Diverse organizzazioni internazionali per i diritti umani e movimenti pacifisti hanno sollevato critiche formali nei confronti dell'Unione Europea, denunciando un approccio incoerente riguardo al diritto all'obiezione di coscienza nel contesto del conflitto russo-ucraino.
Ecco un'analisi dettagliata dei punti sollevati.
1. Le accuse di "silenzio selettivo"
L'EBCO (European Bureau for Conscientious Objection), insieme a WRI (War Resisters' International) e la International Fellowship of Reconciliation (IFOR), sostiene che l'UE stia adottando un "doppio standard":
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sostegno formale: l'UE condanna la repressione degli obiettori in Russia e Bielorussia (spesso visti come dissidenti politici);
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il "silenzio selettivo": le stesse organizzazioni lamentano una mancanza di pressione politica dell'UE sull'Ucraina affinché non sospenda il diritto all'obiezione di coscienza, sospensione introdotta sotto la legge marziale.
2. Il riferimento all'articolo 10
Le organizzazioni citano sistematicamente la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea. L'articolo 10 recita:
"Ogni persona ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione [...] Il diritto all'obiezione di coscienza è riconosciuto secondo le leggi nazionali che ne disciplinano l'esercizio."
Il punto di frizione legale è che, sebbene l'articolo rimandi alle "leggi nazionali", la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo (CEDU) ha stabilito in diverse sentenze che l'obiezione di coscienza al servizio militare è un diritto protetto dalla Convenzione, che l'Ucraina è tenuta a rispettare in quanto membro del Consiglio d'Europa.