciò dico che bisogna desacralizzarne la lettura. La nostra religione non è così, il Corano ha al centro un richiamo universale alla pace e alla tolleranza. Non si può accettare che centinaia di versetti coranici che invitano alla libertà religiosa siano abrogati, cancellati da quest'unica massima. Tra l'altro, sta qui la ragione per cui il GIA non pensa minimamente a sedurre o indottrinare il popolo algerino. Vuole soltanto eseguire una sentenza: quella di sterminare il popolo algerino. Sono pochissimi, una minoranza, 500-600 persone, giovanissimi. Trovano degli pseudo-intellettuali che li imbottiscono di queste idee deliranti. A chi ha paura dell'islam dico sempre: attenzione, gli algerini sono un popolo di credenti, non sono colpevoli della barbarie, ne sono le vittime".

– Ma gli attentati e i morti continuano dal 1991. Quali le responsabilità del governo? Chi uccide chi in Algeria?

"Si può accusare lo stato di incompetenza, di pesantezza, anche di lassismo. Ma non credo assolutamente che sia complice delle stragi nei villaggi. Credo che i governanti dell'Algeria cerchino una legittimazione, ma l'autentica legittimazione nasce dalla capacità di un governo di garantire la sicurezza di tutti i cittadini, e questo non succede. Tuttavia la domanda "chi uccide chi" è una domanda europea, non algerina. Nessuno là se la porrebbe. È vero che la dittatura favorisce la rivolta e che il mancato rispetto dei diritti dell'uomo incita alla collera. Ma non credo che l'esercito algerino abbia a che fare con le stragi. Direi che ne ho una certezza quasi assoluta: è impossibile. Può anche darsi che non tutti i crimini siano imputabili agli islamisti, ma è certo che quelli che uccidono, quelli che seminano il terrore oggi in Algeria sono i gruppi del GIA.

A livello governativo la situazione resta complessa, perché l'Algeria è il primo paese in cui si manifestano i segni di un reale cambiamento verso la democrazia. Ci sono appena stato: sono rimasto sbalordito dalla stampa, che dice tutto e critica tutto, e in particolare il governo, con parole durissime. Non c'è nulla di simile in altri paesi musulmani: né in Marocco, né in Tunisia, né in Egitto, e tantomeno in Arabia Saudita o in Iraq. Sono anche stato invitato al congresso dell'Unione per la cultura e la democrazia (RCD), dove ho preso la parola, e mi sono trovato davanti un vero partito d'opposizione, che si confronta direttamente con il governo. E per quanto parli di manipolazioni del governo, sa molto bene che sono altri a uccidere, è il GIA".

– In sintesi, come collocare la questione algerina nel più ampio quadro dell'islam di oggi?

"È una crisi, forse perfino benefica, perché lasciare un sistema millenario tradizionale per entrare nella modernità politica non si fa in un giorno, né senza scontri e deviazioni. Almeno, adesso, teologi e pensatori musulmani possono osare la desacralizzazione dei diritto musulmano e fare appello a una sua riforma. Prima era molto difficile: l'islam non era sulla scena, perché creare delle polemiche per niente? Adesso è l'opposto: questo, credo, è il momento propizio per interrogarsi sul ruolo sociale della religione e sulle sue relazioni con la politica".

articolo tratto da Il Regno logo

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