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Peacebuilding: un manuale formativo Caritas

Peacebuilding: un manuale formativo Caritas

Aggiornamento del "Manuale di formazione alla pace", pubblicato nel 2002 da Caritas Internationalis, traduzione in italiano a cura di Caritas diocesana di Roma - Servizio Educazione Pace e Mondialità (S.E.P.M.).

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Piero Stefani

La separazione unilaterale

"Il Regno" n. 8 del 2004

Sugli ultimi sviluppi della politica israeliana pesano due fattori. Il primo, quello demografico, è tema di lungo periodo. Il secondo, le più recenti scelte americane, evidenzia un aspetto almeno parzialmente inedito.

L’intreccio di questi due fattori segna nel complesso l’entrata in una fase nuova, dagli sviluppi ardui da prevedere nell’immediato. Paradossalmente sembra più facile cogliere che, su un orizzonte più lungo, essi avranno conseguenze gravi sullo stesso assetto complessivo dello Stato d’Israele.

Il fattore demografico
Al momento della proclamazione dell’indipendenza nel 1948, già da tempo i leader israeliani avevano compreso l’inattendibilità di un vecchio motto sionista: «A un popolo senza terra una terra senza popolo». La risposta a tale questione, dopo il tramonto dell’ideale dello stato binazionale, fu individuata nella separazione. Secondo la risoluzione delle Nazioni Unite del 1947 dovevano nascere due stati. Il piano, accettato da parte ebraica e rifiutato da quella araba, fu la premessa legittimante per un’indipendenza proclamata unilateralmente a cui seguì la prima guerra arabo-israeliana. Nasce in tal modo uno dei «miti fondativi» dello stato israeliano, quello del rifiuto arabo. Esso corrispondeva in larghissima misura alla realtà fattuale, e tuttavia, nel momento in cui fu chiamato a svolgere un ruolo onnicomprensivo, mascherava un punto nodale: la responsabilità israeliana nella creazione del problema dei profughi. L’espulsione di masse di popolazione palestinese dai territori controllati da Israele fu spiegata sostenendo che la propaganda araba, promettendo di ributtare ben presto in mare i sionisti, aveva indotto la popolazione palestinese ad andarsene. A confermare questa lettura vi era la presenza di una minoranza arabo-israeliana, cioè la parte di popolazione palestinese integrata nelle strutture democratiche dello stato ebraico.

Questa rappresentazione della nascita del problema ebbe un ruolo di legittimazione complessiva. Ecco perché su questo terreno le ricerche storiche non sono mai neutre. Esse rischiano sempre di avere ripercussioni politiche. È il caso pure della cosiddetta storiografia revisionista israeliana, la quale ha mostrato nell’ultimo decennio il ruolo attivo svolto dagli israeliani nell’espulsione della popolazione arabo-palestinese. Queste interpretazioni storiche hanno conseguenze politiche soprattutto nel momento in cui rendono plausibile considerare il tema dei profughi una voce dell’agenda di ogni accordo israelo-palestinese. Caduta l’innocenza, l’unica risposta «apologetica» a questo rilievo è presentare l’originaria responsabilità israeliana come un dato storicamente ineluttabile.

Separare per espellere
È quanto ha fatto il più noto esponente del revisionismo storiografico israeliano, Benny Morris. La sua recente virata politica dalla sinistra alla destra governativa non è basata su una diversa ricostruzione storica (da lui solo lievemente ritoccata), ma dalla convinzione che allora non si potesse fare altrimenti. Questa valutazione è inoltre corredata dal rammarico che non si fosse completata l’opera con l’espulsione totale della, potenzialmente pericolosa, minoranza arabo-isrealiana.

Divenuto interno a Israele dopo la guerra dei Sei giorni (1967), il problema palestinese trova la sua forza sempre nel fattore demografico. La sconfitta dell’ipotesi nazionalista estrema (di matrice laica o religiosa poco importa) del Grande Israele è dovuta al fatto di non poter applicare alla Cisgiordania e a Gaza la logica dell’espulsione. Neppure a Israele sarebbe consentito deportare intere popolazioni. Il recente ridimensionamento della scelta favorevole alla crescente presenza di coloni nei territori è giustificata in base a questa stessa ragione di fondo. In questo quadro si comprende perché Sharon, apparso a lungo sostenitore dei coloni, abbia preso la decisione del ritiro israeliano unilaterale da Gaza e da parte della Cisgiordania. Si tratta indubbiamente di una svolta non da poco, da cui la necessità di Sharon di essere garantito dalla base del Likud nel referendum interno del 2 maggio.

Non essendo praticabile l’espulsione, l’unica via percorribile è quella della separazione unilaterale. Essa comporta il rifiuto del negoziato, l’annessione definitiva di parte dei territori palestinesi della Cisgiordania, l’erezione del muro tra Israele e Territori, la «ghettizzazione» di Gaza (area in cui i coloni israeliani sono solo 7.000 contro i circa 200.000 della Cisgiordania) e la decapitazione della leadership palestinese. Gli assassini mirati di Yassin e Rantisi si collocano in questo quadro che vede in Gaza, roccaforte di Hamas, il primo banco di prova per l’attuazione di una politica di separazione unilaterale. Anche per questo, al momento attuale, sembrano soprattutto propagandistiche le minacce riservate ad Arafat, il cui centro di potere si trova nella Cisgiordania. Conseguenza di questa linea di condotta è dichiarare la semplice non esistenza del problema dei profughi e la non necessità dell’esistenza di frontiere riconosciute internazionalmente.

Fine di ogni mediazione USA
Le espulsioni del 1948 furono difese prospettando come onnicomprensivo il rifiuto arabo; l’attuale ipotesi di separazione unilaterale e gli assassini mirati compiuti da Israele sono giustificati dalla globalizzazione del nodo del terrorismo. Il terrorismo è dato reale e difficile da sottovalutare; la risposta a esso è divenuta però un modo per adottare, in più casi, prassi non bisognose di alcuna legittimazione internazionale. L’appello alla necessità ha sempre coperto molte, troppe cose. La rottura ormai completa con la logica del negoziato e del diritto internazionale, giustificata sulla base di dover rispondere al pericolo globale del terrorismo, accosta in maniera oggettiva Israele e Stati Uniti.

Il secondo fattore che rappresenta un elemento nuovo sta appunto nella scelta americana di rinunciare a qualunque ruolo di mediazione e di assumere in toto la politica di Sharon volta ad attuare unilateralmente modifiche di assetti internazionali. Così facendo il presidente Bush ha definitivamente affossato le ultime, debolissime speranze di riprendere la via negoziale della Road map.


articolo tratto da Il Regno logo


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