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Peacebuilding: un manuale formativo Caritas

Peacebuilding: un manuale formativo Caritas

Aggiornamento del "Manuale di formazione alla pace", pubblicato nel 2002 da Caritas Internationalis, traduzione in italiano a cura di Caritas diocesana di Roma - Servizio Educazione Pace e Mondialità (S.E.P.M.).

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tratto da:
Guida del mondo 2007/2008. Il mondo visto dal Sud - Ed. EMI (Editrice Missionaria Italiana)

Situata nel sud-ovest della Russia, la Repubblica Cecena di Ichkeria (Cecenia) è un’area di 15.000 kmq sul versante orientale del Caucaso. Confina a ovest con l’Ossezia e l’Inguscezia, a est con il Daghestan e a sud con la Georgia. Il territorio è pianeggiante nel nord e nella parte occidentale. L’attività agricola si concentra per lo più nelle valli dei fiumi Terek e Sunzha. La Cecenia e tutta la regione sono ricche di petrolio e di gas naturale.

Gli abitanti, circa un milione, sono quasi tutti ceceni. Le minoranze principali sono costituite da ingusci e russi. A Grozny, la capitale, vivono più di 370.000 persone.

I ceceni erano originariamente uno fra i tanti gruppi etnici che componevano lo stato alano, nato nell’VIII sec. e distrutto dai mongoli nel XIII sec. Dopo circa duecento anni questa popolazione ridiscese nelle pianure, combattendo, ma anche commerciando, con russi e georgiani. Dal XVIII sec. La religione dei ceceni è l’islam sunnita.

I ceceni si chiamano nokhchi e la loro lingua appartiene al ramo nakh della famiglia caucasica nord-orientale. Essi adottarono la scrittura araba fino al 1920 circa, poi, con l’avvento dell’Unione Sovietica, la sostituirono con l’alfabeto cirillico russo; ma usarono anche l’alfabeto latino.

Quando proclamarono la Repubblica Cecena, nel 1991, adottarono ufficialmente l’alfabeto latino.

La resistenza allo zar

Dal XVI al XVIII sec., la regione del Caucaso fu contesa tra gli zar russi, l’impero ottomano e la Persia. Nacque allora il movimento di resistenza agli invasori, guidato da Sheikh Mansur. Questo leggendario eroe nazionale fu catturato dai russi nel 1791 e morì in carcere.

Pur mantenendo rapporti commerciali con la Russia, la Cecenia resistette ai tentativi di annessione da parte dello zar. Nel 1840 Imam Shamil diede avvio a una rivolta che coinvolse anche altri popoli caucasici e respinse le truppe imperiali di Nicola I e Alessandro II per più di un decennio. Ma infine, nel 1859, l’impero russo annetté la Cecenia. Shamil fu catturato e morì in esilio.

Il periodo sovietico

Dopo la rivoluzione russa del 1917, i ceceni combatterono localmente nella guerra civile sia contro i cosacchi – cioè gli anticomunisti o russi bianchi -, sia contro i comunisti. Con la vittoria dei sovietici, i ceceni si unirono con altri popoli caucasici formando, nel 1920, la Repubblica dei Popoli delle Montagne. Nel 1922 i sovietici ne staccarono la Cecenia facendone una regione autonoma, e nel 1924 abolirono la repubblica. Negli anni ’30 molti ceceni furono costretti a lavorare in fattorie collettive e subirono una persecuzione religiosa. Reagirono combattendo, per proteggere il loro stile di vita. Nel 1934 i sovietici unirono ceceni e ingusci nella Regione Autonoma Ceceno-Inguscia che divenne, nel 1936, una repubblica autonoma.

Durante la seconda guerra mondiale, Stalin accusò i ceceni e gli ingusci di collaborare con i nazisti. Nel 1944 li fece deportare in Asia centrale e abolì la repubblica, che fu restaurata solo nel 1957, quando agli abitanti fu permesso di tornare dall’esilio.

La prima guerra russo-cecena

I ricchi giacimenti petroliferi della regione caucasica sono il motivo fondamentale dell’attuale conflitto. La Russia vuole mantenere il controllo sulla produzione e sull’esportazione del petrolio e del gas, contro i secessionisti ceceni e le multinazionali occidentali.

Nell’ottobre del 1991 il generale Dzokhar Dudaev, che aveva cacciato il governo comunista da Grozny, ottenne una grande vittoria elettorale. La Cecenia proclamò l’indipendenza, ma Mosca si rifiutò di riconoscerla; gli in gusci formarono una repubblica per conto loro e Dudaev non riuscì a ottenere sostegno a livello internazionale.

Nel dicembre del 1994 Boris Eltsin ordinò l’invasione della Cecenia. Grozny fu distrutta quasi completamente con le bombe, e infine venne occupata dall’esercitodella Federazione Russa nel febbraio del 1995. Ci furono migliaia di morti. Dudaev dovette nascondersi, ma le sue truppe ribelli continuarono a combattere.

Nel marzo del 1996, Eltsin e il presidente ceceno Zelimkhan Yandarbiyev concordarono il cessate il fuoco. In quell’anno erano già morte 40.000 persone, civili compresi, e 300.000 ceceni erano fuggiti all’estero. In seguito, la Federazione Russa riconobbe l’autonomia della Cecenia, ma proibì la secessione. Alcuni ceceni si convinsero a sostenere questa decisione, ma i ribelli continuarono a battersi per la piena indipendenza. In agosto le milizie svolsero una grande offensiva, impedendo alle truppe russe di riconquistare Grozny. In dicembre l’esercito russo, umiliato, concludeva le operazioni di ritiro.

Aslan Mashkadov vinse le elezioni cecene del gennaio 1997. In maggio, fu firmato un trattato di pace sulla linea dell’accordo del 1996. Mashkadov, però, perse il controllo dei ribelli più radicali.

La fine della prima guerra russo-cecena permise ai russi di riparare e riaprire la sezione cecena dell’oleodotto Baku-Novorossijsk. Questo oleodotto è essenziale per la Russia, non solo perché la compagnia monopolista russa Transneft riscuote annualmente fino a 300 milioni di dollari di tariffe di transito, ma anche perché il suo funzionamento determinerà i tracciati delle future condutture del petrolio e del gas. L’oleodotto fu riaperto nel 1997.

La seconda guerra russo-cecena

Nell’agosto del 1999, Vladimir Putin divenne primo ministro della Russia. In quel periodo, guerriglieri secessionisti islamici penetrarono in Cecenia dal Daghestan, occuparono alcuni villaggi e proclamarono la regione terra islamica. Le truppe russe riconquistarono i villaggi, ma i combattenti ceceni si unirono al tentativo di stabilire uno stato islamico. Una serie di attacchi terroristici a Mosca fu attribuita da Putin ai terroristi islamici ceceni e diede luogo a un nuovo assalto a Grozny. Il leader ribelle Shamil Basaev negò ogni responsabilità in quegli attentati.

L’ascesa di Putin alla presidenza alla fine del 1999 rafforzò l’intenzione della Russia di mantenere la Cecenia all’interno della Federazione. I duri scontri tra l’esercito russo e i 2.000 ribelli ceceni continuarono fino agli inizi di febbraio 2000. Grozny era ormai una città in rovina, ma in mano ai russi. Circa la metà dei ribelli sopravvissuti fuggirono sulle montagne della Cecenia meridionale, dove continuarono a combattere.

La capitale fu trasferita a Gudermes.

I ceceni fatti prigionieri furono inviati in centri di detenzione a Chernokosovo, nel nord della Cecenia, e a Mozdok, in Inguscezia. Secondo diverse associazioni per i diritti umani, questi prigionieri furono torturati.

Nel maggio del 2000, Mosca nominò Akhmad Kadyrov al posto di Mashkadov. Il conflitto proseguì nel 2001 tra denunce di violazioni dei diritti umani perpetrate dai soldati russi.

Dopo gli attacchi dell’11 settembre agli USA, Putin presentò la guerra in Cecenia come una “operazione antiterroristica” contro estremisti islamici collegati ad al-Qaeda. Si guadagnò così l’appoggio di alcuni paesi occidentali che prima avevano ignorato o condannato la guerra.

Nell’ottobre del 2002 una banda di 50 guerriglieri ceceni sequestrò 800 civili all’interno del teatro Dubrovka a Mosca, minacciando di uccidere gli ostaggi se l’esercito russo non si fosse ritirato dalla

Cecenia. Le forze speciali russe invasero il teatro, dopo averlo riempito di un gas disabilitante che uccise più di 100 ostaggi. Tutti i ceceni furono uccisi, e i circa 700 ostaggi rimasti vennero liberati.

Nel maggio del 2003 si svolse un referendum su una nuova costituzione che avrebbe concesso alla Cecenia lo status di repubblica all’interno della Federazione Russa. La maggioranza dei ceceni votò a favore della proposta. I ribelli invece la respinsero e giurarono che avrebbero continuato a combattere fino all’indipendenza. Proseguirono gli attentati e gli scontri.

Il 9 maggio 2004 una bomba a Grozny uccise il presidente Kadyrov. In agosto venne eletto un altro candidato filorusso, Alu Alkhanov.

Il 1° settembre a Beslan, nell’Ossezia del nord, un commando di 32 terroristi ceceni sequestrò più di 1.000 bambini in una scuola. Due giorni dopo le forze speciali russe irruppero nell’edificio e si scatenò un massacro: 338 morti, di cui oltre la metà bambini.

Nel marzo del 2005 i russi hanno ucciso il leader indipendentista Aslan Mashkadov. Al suo posto è stato nominato ad interim Abdul- Khalim Sadulayev, la guida religiosa dei ribelli.

Il Centro Memorial per i diritti umani nell'aprile del 2005 ha reso noto che più di 3.000 ceceni sono stati uccisi in Cecenia a partire dal 2000 e che 1.543 abitanti sono stati sequestrati nello stesso periodo; fra questi, 892 continuano ad essere dispersi. Nel febbraio 2006 il Commissario Onu per i diritti umani Louise Arbour ha parlato delle gravi condizioni in cui vivono i rifugitai ceceni nel Caucaso settentrionale. Louise Arbour ha visitato un accampamento a Ingushetia, dove i rifugiati hanno allestito un campo profughi con migliaia di tende per sfuggire al conflitto. Il commissario incontrerà i funzionari ceceni a Grozny per discutere il problema dei diritti umani in Cecenia, dove gli abusi sono diffusi sia da parte dell'esercito russo che da parte dei gruppi combattenti.

Il 1 marzo il Primo Ministro dimissionario della Cecenia, Sergei Abramov, ha reso noto il nome del suo successore , il capo della milizia Ramzan Kadyrov, figlio del presidente assassinato Akhmad Kadyrov. I gruppi per i diritti umani sostengono che la milizia cecena è responsabile di sparizioni, uccisioni e torture. Dopo aver rassegnato le dimissioni, Abramov ha detto di averlo fatto a condizione che Kadyrov fosse eletto suo successore per guidare i ceceni.

Secondo l'Associazione per i Popoli Minacciati (APM), a un anno dall'assassinio dell'ultimo presidente ceceno liberamente eletto Aslan Maskhadov (8 marzo 2005), la situazione della popolazione civile in Cecenia è insopportabile: indifesa di fronte al terrore dell'esercito russo, dei servizi segreti russi, degli squadroni della morte del premier ceceno pro-russo Ramzan Kadyrov e dei gruppi radicali islamici.. La vita della popolazione civile è caratterizzata dalla costante paura di essere rapiti, torturati, stuprati e uccisi e dalle catastrofiche condizioni umanitaria ed ecologica. Le guerre del 1994-1996 e del 1999 sono costate la vita a circa un quarto della popolazione cecena, che conta oggi poco meno di un milione di persone e per i sopravvissuti la soluzione politica del conflitto sembra ormai un utopia. Il neo premier Ramzan Kadyrov è un criminale di guerra che ha partecipato in prima persona alle torture e agli assassinii di civili. I suoi squadroni diffondono il terrore nel paese: notte dopo notte stuprano, uccidono e rapiscono civili che spariscono nei cosiddetti sotterranei della tortura.

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