Eni, gli scandali e il clima. E il nostro stile di vita.

Il gigante italiano del fossile, i suoi guai giudiziari e il suo impatto sul riscaldamento globale. Cosa possiamo fare per fermarlo?
14 novembre 2019
Linda Maggiori

Eni pozzo falconara Cosa si nasconde dietro il carburante che mettiamo nel motore? Non solo inquinamento e polveri sottili. Dagli anni 50 le grandi multinazionali del fossile distruggono l’ambiente e soffocano la democrazia nei paesi dove si insediano. Ricordiamoci che non esistono “distributori etici” né nemmeno carburanti “solidali” in questo settore. Non si salva neppure il metano e neanche il biodiesel da olio di palma, che risulta tre volte più impattante del diesel tradizionale. (legambiente.it/savepongo; rapporto di Greenpeace “Metti (l’estinzione) di una tigre nel motore”, 2011). 

Il colosso italiano Eni, controllato per il 30% da Cassa Depositi e Prestiti e dal MEF, presente in Egitto, Libia, Tunisia, Algeria, Marocco, Costa d’Avorio, Ghana, Nigeria, Mozambico, Kenya, Repubblica del Congo, Gabon, Angola e Sudafrica, non ha la coscienza pulita. Un gruppo di ragazzi ha inviato un appello (al quale ho aderito volentieri), per “far luce sulle numerose inchieste che coinvolgono la multinazionale Eni S.p.A”. 

https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=10212536841050641&id=1671733008&__tn__=K-R 

Denunciano “uno scenario aberrante, nel quale spicca in primo piano il processo per corruzione internazionale relativo alle assegnazioni del giacimento offshore nigeriano OPL 245, che è in fase di svolgimento presso il Tribunale di Milano e vanta come imputati Paolo Scaroni, ex amministratore delegato, Claudio Descalzi, attuale amministratore delegato, Roberto Casula, chief development operations & technology officer di Eni S.p.A, e Ciro Pagano, dirigente di Eni Nigeria.”

Per non parlare della devastazione ambientale, come dimostra “lo storico processo, aperto dal Tribunale di Milano il 9 gennaio del 2018 e intentato, con il sostegno dei legali della ong Friends of Earth, dalla comunità Ikebiri del re Francis Ododo, nel quale l’accusa richiede (ad Eni) un risarcimento di 2 milioni di euro per il disastro ambientale che ha danneggiato l’area di Clough Creek, nello Stato meridionale del Beyalsa, Nigeria.”

Ma gli scandali ENI non si fermano qui: “esiste un secondo processo per corruzione internazionale, relativo allo sfruttamento di giacimenti petroliferi in Algeria, terminato con la condanna di alcuni dirigenti appartenenti alla controllata Saipem, e l’inchiesta giudiziaria riguardante un terzo caso di corruzione internazionale, relativo allo sfruttamento del giacimento off-shore congolese Marine XI”.

http://www.giannibarbacetto.it/2018/04/08/non-ce-due-senza-tre-indagini-anche-su-tangenti-eni-in-congo/ 

Per questo i giovani attivisti chiedono: “l'istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta, al fine di far luce sui metodi e sui meccanismi di azione applicati dal colosso chimico-petrolifero italiano, al fine di porre i massimi vertici di Eni dinanzi ad un serio accertamento delle proprie responsabilità..”

Eni è anche uno delle aziende che a livello globale impattano più sul clima: non solo per l'estrazione di petrolio, ma anche per il gas, erroneamente ritenuto meno inquinante o alleato della transizione (come sostiene il consigliere regionale PD Bessi nel suo recente libro). Il metano, secondo gli scienziati, ha un impatto sul clima notevole, soprattutto nel momento dell'estrazione e trasporto, perché ci possono essere perdite e fuoriuscite. E il gas metano liberato in aria ha un potenziale di riscaldamento globale 28 volte superiore a quello della CO2.

Questa estate, la Commissione europea ha pubblicato i commenti al Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC) redatto dal governo italiano, affermando chiaramente che la centralità assoluta data al gas in questo piano va in senso contrario rispetto agli obiettivi di decarbonizzazione, ovvero la progressiva riduzione delle emissioni di CO2. Il gas non è affatto un combustibile pulito, è una fonte fossile che emette gas serra. Serve per accompagnare la transizione energetica, ma non deve rallentare questo processo. Investire nel fossile, nelle nuove infrastrutture per il gas (dalla Tap alle trivelle),  altro non fa che togliere energie e fondi necessari al rinnovabile. Sono oltre 18 miliardi di euro che l’Italia versa al settore Oil&Gas attraverso sussidi diretti e indiretti.  

Tutto questo dovrebbe farci riflettere, siamo tutti un po' coinvolti. Dall'alto dovrebbe partire un imponente piano di riconversione, ma per pretenderlo, per velocizzarlo, oltre che protestare, dobbiamo agire, essere coerenti. Non esiste benzina etica, non esiste gas e metano equo e solidale, non esiste consumo critico in questo settore. Ricordiamocelo ad ogni pit stop per fare carburante. Ad ogni inverno col gas che ci riscalda. L'unico consumo davvero critico è mollare l'auto e inforcare la bici (o il mezzo pubblico). Illuminarci e riscaldarci con energia rinnovabile. 

Note: https://www.theguardian.com/environment/live/2018/oct/08/ipcc-climate-change-report-urgent-action-fossil-fuels-live
https://www.greenpeace.org/italy/storia/5601/la-lista-nera-delle-trivelle-da-dismettere/
https://www.legambiente.it/wp-content/uploads/oltre-al-fossile-in-Adriatico-del-futuro.pdf
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