CRIS

Dei diritti e delle garanzie nella guerra contro Al Qaeda

18 luglio 2005 - Stefano Rodotà
Fonte: Repubblica

MEGLIO non fare previsioni sul futuro del "pacchetto sicurezza" annunciato dal ministro dell'Interno, anche se appaiono giustificati i timori di concessioni a chi vuole che si imbocchi la via di una dichiarata legislazione dell'emergenza. Ma, proprio perché esiste questo rischio, può essere opportuno indicare fin d'ora alcune questioni, dalla cui corretta soluzione dipendono la democraticità e la stessa efficienza dei provvedimenti.

Si è sottolineato che, nella maggior parte dei casi, si estendono al terrorismo norme già esistenti nel nostro sistema giuridico, a suo tempo introdotte in relazione a finalità e soggetti diversi, ad esempio per la lotta alla mafia ed alla criminalità organizzata. Ma questo non significa che non siamo di fronte a mutamenti significativi. Quel che aveva carattere di particolarità o eccezionalità, infatti, diviene regola generale, strumento che coinvolge tutti i cittadini e può essere adoperato in molte direzioni. Si ampliano così poteri di polizia anche in aree, come quelle della libertà personale e della libertà di comunicazione, per le quali la garanzia costituzionale non è affidata soltanto alla legge, ma alla presenza costante dell'autorità giudiziaria attraverso un suo "atto motivato", come ci ricordano, ad esempio, gli articoli 13 e 15 della Costituzione. Nel quadro finora delineato la magistratura non compare.

Il suo ruolo verrà in qualche modo recuperato nei testi che saranno sottoposti al Parlamento? Questo è un interrogativo che esige una risposta, proprio perché vi sia coerenza tra le premesse del discorso del ministro, che ha voluto escludere il ricorso a leggi eccezionali, e gli atti concreti. Quando si fa troppo spazio a poteri liberi da controlli, il rischio di alterare gli equilibri costituzionali è molto forte e dev'essere evitato, proprio per impedire incrinature del sistema democratico delle garanzie. Al tempo del nostro terrorismo, l'estensione del fermo di polizia fu almeno accompagnata dall'obbligo del ministro dell'Interno di presentare periodiche relazioni al Parlamento sull'uso di quello strumento. Una visione minimalistica delle garanzie dovrebbe indurre almeno a ribadire quell'obbligo, con relazioni bimestrali o trimestrali in cui dar conto del modo in cui vengono utilizzati, oltre al fermo, anche istituti discutibili come le intercettazioni preventive, non autorizzate dal magistrato, e i colloqui investigativi senza la presenza del difensore. Si realizzerebbe così una sia pur modesta forma di controllo e, soprattutto, non si incentiverebbe la pericolosa cultura del potere del tutto irresponsabile.

La necessità di un nuovo e adeguato quadro di garanzie, che accompagni le misure annunciate, è resa più stringente dal fatto che tali misure sembrano destinate ad essere permanenti. La guerra "infinita" trascina con sé anche una infinita limitazione di libertà e diritti? Di nuovo un interrogativo al quale deve pur essere data qualche risposta, perché la Corte costituzionale, giudicando nel 1982 alcune misure introdotte negli anni del terrorismo interno, mise in evidenza che "l'emergenza è una condizione anomala e grave, ma anche essenzialmente temporanea. Ne consegue che essa legittima sì misure insolite, ma che queste perdono la loro legittimità se ingiustificatamente protratte nel tempo".

Interrogativi ancor più inquietanti nascono dall'annuncio di voler prevedere la raccolta e la conservazione dei dati sul traffico telefonico e su Internet, riprendendo una indicazione del ministro dell'Interno inglese. Non credo che questo annuncio possa riguardare le chiamate da telefono fisso o mobile e gli Sms, perché per questi dati, in Italia, è già prevista una conservazione per quattro anni (record del mondo), sì che un eventuale adeguamento a standard europei porterebbe, se mai, ad una riduzione di questo termine. Il vero problema, allora, riguarda i messaggi di posta elettronica e gli accessi ad Internet.

È bene ricordare che, all'inizio del 2004, la Camera dei deputati, con voto quasi unanime, respinse una proposta del Governo che andava proprio in questa direzione. Si dirà che i tempi sono cambiati, che il Parlamento può sempre mutare opinione. Poiché, tuttavia, quel voto fu tutt'altro che superficiale o frutto d'improvvisazione, sarebbe opportuno tener conto delle ragioni che lo motivarono.

Un dato, prima di tutto. Ogni giorno in Italia, si scambiano intorno a trecento milioni di messaggi di posta elettronica, quasi dieci miliardi al mese. Anche la sola conservazione degli indirizzi del mittente e del destinatario consente di ricostruire la trama delle relazioni personali e sociali (quante volte ho chiamato una certa persona?), politiche e sindacali (con quali organizzazioni sono in contatto?), economiche (quali sono le imprese, gli agenti di borsa con cui ho rapporti?), riguardanti la fede religiosa (il mio interlocutore è la parrocchia, la sinagoga, la moschea?). Ancor più delicata, poi, può essere la conservazione dei dati riguardanti gli accessi ai siti Internet, per la maggior eloquenza di questi accessi rispetto a gusti, preferenze, inclinazioni. Possiamo accettare questa schedatura di massa, vi è proporzione tra il fine indicato e lo strumento adoperato? Si prevedono garanzie adeguate?

E poi. Chi paga i costi di questa operazione? Possono essere addossati interamente ai provider, con crescita delle tariffe per gli utenti, distorsioni della concorrenza, uscita dal mercato degli operatori minori? Il problema dei costi è importante in sé, ma lo è soprattutto perché essi comprendono anche le misure di sicurezza che devono necessariamente essere adottate per evitare violazioni di banche che trattano dati tanto sensibili e, quindi, utilizzazioni improprie delle informazioni lì conservate. Non trascuriamo il fatto che le banche dati accrescono pure la vulnerabilità sociale: basta ricordare il caso, recentissimo, della violazione della banca dati di Mastercard con il furto delle informazioni su 52 milioni di clienti. Che cosa accadrebbe se un gruppo terrorista violasse una banca dati sulle comunicazioni tra le persone, utilizzandole per individuare meglio gli obiettivi da colpire? Si è consapevoli del rischio di questo effetto boomerang? E con quali tecniche si pensa di effettuare le ricerche sull'enorme materiale raccolto?

Sono interrogativi ineludibili, che ripropongono anche la questione delle garanzie che devono accompagnare misure destinate ad incidere sulla libertà e la segretezza delle comunicazioni, dichiarate "inviolabili" dall'articolo 15 della Costituzione e la cui limitazione, oltre che una norma di legge, esige l'atto motivato dell'autorità giudiziaria. Periodicamente si polemizza intorno alla quantità e ai costi delle intercettazioni telefoniche: cifre, tuttavia, che diventerebbero quasi insignificanti di fronte alla mole ed agli impegni finanziari legati alle nuove misure. E non dimentichiamo che le detestate intercettazioni, essendo sempre autorizzate dal magistrato, offrono comunque garanzie che le nuove misure ignorerebbero..

Governo e Parlamento dovrebbero tener presenti queste diverse questioni, non solo per ragioni di democrazia, ma anche per rendere effettive le misure annunciate. E proprio l'effettività suscita una domanda finale. Nelle comunicazioni del ministro dell'Interno si è anche parlato della necessità di controlli più severi sui flussi finanziari verso i terroristi. Ma di questi controlli non si parla forse dai giorni immediatamente successivi all'11 settembre? Se il tema ritorna, evidentemente si è fatto poco, o comunque non abbastanza. Perché? Le misure annunciate non sono state poi tradotte in strumenti adeguati? O le resistenze nascono anche dal fatto che interessi finanziari forti e oscuri hanno finora intralciato questo aspetto della lotta al terrorismo?

Note:

http://www.repubblica.it/2005/g/sezioni/esteri/londrametro7/rodota/rodota.html