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Peacebuilding: un manuale formativo Caritas

Peacebuilding: un manuale formativo Caritas

Aggiornamento del "Manuale di formazione alla pace", pubblicato nel 2002 da Caritas Internationalis, traduzione in italiano a cura di Caritas diocesana di Roma - Servizio Educazione Pace e Mondialità (S.E.P.M.).

Ultime novita'

Maria Elisabetta Gandolfi

Giustizia in ostaggio

"Il Regno" n. 8 del 2005

I sanguinosi conflitti nel Sudan, nell’Uganda del Nord, nel Congo


Che ruolo può avere il diritto internazionale nei conflitti africani? È possibile gestire, facendo ricorso alle tradizioni culturali locali, la fase post-bellica e la riconciliazione delle comunità? Può il modello sudafricano della Commissione verità e riconciliazione essere esportato in altri contesti?

Lo scandalo dei pluriennali conflitti che insanguinano molte zone dell’Africa (Uganda del Nord, Repubblica democratica del Congo, Darfur), in cui uno dei bersagli principali è costituito dalla popolazione civile, stride con la debolezza di una comunità internazionale che stenta a reagire – mentre qualche stato lucra in maniera più o meno risaputa vantaggi economici o politici –, con la fragilità del diritto internazionale, sospeso tra incertezza di definizione, scarsità di strumenti efficaci d’attuazione e strumentalizzazione politica.

In questo quadro, dove sembra possibile solo prendere atto a posteriori dell’accaduto, vi sono i contingenti di pace, le commissioni d’inchiesta, le risoluzioni e le sanzioni delle Nazioni Unite. Da ultimo anche il ricorso alla Corte penale internazionale – che ha avviato le attività dal 2002 –, che per statuto giudica le gravi violazioni dei diritti umani avvenute nel mondo nei confronti di cittadini dei paesi firmatari del cosiddetto Statuto di Roma, approvato nel 1998 (cf. Regno-doc. 7,1999,201ss; attualmente sono 98 i paesi contraenti e 139 i firmatari).

Ciò che colpisce scorrendo l’elenco delle «situazioni e casi» presi sinora in considerazione dalla Corte è che sono tutti africani: Centrafrica, Congo, Uganda, Sudan. In particolare in questi ultimi due stati si è sviluppato un dibattito, che ha alcuni punti di convergenza con quello che si era tenuto in forma articolata all’apertura dei lavori della Commissione verità e riconciliazione per il Sudafrica (cf. Regno-att. 20,1998,649). Esso si può semplificare attorno a due termini: la necessità di giustizia può convivere con quella della riconciliazione nazionale? È possibile gestire le conseguenze di un conflitto che ha coinvolto interi gruppi sociali con gli strumenti giuridici classici?

Uganda: integrare dialogo e giustizia
L’Uganda del Nord è travagliato da 18 anni da una sanguinosa guerriglia guidata dal leader Joseph Kony, noto per la sua crudeltà e il reclutamento di bambini – si parla di 20.000 – trasformati in militari, noto per le amputazioni inflitte alle vittime o a quelli dei suoi che tradiscono, noto per le sue incursioni contro la popolazione civile con l’appoggio del governo sudanese (cf. Regno-att. 10, 2004, 319). A partire dal 2000, a coloro che si ritirano dalla guerriglia viene concessa un’amnistia. Poi, nel dicembre 2004 – a seguito del parallelo processo di pace in Sudan – si è aperta una trattativa con un cessate il fuoco; poco tempo dopo veniva resa nota la volontà del procuratore generale della Corte penale, Luis Moreno Ocampo, di emettere dei mandati di cattura nei confronti di Kony e di altri del suo gruppo. In seguito la trattativa si è arenata.

A fine marzo un gruppo di leader religiosi dell’Uganda del Nord, l’Acholi Religious Leaders, si è quindi recato presso la Corte penale all’Aia per esprimere al procuratore la propria preoccupazione per gli effetti di quei mandati di cattura, caldeggiati invece dal presidente Museveni. Il timore principale era che la guerriglia compisse ulteriori ritorsioni contro i civili e che uscisse dal processo di pace: infatti – ha detto uno dei leader – «un mandato d’arresto non significa la fine della guerra».

Inoltre, poiché vittime e carnefici appartengono al gruppo etnico acholi il confine tra i due gruppi è molto sfumato: spesso sono i bambini rapiti e che hanno subito ogni genere di violenza che poi diventano i carnefici delle proprie comunità. Pertanto, affermano i leader, «senza perdono non possiamo ricostituire la comunità». Nei villaggi, infatti, sono già in uso alcuni riti mediante i quali coloro che hanno ucciso, mutilato, stuprato vengono reintegrati nella società: in essi il colpevole deve dichiarare le proprie colpe, chiedere perdono, compiere una serie di riti che lo purificano, ripagare in natura (bestiame, case nuove) per la propria colpa e solo allora rientra nella comunità.

In risposta ai leader – che hanno chiesto alla Corte di tenere conto della giustizia amministrata secondo i codici culturali locali, e di non inquisire persone che in patria sono state amnistiate – Moreno Ocampo ha dichiarato: «Ho la responsabilità di aprire inchieste e di perseguire gli autori dei gravi crimini internazionali, tenendo conto dell’interesse delle vittime e della giustizia. (…) Sono consapevole del processo di riconciliazione che è in corso e della giustizia tradizionale e sono interessato agli sforzi dei leader per promuovere il dialogo tra i diversi attori allo scopo di arrivare alla pace. (…) Come procuratore seguo una chiara politica che consiste nel concentrarsi su coloro che hanno le responsabilità più gravi nelle atrocità commesse. Ma riconosco ugualmente il ruolo vitale che deve essere giocato dai dirigenti nazionali e locali per arrivare alla pace, alla giustizia e alla riconciliazione».

Un punto di mediazione è stato poi trovato dopo un secondo incontro avvenuto a metà aprile, al termine del quale una dichiarazione congiunta tra i leader e il procuratore afferma che le parti hanno convenuto sulla necessità di «conservare un approccio che integri dialogo per la pace, Corte penale e processi tradizionali di giustizia e riconciliazione».

Secondo gli attivisti dei diritti umani l’azione della Corte è necessaria, in quanto una scarsa o assente punizione crea il rischio di un depotenziamento dell’effetto deterrente. Inoltre, il grande patrimonio del diritto internazionale «che data indietro sino ai processi di Norimberga» è lì ad affermare che quel genere di crimini non verrà tollerato. Infine, è giusto tenere conto dei processi di pace che nascono a livello locale, senza però «diventare ostaggio di un processo di pace che non finisce mai».

Sudan: giustizia ed equità internazionale
Anche per il Sudan l’ONU, nel tentativo di frenare la carneficina contro la popolazione del Darfur, ha chiesto l’intervento della Corte penale internazionale, trovando una ferma opposizione del governo, in nome della non ingerenza in questioni interne al paese. I fatti sono noti: dal febbraio 2003, a causa del distacco dal gruppo principale della guerriglia del Sud di una fazione militare che non si sentiva rappresentata nel processo di pace, il governo ha inviato mezzi militari e armato gruppi arabi a cavallo – i janjaweed – che, con la scusa di colpire i ribelli, stanno provocando una lenta morte della popolazione del Darfur (cf. Regno-att. 12, 2004,421). 2,4 milioni sono i rifugiati e 300.000 i morti nei villaggi.

Non riuscendo a individuare forme di mediazione, e dovendo trovare soluzioni che non portassero a esiti simili a quelli della tragedia ruandese del 1994, l’ONU ha inviato nel gennaio scorso una missione d’inchiesta, che ha raccolto nove casse di documentazione sulle violazioni dei diritti umani. Essa poi ha consegnato una busta sigillata al segretario generale dell’ONU Kofi Annan che conteneva una lista motivata dei principali accusati delle più gravi violazioni, tra cui anche funzionari del governo sudanese. La commissione raccomandava di coinvolgere la Corte penale, fornendo al procuratore generale la lista dei sospettati. Annan ha quindi interessato il Consiglio di sicurezza, che da gennaio a marzo ha tentato di trovare una risoluzione di compromesso tra Francia e Inghilterra, favorevoli al ricorso all’Aia, e gli USA, che chiedevano l’istituzione di un tribunale ad hoc in Africa.

In particolare gli USA hanno gestito una posizione ambigua tra l’aver dichiarato da tempo e con forza che in Sudan era in corso un «genocidio», in continuità con l’aver posto il Sudan nella lista delle nazioni appartenenti «all’asse del male», – ma senza una reale disponibilità ad aprire un nuovo fronte di guerra – e la notoria ostilità nei confronti della Corte penale.

Quando al Consiglio di sicurezza l’Inghilterra e soprattutto la Francia hanno proposto una risoluzione (31 marzo) che chiedeva di «demandare al procuratore della Corte penale internazionale la situazione nel Darfur a partire dal 1o luglio 2002» e contestualmente di consegnare al procuratore la lista dei sospettati, gli Stati Uniti volevano votare contro. La risoluzione è invece passata con 11 voti a favore e 4 astensioni, tra cui quella degli USA, perché prevedeva una clausola di salvaguardia nei confronti dei cittadini non sudanesi e di paesi non firmatari dello Statuto di Roma: essi, in caso di reati commessi in Sudan, non verranno giudicati né dalla Corte né da altro tribunale, se non quello del proprio stato. Assieme a questa risoluzione, ne sono state votate anche altre due, che prevedono l’embargo sulle armi, il congelamento dei beni e il divieto d’uscita dal paese di coloro che attentano al processo di pace, nonché l’invio di 10.000 caschi blu per il mantenimento della pace.

L’importanza della risoluzione giace nel fatto che è la prima volta che il Consiglio di sicurezza dell’ONU demanda un caso alla Corte, legittimandone così politicamente il ruolo. Gli USA hanno dichiarato per bocca dell’ambasciatore all’ONU «di non essersi opposti alla risoluzione perché era necessario che la comunità internazionale lavorasse insieme per mettere fine al clima d’impunità in Sudan». D’altra parte «continuiamo a mantenere le nostre obiezioni di sempre e preoccupazioni nei confronti della Corte penale».

Un altro punto degno di nota è che essa «incoraggia la creazione di istituzioni alle quali siano associate tutte le componenti della società sudanese, per esempio delle commissioni verità e/o riconciliazione che serviranno da complemento all’azione della giustizia».

Ma il governo sudanese ha detto che nessuno dei propri cittadini verrà giudicato fuori dal paese e che – ha affermato un esponente del Ministero degli esteri – «abbiamo modalità tradizionali per risolvere i problemi sul terreno. In Africa crediamo nella riconciliazione e non nella punizione. (…) Questa corte è punitiva e ci porterà solo divisione e prevaricazione». Ma, come molti diplomatici occidentali hanno notato, ciò funzionerebbe solo a patto che il governo non fosse parte in causa.

Lo stesso presidente sudanese è intervenuto affermando che la risoluzione è un fallimento per le Nazioni Unite, perché «essa ha ignorato tutte le norme della legittimazione internazionale esimendo gli americani dal rendere conto solo perché gli americani sono una nazione potente; ma grazie a Dio anche noi lo siamo». Inoltre il Sudan ha già avviato delle inchieste. Ma Moreno Ocampo ha risposto che sarà ben felice di tenere in considerazione «queste procedure in maniera indipendente». D’altra parte, poiché il lavoro della Corte si limita ai crimini più gravi, essa è «complementare alle giurisdizioni penali nazionali».

In definitiva sembra superabile la dicotomia tra sistema giudiziario di tipo punitivo e di matrice occidentale e modalità di conciliazione africane, che puntano a una giustizia restauratrice, basata più sul perdono che sulla punizione del colpevole. Ciò che non può mancare è la volontà politica di seguire una di queste strade.

articolo tratto da Il Regno logo

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