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Peacebuilding: un manuale formativo Caritas

Peacebuilding: un manuale formativo Caritas

Aggiornamento del "Manuale di formazione alla pace", pubblicato nel 2002 da Caritas Internationalis, traduzione in italiano a cura di Caritas diocesana di Roma - Servizio Educazione Pace e Mondialità (S.E.P.M.).

Ultime novita'

Le mine antiuomo

 

 

 

LE MINE ANTIUOMO
Crimine inaccettabile


1. Cenni storici e premesse tecniche generali

Il termine mina, di origine antica, si riferiva in passato ad un complesso sistema di cunicoli sotterranei contenenti una o piú cariche di polvere nera, comunemente realizzato da una forza assediante per far saltare le mura delle fortezze nemiche. La tecnica della mina, portata alla massima perfezione dal Vauban (Saint-Léger-de-Foucheret 1633 - Parigi 1707), veniva contrastata da una rete analoga, detta contromina che, costruita in precedenza, consentiva agli assediati di controllare i lavori di mina degli assedianti e di farli saltare prima che si avvicinassero troppo. Mentre le gallerie di mina erano dritte e relativamente superficiali, quelle di contromina avevano un andamento a zig-zag ed erano situate in genere ad un livello inferiore. I vani o pozzi, in cui venivano collocati i barili catramati pieni di polvere nera, erano detti fornelli. Nel caso vi fosse notevole disponibilità di acqua era previsto anche l'allagamento delle reti di mina o di contromina per renderle inservibili.

Durante la Prima guerra mondiale la tecnica della mina subí un progressivo abbandono, si sviluppò invece quella della mina-torpedine, poi semplicemente mina nell'accezione moderna. I Tedeschi, per contrastare l'avanzata dei primi carri armati inglesi, trovarono utile interrare verticalmente proiettili di artiglieria in modo che la spoletta a percussione affiorasse leggermente e venisse quindi urtata dal cingolo del carro. Verso la fine della guerra furono costruite vere e proprie mine anticarro, costituite da involucri piatti contenenti 2-3 kg di tritolo. L'uso massiccio di mine anticarro si ebbe però nella Seconda guerra mondiale, specialmente in Africa e sul fronte russo.

La mina moderna è un congegno esplosivo, spesso piú sofisticato, impiegato su terraferma o in mare per distruggere o inabilitare truppe, navi o veicoli militari nemici. Le mine possono essere impiegate anche per rendere inaccessibili determinati territori, specifiche rotte navali o per interdire l'accesso ai porti. Oggi esistono centinaia di tipi diversi di mine, in grado di distruggere mezzi navali e terrestri, uccidere o ferire gravemente le persone sia per effetto di un'onda d'urto sia attraverso la proiezione di un ventaglio di frammenti metallici.

1. 2. Mine terrestri

Un congegno esplosivo progettato per essere nascosto nel terreno viene detto mina terrestre. Può essere costruita con metallo, plastica, vetro o legno e può essere fatta detonare in molti modi diversi: 1) per mezzo della pressione, 2) per trazione di fili, 3) attraverso meccanismi ad azione ritardata. L'esplosivo piú comunemente usato nelle mine è il Trinitrotoluene (TNT).

Le mine anticarro hanno una carica esplosiva variabile approssimativamente da 2,5 a 5 kg di TNT e sono progettate per distruggere i veicoli che vi transitano sopra.

Le mine antiuomo sono normalmente a piccola carica (compresa tra 100 g. e poco meno di 2 kg.) e rilasciano frammenti metallici allo scopo di uccidere o ferire gravemente le persone. Nella Seconda guerra mondiale i tedeschi impiegarono mine antiuomo attivate da un filo a strappo; l'ordigno, prima di esplodere, saltava in aria raggiungendo un'altezza di mezzo metro. Durante la guerra di Corea, le mine terrestri azionate da complesse reti di fili a strappo furono ampiamente usate per proteggere le postazioni da assalti nemici.

Nella guerra del Vietnam per esempio la mina direzionale nota come Claymore venne ampiamente utilizzata. Essa è costituita da un rivestimento in plastica contenente esplosivo ad alto potenziale e un gran numero di sferette di acciaio che, una volta innescata la carica, vengono scagliate entro un raggio di oltre 40 m. Le mine Claymore possono essere nascoste nel suolo o appese agli alberi, a 60-90 cm da terra.

Per mina antipersona si intende precisamente una mina progettata per essere fatta esplodere quando si trova in presenza, prossimità, o contatto di una persona e che sia capace di rendere invalide, di ferire o di uccidere una o piú persone. Le mine progettate in modo tale da esplodere quando si trovano in presenza, prossimità contatto di un veicolo, e che siano dotate di dispositivi anti-handling, non sono considerate mine antipersona proprio per il fatto di essere dotate di questi congegni.

1. 3. Mine subacquee

Le mine che galleggiano a pelo d'acqua o che agiscono in fondali piú o meno profondi vengono chiamate mine subacquee. Ne esistono diversi tipi: alcune di esse vengono ancorate al fondo del mare per mezzo di un cavo (torpedini, mine ormeggiate e mine da fondo), altre vengono lasciate alla deriva, altre ancora vengono dotate di sistemi di autopropulsione comandati da un sensore. Le mine subacquee esplodono quando vengono a contatto con lo scafo di una nave, o tramite un meccanismo sensibile ad una massa ferromagnetica. La mina acustica, che è attratta dal rumore prodotto dall'apparato propulsore di un natante, può essere ingannata trainando o lanciando dietro la nave un dispositivo in grado di produrre rumore. Le mine possono essere posizionate da navi appositamente attrezzate, dette posamine, oppure paracadutate da aerei o disseminate da sottomarini.

2. I COSTI SOCIALI

In oltre sessanta paesi nel mondo sono stati disseminati oltre un centinaio di milioni di mine lasciate da conflitti come quelli dell'Afghanistan, della Bosnia, della Cambogia, dell'Iraq e del Vietnam (dati stimati al 2003-2004). Si suppone che, nelle sole aree della ex Iugoslavia interessate dalla guerra, sia stato depositato un numero di mine compreso fra due e tre milioni. Lo sviluppo di intere regioni di alcuni paesi (Cambogia, Mozambico, Angola) è gravemente ostacolato dalla presenza delle mine. In tutto il mondo circa 20.000 persone all'anno vengono uccise o menomate dalle mine.
Il problema delle mine continua a condizionare la vita delle popolazioni anche molto tempo dopo la fine di un conflitto. I profughi, al loro ritorno nelle zone che hanno ospitato un teatro di guerra, spesso trovano il territorio non solo devastato ma anche disseminato di questi ordigni. Le operazioni di bonifica manuale richiedono grandissima attenzione e sono molto pericolose e molto lente richiedendosi spesso il disinnesco degli ordigni uno per uno. I problemi sociali causati dalle mine in dettaglio sono i seguenti:

2.1. Danni al sistema sanitario

La degenza ospedaliera media di un ferito da scoppio di mina è di 22 giorni, circa il 50% in piú di un ferito da altro tipo di scoppio o da proiettile. Ogni paziente ha bisogno mediamente di due o tre interventi chirurgici, perciò questi feriti, che spesso rappresentano circa il 4% dei degenti, assorbono il 25% delle risorse e dei servizi ospedalieri. La vittima di uno scoppio da mina ha bisogno di trasfusioni di sangue due volte maggiori di altre persone ferite da proiettile e questo spesso in paesi dove i servizi di trasfusione sono già insufficienti. Generalmente i servizi di fisioterapia e di fabbricazione delle protesi vanno creati dal nulla con nuovi e crescenti costi. Si tratta di attività che spesso vengono finanziate da aiuti internazionali ma a scapito di altri comparti medico-sanitari altrettanto fondamentali quali l'igiene pubblica, le vaccinazioni, la lotta alle malattie parassitarie, etc…

2.2. Danni all'agricoltura e all'allevamento.

La presenza delle mine sconvolge direttamente questi due settori e, conseguentemente, altri importanti settori dell'economia. Spesso una percentuale elevata di terre coltivabili è stata minata e quindi non può essere sfruttata, infatti, il solo timore di una simile presenza può paralizzare ogni attività: la preparazione dei terreni, l'irrigazione, le attività forestali e la pastorizia. Per far funzionare la rete irrigua, per cercare legna, per portare il bestiame al pascolo in zone nuove, sempre piú distanti, queste comunità corrono quotidianamente gravi rischi. L'alternativa sarebbe l'abbandono delle proprie terre con conseguenze economiche e sociali gravissime. Quando si cercano nuovi terreni inoltre si aggravano spesso fenomeni di erosione e deforestazione con conseguenze ambientali altrettanto gravi.

2.3. Danni alle infrastrutture

Le strade minate vengono abbandonate, cosí pure i ponti, le ferrovie e le piste di atterraggio; altre vie secondarie vengono utilizzate, ma spesso a costi altissimi per l'economia che si trova privata di un supporto principale, quello della libertà e della rapidità dei trasporti. Quanto all'acqua e all'energia spesso, a causa dei pozzi minati, interi villaggi si spostano, aggravando il fenomeno dell'inurbamento e le condizioni di vita della gente. Generalmente le dighe, le centrali e le linee elettriche vengono prese particolarmente di mira provocandone la paralisi con gravi problemi sia per quanto riguarda lo sminamento che per il loro ripristino.

2.4. Danni alle strutture culturali

Le scuole oltre ad essere utilizzate molto spesso come postazioni militari vengono scelte per la posa di mine o di trappole proprio con l'intenzione di colpire le generazione piú giovani del nemico. I danni inflitti ai bambini e ai giovani si ripercuotono in modo ancora piú grave nel futuro di una nazione.

2.5. Ostacoli al rimpatrio dei rifugiati

Il rimpatrio spesso viene rallentato e reso problematico proprio dalla presenza delle mine. Il mancato ritorno delle popolazioni nelle proprie terre rallenta cosí la ripresa dello sviluppo a tutti i livelli. I rifugiati e gli sfollati necessitano di opportuna formazione prima del rimpatrio perché, ignari del pericolo costituito dalle mine, sono i piú esposti.

3. COSTI UMANI

I costi umani causati da questi strumenti di morte sono estremamente elevati. Organizzazioni di soccorso internazionale come Emergency, Intersos, … attiva sui fronti di guerra, denunciano spesso la tragedia delle mine antiuomo, ordigni piazzati da militari che si fronteggiano in conflitti sanguinosi e che mietono vittime soprattutto tra i civili inermi, spesso bambini che le scambiano per giocattoli. Sempre piú, infatti, nelle guerre odierne i civili sono i destinatari delle azioni belliche decise da vertici politici e militari, costituendo cosí piú del 90% dei morti e dei feriti. Le mine antiuomo inoltre hanno la caratteristica di costituire una minaccia permanente, anche dopo la fine delle ostilità, e perciò sono state definite "armi di distruzione di massa al rallentatore". Nonostante le campagne di sensibilizzazione per la messa al bando delle mine antiuomo sostenute dalle organizzazioni umanitarie, la risoluzione dell'ONU del 1993 e il Trattato internazionale del 1997 firmato da 120 paesi, tra cui l'Italia (ma non da Stati Uniti, India, Cina, Pakistan, Giappone, Israele, Iran e Iraq), ogni anno si producono dai 5 ai 10 milioni di tali ordigni.
Nella grande maggioranza dei casi i conflitti moderni sono di natura interna anziché internazionale: si tratta di guerre civili, di lotte indipendentiste, di "pulizie" etniche e razziali e di campagne terroristiche. Oggi "eserciti" irregolari senza uniforme combattono spesso con armi devastanti anche in aree densamente abitate, si mescolano alla popolazione civile per evitare di essere identificati, talora usano addirittura i civili come scudi umani. Non di rado le azioni terroristiche sono sistematicamente perpetrate anche come parte integrante di una vera e propria strategia politico-militare. Di conseguenza, i civili sono diventati sempre piú vittime di guerra. Nel primo conflitto mondiale i civili costituivano solo il 15% delle vittime, ma nella Seconda guerra mondiale la quota salí al 65%, considerando anche l'Olocausto degli ebrei. Nelle guerre di oggi piú del 90% delle vittime invece è costituito da civili. Queste cifre sono confermate da numerosi istituti di ricerca, tra i quali il SIPRI di Stoccolma e l'IPRI di Oslo oltre che da numerose organizzazioni umanitarie di assistenza alle vittime.
Uno degli aspetti piú drammatici di questa catastrofica evoluzione, ma sarebbe meglio parlare di involuzione, è il sempre piú diffuso impiego di armi come le mine antiuomo, che hanno la peculiarità di costituire una minaccia indiscriminata e persistente. Le mine antiuomo non distinguono tra un combattente e un bambino che gioca, non riconoscono i cessate-il-fuoco, né gli accordi di pace e, una volta sul terreno, possono uccidere o ferire per un tempo indefinito.

4. I danni provocati dalle mine


In termini pratici le mine antiuomo possono essere suddivise in due grandi gruppi: 1) a carica esplosiva, 2) a frammentazione. Le prime, di solito, vengono azionate dalla pressione del piede su un piatto sensibile. Le ferite corporee inflitte da queste mine sono una conseguenza diretta dell'esplosione. Le mine a frammentazione invece sono generalmente attivate da fili di innesco e scagliano una quantità di frammenti metallici verso l'esterno fino a distanze considerevoli. Una parte dei frammenti è contenuta nella mina, mentre i restanti sono il risultato della rottura stessa dell'involucro esterno. Il tipo di mina, le sue caratteristiche operative, la sua posizione nel terreno, la posizione della vittima e le caratteristiche ambientali del sito di esplosione sono fattori che influenzano la natura e l'estensione dei danni provocati da una mina.

Le vittime possono subire un ampio spettro di lesioni tuttavia esse sono riconducibili a quattro schemi generali:

1) Tipo A - Le piccole mine a carica esplosiva, di diametro inferiore a 10 centimetri, producono ferite che chiameremo di tipo A. Tra le mine piú comuni in questo gruppo vi sono le mine italiane TS-50 e SB-33, che possono essere disperse a distanza, e le VS-50 e VAR-40, da collocare a mano, le statunitensi M-14 e le cinesi Modello 72. Tipicamente queste armi amputano il piede o la gamba. In alcuni casi risulta spappolata solo una parte del piede, a seconda di come la mina è stata collocata sul terreno e di come viene urtata. Nella maggior parte dei casi le ferite prodotte da questo tipo di ordigno interessano la gamba fino all'altezza del ginocchio e non si riscontrano danni alla parte superiore del corpo o all'altra gamba.

2) Tipo B - Le mine antiuomo a carica esplosiva di dimensioni maggiori, come quelle della serie russa PMN, provocano un altro genere di ferita (di tipo B). In parte la differenza dipende semplicemente dalle maggiori dimensioni della mina. Il diametro della VS-50 è di nove centimetri, mentre quello di una PMN è di 11,2 centimetri. L'onda d'urto provocata dall'esplosione di queste due mine ha la stessa velocità, pari a circa 6800 metri al secondo, ossia sette volte piú alta di quella di una pallottola ad alta velocità. Il cono dell'esplosione di una PMN, invece, ossia il volume sul quale è distribuita la forza esplosiva, è molto piú ampio rispetto a quello della VS-50. Inoltre una PMN-2 contiene 150 grammi di TNT e una PMN 240 grammi, mentre una VS-50 contiene soltanto 42 grammi di RDX-TNT (sia TNT, sia RDX-TNT sono esplosivi di alta qualità). Le vittime che si imbattono in queste grosse mine subiscono inevitabilmente delle amputazioni molto traumatiche. Spesso la parte inferiore della gamba viene completamente maciullata, una parte della tibia sporge dal moncone e i muscoli che restano vengono spappolati e spinti verso l'alto, dando alla lesione l'aspetto di una specie di cavolfiore. A volte lo scoppio distrugge tutta la parte inferiore della gamba incluso il ginocchio. Si possono riscontrare anche gravi ferite alla coscia, ai genitali o alle natiche e in molti pazienti si rilevano danni anche all'altra gamba, di solito si tratta di ferite multiple o di fratture esposte. Talvolta vengono irrimediabilmente perdute parti di entrambe le gambe, mentre meno comuni sono le ferite da penetrazione all'addome o al torace.

3) Tipo C - Le mine russe PFM-1, chiamate anche "mine-farfalla", provocano un terzo tipo di ferita (tipo C). Questi ordigni presentano alette sporgenti che li rendono in grado di planare dolcemente al suolo dopo il lancio da un elicottero; una quantità incredibile di queste "farfalle", per esempio, fu impiegata dalle Forze Armate sovietiche nel conflitto afghano. La PFM-1 è un ordigno particolarmente insidioso perché è un ordigno-giocattolo. Sebbene gli esperti sostengano che la forma della PFM-1 sia ispirata unicamente da criteri di funzionalità, resta il fatto che costituisce un'attrazione per i bambini. La caratteristica unica di queste mine è che si attivano quando le alette vengono distorte oppure per pressione cumulativa. In altre parole, non necessariamente esplodono appena vengono toccate. A volte i bambini raccolgono la mina-farfalla e giocano per ore con i compagni finché all'improvviso avviene l'esplosione. L'espressione mina-giocattolo, dunque, sembra totalmente giustificata. Tecnicamente, la PFM-1 è solo un altro tipo di piccola mina a carica esplosiva collocabile a distanza, ma necessita di una descrizione a parte per il particolare tipo di danno che procura. Per i motivi esposti la PFM-1, quando esplode, di solito si trova fra le mani dalla vittima, che subisce cosí l'amputazione di una o di entrambe le mani all'altezza del polso. In casi meno gravi vengono distrutte solo due o tre dita. Spesso però l'esplosione procura ferite anche al torace e al volto, coinvolgendo in molti casi gli occhi e provocando cecità parziale o totale.

4) Tipo D - Le mine antiuomo a frammentazione provocano il quarto tipo di ferita (tipo D). A questo gruppo appartengono le mine a frammentazione, come l'italiana Valmara-69, la statunitense M16 e la serie russa POMZ. Alcuni di questi ordigni vengono collocati sul terreno ma, quando si attivano, saltano a mezz'aria prima di esplodere, cosicché i frammenti vengono dispersi nel massimo volume possibile con effetti piú devastanti e spesso letali. Anche le mine a frammentazione direzionale - come le russe MON e POMZ "a picchetto" e la statunitense M18A1 (o "Claymore"), che dirigono i loro proiettili verso un bersaglio - fanno parte di questa classe. Tutte queste mine vengono spesso attivate tramite fili d'innesco.

La caratteristica peculiare delle mine a frammentazione è quella di scagliare frammenti metallici su un'area molto vasta. La Valmara-69, per esempio, esplode ad un'altezza compresa tra 50 centimetri e un metro - piú o meno all'altezza del bacino di una persona - e proietta circa 2000 schegge metalliche a 360 gradi. Secondo gli esperti, questa mina è letale in un raggio di 25 metri e può provocare ferite fino a 200 metri di distanza. Le mine a frammentazione possono procurare ferite su tutta la superficie corporea. La dimensione della ferita dipende in parte dalla grandezza della scheggia che è penetrata. Se la vittima è lontana qualche metro dal sito dell'esplosione, molto spesso i frammenti penetrano nell'addome, nel torace o nel cervello, in particolare se la mina è del tipo "a rimbalzo". A distanze inferiori, invece, le ferite somigliano al tipo B. Raramente si deve intervenire per amputazioni traumatiche procurate da mine a frammentazione, perché di solito queste mine uccidono all'istante chi le calpesta.

La difficoltà nel reperire i dati non consente di avere un quadro preciso e completo sugli effetti che le mine hanno sulla salute, tuttavia si possono fare delle stime. Vari studi hanno cercato di documentare le conseguenze sociali e la frequenza degli infortuni causati dalle mine (AMERICAN PAIN SOCIETY, Quality of Care Committee, JAMA 1995 (274), 1874-1880). Tutti i dati disponibili suggeriscono che l'impatto delle mine è probabilmente molto sottostimato, dato che solo i sopravvissuti in condizioni migliori ricevono un trattamento.

Le tre cause principali di incidente sono le seguenti:

I. Passaggio su mina interrata (30%). La vittima subisce l'amputazione traumatica dell'arto inferiore e, talvolta, anche lesioni all'altro arto inferiore o ai genitali.
II. Passaggio su mina a frammentazione, esplodente all'altezza dell'addome (50%). Le lesioni sono mortali nel raggio di 25 m., lo scoppio infligge comunque ferite entro un raggio di 200 m. Le lesioni alla testa, al collo, al torace o all'addome sono spesso fatali.
III. Maneggiamento di una mina (5%). La vittima, spesso un bambino, subisce gravi danni agli arti superiori associati a lesioni facciali, spesso oculari.

Il restante 15% delle vittime non rientra in uno dei suddetti gruppi. Le lesioni croniche conseguenti possono riguardare spesso occhi e nervi periferici.

Messa al bando delle mine antiuomo

Gli accordi internazionali, come le Convenzioni di Ginevra e Ottawa, proibiscono l'uso delle armi che causano una mutilazione indiscriminata ed inutile (ICRC, The Geneva Conventions of August 12, 1949, Ginevra 1986). Malgrado ciò ogni anno si fabbricano nel mondo da 5 a 10 milioni di mine antiuomo che vengono impiegate ovunque facendo ancora innumerevoli vittime.

Nel 1980 l'ONU adottò quella che è conosciuta come la Convenzione sulle armi inumane. Sebbene questa convenzione ed i suoi protocolli intendessero garantire una protezione ai civili, gli eventi che si sono succeduti nel corso del tempo hanno mostrato chiaramente la sua inadeguatezza. Negli ultimi anni piú di quattrocento organizzazioni umanitarie, in una trentina di paesi, hanno lanciato delle campagne per stimolare l'opinione pubblica internazionale sugli effetti disastrosi delle mine antiuomo, esercitando pressioni sull'ONU e sui governi nazionali per la messa al bando della loro produzione, della loro vendita, dell'esportazione e del loro impiego. Le campagne hanno spesso dato risultati significativi facendo sí che diversi paesi abbiano deciso di arrestare la produzione o l'esportazione di mine, almeno in via provvisoria.

A partire dagli anni Novanta, fortunatamente, sono aumentate le pressioni per una messa al bando globale di questi ordigni. Nel dicembre 1993 l'Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione non vincolante che auspicava una messa al bando delle mine antiuomo. La legge internazionale che ne limita l'uso, il Protocollo sulle mine del 1981, ratificato da soli 39 paesi, ne regolava l'impiego in guerra ma non nei conflitti interni. Da quel momento sono stati creati altri campi minati, ad esempio in Georgia, Armenia, Azerbaigian e Tagikistan, come pure in molti territori della ex Iugoslavia.

Nel 1995 si riuní a Vienna una Conferenza di revisione sulla Convenzione. La diplomazia internazionale focalizzò la discussione sui vari aspetti tecnici e militari delle mine antiuomo ma dopo tre settimane la Conferenza venne aggiornata senza giungere ad un accordo. Da un punto di vista umanitario fu un fallimento. La totale messa al bando di queste armi indiscriminate - che sarebbe l'unica reale soluzione del problema - non venne praticamente presa in considerazione. Un accordo di emendamento del Protocollo è stato sottoscritto invece nel maggio 1996 da 49 paesi in una conferenza internazionale tenutasi a Ginevra. Pur fallendo l'obiettivo del bando totale, l'accordo impone che tutte le mine antiuomo prodotte dal gennaio 1997 in poi siano rilevabili (incorporino cioè una sufficiente quantità di materiale ferroso) ed estende il Protocollo precedente anche ai conflitti interni. Oggi la maggior parte degli Stati e dei cittadini del mondo ha ben presenti gli orrori delle armi nucleari e le aborrisce, è stupefacente invece che non si sollevino obiezioni davanti al massacro quotidiano di civili innocenti perpetrato con le mine antiuomo.

Altre condizioni imposte dall'accordo comprendono la proibizione di mine progettate per causare "danni superflui", o per esplodere quando vengono rilevate. Inoltre si richiede che le mine depositate a distanza siano progettate in modo tale da autodistruggersi dopo un certo tempo (per adempiere a quest'ultima condizione sono stati dati nove anni di tempo). Nel 1997 dunque sono stati fatti grandi progressi verso l'interdizione delle mine antiuomo. Nel settembre dello stesso anno è stata approvata in Norvegia, dai rappresentanti di 97 paesi, tra cui l'Italia, la bozza del Trattato internazionale per la messa al bando delle mine antiuomo. In dicembre il trattato è stato firmato a Ottawa, in Canada, dai rappresentanti di 120 paesi.

Con le mine CHI CI PERDE E CHI CI GUADAGNA?

" le nazioni più colpite sono l'Afghanistan, il Mozambico, l'Angola, la Cambogia, l'ex Jugoslavia, il Rwanda.
" le principali nazioni produttrici Burma, Cina, Corea del Nord, Corea del Sud, Cuba, India, Iran, Iraq, Nepal, Pakistan, Russia, Singapore, Stati Uniti, Vietnam.

 

IL TRATTATO DI OTTAWA PER LA MESSA AL BANDO DELLE MINE

impegna gli Stati firmatari a:
1. impedire ogni produzione, uso, stoccaggio ed esportazione di mine antipersona;
2. distruggere entro quattro anni tutte le mine antipersona esistenti nei rispettivi arsenali;
3. bonificare le aree minate nel proprio territorio entro 10 anni;
4. fornire assistenza tecnica e finanziaria per le operazioni di sminamento e l'assistenza alle vittime.

In Italia, nell'ottobre del 1997 è stata approvata una legge che dispone il divieto di produrre, detenere ed esportare mine antiuomo, nonché la distruzione di tutte le mine presenti sul territorio nazionale. Nello stesso mese l'Accademia di Svezia ha assegnato il premio Nobel per la pace a Landmine Campaign, l'organizzazione da anni impegnata nella lotta alle mine antiuomo.

Chi produce e fa uso delle armi raramente prende in considerazione il loro effetto a lungo termine sulla salute umana. Da un punto di vista militare, le mine continuano ad essere considerate delle armi efficaci, visti i loro costi contenuti e le loro capacità deterrenti. Porre un divieto completo sulla produzione, sulla vendita, sull'accumulo e sull'utilizzo di tali armi si è dimostrato alquanto difficile se non impossibile, come nel caso delle armi biologiche e chimiche. Secondo la WHO (Organizzazione Mondiale della Sanità) ci vorrebbero piú di dieci secoli per rimuovere tutte le mine già sparse in tutto il globo. Le misure di prevenzione nei paesi afflitti dal problema consistono in programmi di consapevolezza sul rischio del maneggiamento e in programmi di recupero delle mine incentivati da un guadagno commerciale. Il trattamento e la riabilitazione delle vittime continueranno tuttavia a costituire la prima esigenza umanitaria. La riabilitazione e la terapia del dolore per i sopravvissuti non hanno riscosso, fino ad oggi, il successo sperato. La formazione sanitaria relativa alla terapia del dolore post-amputazione e del PLP dovrebbero essere piú accessibili a tutte le organizzazioni sanitarie ed ai singoli operatori.

Infine si ritiene ancora e troppo spesso che in guerra tutto sia lecito, in realtà niente è piú pericoloso e dannoso di una simile opinione, anche da un punto di vista strettamente militare. L'uso delle mine antiuomo, oltre alle gravissime violazioni morali ed etiche già rilevate, comporta anche la disonorevole trasgressione di molte delle regole fondamentali del combattente che dovrebbero animare ogni conflitto armato:

1) L'uso delle mine crea sofferenze inutili che, lungi dall'attenuare la volontà di battersi del nemico, lo spingono alla vendetta.
2) L'uso delle mine va contro la regola che impone di combattere solo contro i nemici e gli obiettivi militari.
3) Le mine procurano spesso danni maggiori di quelli richiesti dall'assolvimento del compito affidato.
4) Le mine colpiscono anche il nemico che si è arreso o che è fuori combattimento.
5) Le mine sono spesso strumenti di vendetta che possono innescare una spirale di odio e di distruzione crescente.
6) Le mine possono danneggiare le persone ed i beni della Croce Rossa, della protezione dei beni culturali, della protezione civile e di altre organizzazioni umanitarie.
7) L'uso delle mine viola spesso il rispetto dovuto alle proprietà ed ai beni altrui.
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La Santa Sede chiede di adottare ed applicare la Convenzione contro le mine antiuomo

La Santa Sede ha rivolto un accorato appello affinché tutti i Paesi adottino e rispettino la Convenzione di Ottawa sul divieto di usare, immagazzinare, produrre e trasferire le mine antiuomo e sulla loro distruzione.
Riferendosi alle mine antiuomo, definite a volte come l'"arma dei poveri", mons Silvano Tomasi, Osservatore Permanente della Santa Sede presso l'Ufficio delle Nazioni Unite a Ginevra ha constatato che "hanno reso i Paesi poveri ancora più poveri".
"Hanno lasciato le loro vittime senza mani e senza piedi, i bambini senza futuro, i contadini senza terra da coltivare e le giovani generazioni senza un futuro nella loro terra natale, con l'unica alternativa dell'emigrazione verso una situazione incerta", ha denunciato il prelato.
"Basta dare un'occhiata alla geografia dei Paesi più colpiti dalle mine antiuomo per rendersi conto di questa ulteriore ingiustizia, che rende ancora più profonde le differenze che bisogna superare nel cammino della costruzione della pace".
La Convenzione di Ottawa è stata stabilita il 18 settembre 1997 ed è entrata in vigore il 1° marzo 1999.
Da allora, 116 Paesi hanno distrutto un totale di 31 milioni di mine. Per realizzare gli obiettivi della Convenzione sono stati spesi finora 1.600 milioni di dollari.
I Paesi che hanno aderito alla Convenzione erano, sono 148.
"Le norme stabilite dalla Convenzione dovrebbero essere messe in pratica a livello universale, perché traducono una preoccupazione umanitaria senza ambiguità".
"Quante volte ci siamo lamentati per la scelta indiscriminata di certe armi che si sono trasformate in una fonte di inquietudine e di sofferenza ingiustificate anziché di sicurezza e protezione?"
La Convenzione di Ottawa, "è un passo significativo nella giusta direzione, quella della pace autentica fondata sulla giustizia, la riconciliazione, la libertà e sulla collaborazione sincera tra tutti i Paesi".

Giovanni Paolo II:

"Questo deve finire!". Con questa espressione così energica Giovanni Paolo II si è rivolto al vertice contro le mine antiuomo per chiedere che tutti i Paesi eliminino definitivamente queste armi letali.
Il messaggio del Papa è stato letto nella Conferenza di esame della Convenzione sulla proibizione delle mine antiuomo, in svolgimento dal 29 novembre al 3 dicembre 2004 a Nairobi.
Il messaggio, indirizzato all'ambasciatore Wolfgang Petritsch, rappresentante dell'Austria presso l'Organizzazione delle Nazioni Unite a Ginevra e presidente della Conferenza, ricorda che la Santa Sede è stata una delle prime a ratificare la Convenzione di Ottawa, che come questa Conferenza aveva come obiettivo "la proibizione dell'impiego, dell'immagazzinamento, della produzione e del trasferimento delle mine antiuomo", così come "la loro distruzione".
Il Papa informa che davanti a questa assemblea "la Santa Sede ha lanciato una campagna di sensibilizzazione tra le Chiese locali rispetto al problema delle mine antiuomo, diffondendo informazioni su questo grave problema, sollecitando un impegno attivo in questo senso e chiedendo preghiere per le vittime delle mine antiuomo e per il successo della Conferenza".
"E' necessario continuare con gli sforzi, soprattutto nei campi della distruzione dei depositi di munizioni, dello sminamento e della reintegrazione socioeconomica delle vittime di queste armi".
"Le mine antiuomo uccidono e mutilano molte vittime innocenti e danneggiano gravemente l'economia dei Paesi in via di sviluppo, privandoli di numerose terre agricole minate, essenziali per la sopravvivenza di queste Nazioni, questo deve finire!".
Nella sua lettera il Santo Padre propone che i Paesi ricchi, di fronte agli elevati costi dell'opera di sminamento, aiutino quelli poveri le cui terre sono minate.
"Quando gli Stati si uniscono in un clima di comprensione, di rispetto reciproco e di cooperazione per opporsi ad una cultura di morte ed edificare nella fiducia una cultura della vita, la causa della pace avanza nella coscienza delle persone e di tutta l'umanità".
"Quando la negoziazione multilaterale e la cooperazione internazionale arrivano ad adottare misure concrete che permettano di vivere in sicurezza e dignità alle popolazioni, tra le quali numerosi bambini, l'umanità trionfa", ha sottolineato.
Il Papa ha poi offerto l'appoggio della Chiesa cattolica alle Organizzazioni non Governative, soprattutto alla International Campaign to Ban Landmines, per sensibilizzare l'opinione pubblica internazionale sui "pericoli delle mine antiuomo", la "riabilitazione di persone handicappate" a causa loro, "l'appoggio psicologico" di cui hanno bisogno, la promozione della "reintegrazione nella società" e "l'educazione alla pace".

Già prima nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace (1999) Giovanni Paolo II affermava con forza:

"Il disarmo deve estendersi all'interdizione di armi che infliggono effetti traumatici colpiscono indiscriminatamente, nonché delle mine antipersona, un tipo di piccoli ordigni, insidiosi, poiché continuano a colpire anche molto tempo dopo il termine delle ostilità".

Note:

http://www.campagmamine.org

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