CRIS
Documento Tematico N. 1

La ”Società dell’Informazione” è un concetto utile per la Società Civile?

Il termine “Information Society (Società dell’Informazione)” o il connesso “Società della Conoscenza” è utile per la società civile? Descrive adeguatamente i cambiamenti che stanno avvenendo nelle strutture sociali e nei processi globali? Sta veramente emergendo una nuova forma di società? E se sì, una società per chi? E come può essere impiegata per promuovere i diritti umani e soddisfare le urgenti necessità degli esseri umani?

La Società dell’Informazione non è ideologicamente neutrale.
Le risposte a queste domande non sono per niente scontate, perché il termine ha una pesante implicazione ideologica. Appena il boom post-bellico diventò una spirale che portò ristagno e recessione, il libro di Daniel Bell “L’avvento della società post-industriale” (1973) preparò il terreno per lo sviluppo dell’idea di una “Società dell’Informazione”. Bell teorizzò che lo sconvolgimento economico che stavano sperimentando le economie industrializzate del Nord preannunciava uno spostamento dal loro essere basate sulla produzione di beni all’essere basate sulla produzione di servizi. Uso dei computers, ricerca e sviluppo scientifico, educazione, cura della salute; servizi basati sul sapere dovevano diventare l’asse portante di una nuova economia post-industriale e di una società basata sull’informazione.
Tra gli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90 ha preso avvio il trasferimento della manifattura industriale verso i paesi del sud del mondo, dove i salari sono inferiori, e una marea di teorie, studi e relazioni sponsorizzati dai governi hanno seguito la strada tracciata da Bell e hanno visto in questa ripresa economica l’avanzamento della “società post-industriale”. Il libero mercato, le privatizzazioni, la deregolamentazione e la ristrutturazione, alimentate dalla politica economica neo-liberale, sono diventate parole d’obbligo di un piano emergente che era essenzialmente un mezzo per rianimare un sofferente sistema capitalistico.

Le telecomunicazioni hanno giocato un ruolo chiave in questo processo.
Nello scenario globale esse hanno facilitato il rapido movimento di capitali e beni contemporaneamente, collegando i nuovi centri manifatturieri del Sud con i mercati del Nord. Nel Nord si pensava che la deregolamentazione dei mercati delle telecomunicazioni aiutasse a incentivare gli investimenti nella ricerca e nello sviluppo delle tecnologie e fornisse quindi l’infrastruttura tecnica per la produzione e lo scambio di nuovi prodotti per l’informazione.
Come altri avevano fatto in precedenza, l’Unione Europea, quando ha attuato uno sforzo serio per ri-regolamentare e privatizzare il settore delle telecomunicazioni a metà degli anni ’90, ha adottato il termine “società dell’informazione” con l’intento di sottolineare che la nuova società verso cui stava indirizzando i suoi sforzi avrebbe avuto un importante focus sul sociale. Ristrutturare non riguardava semplicemente le infrastrutture (che in fine dovevano essere possedute e controllate dal settore privato), ma anche lo sviluppo societario e l’investimento, assicurando che i benefici dell’operazione raggiungessero le persone e le collettività.

Sfortunatamente le attività e i budget finalizzati al raggiungimento degli obiettivi sociali erano minuscoli, se confrontati con i grandi cambiamenti portati dalla ri-regolamentazione e dalla privatizzazione delle infrastrutture.
Nel 1995 il G7 dei paesi industrializzati ha definito la propria versione della Società dell’Informazione Globale offrendo comunque poche e piccole applicazioni pilota per promuovere servizi universali mentre allo stesso tempo perseguiva vigorosamente politiche di liberalizzazione che hanno avuto largamente successo nella de-nazionalizzazione dell’industria delle telecomunicazioni e stanno procedendo verso il sistema dei media più in generale. In questa prospettiva, la “Società dell’Informazione” è un’invenzione nata dai bisogni di globalizzazione di capitale e dei governi che li supportano.

Mentre vi è stata, come risultato, una grande crescita di accesso in molti paesi del Sud, questa è largamente ristretta alle aree urbane e ai mercati più vantaggiosi, e molti si sono trovati dal lato sbagliato di un crescente “Divario Digitale” – uno spaccamento multi-sfaccettato: gli utenti delle tecnologie sono in prevalenza maschi con una prospettiva “Occidentale”, con un’educazione superiore e un’entrata mensile elevata e questo ovunque, al Nord come al Sud. Il Word Summit della Società dell’Informazione, la Dot Force, e perfino la UN ICT Task Force sono visti da molti semplicemente come l’ultimo round in questo sviluppo sbilanciato di politiche – facendo delle operazioni di facciata sulla tendenza ad imporre un modello di comunicazioni neoliberale in ogni angolo del globo.
Mentre si concentrano (con un effetto limitato) sull’ultima ondata di ingiustizia: - il “Divario Digitale” -, questi attori falliscono nell’ affrontare, e articolare, gli aspetti più profondi dei grandi cambiamenti strutturali che vediamo nell’arena dell’informazione e della comunicazione presa nel suo complesso. Salvare il concetto: ritorno alle origini

Questa visione della Società dell’Informazione, guidata dagli interessi delle grandi imprese transnazionali, con nessuna attenzione verso i reali bisogni degli esseri umani e le ingiustizie sempre crescenti, non è appoggiata da molte persone nella società civile.
Quindi il primo passo è quello di riabilitare il termine “Società dell’Informazione” per sostenere che non c’è un solo modello di società dell’informazione, ma molte possibili “società dell’informazione”.
Il passo successivo è di determinare che tipo di società dell’informazione incrementerà lo sviluppo sociale e i diritti umani e se il WSIS possa offrire un’opportunità di unirsi ad altri soggetti nel progettare e implementare quel modello di società.

Un problema con l’uso corrente di “Società dell’Informazione“ è che spesso presenta le tecnologie di informazione e comunicazione, e l’acceso ad esse, come fini in se stessi piuttosto che come mezzi che aprono opportunità.
Focalizzarsi sul secondo punto farebbe sorgere presto un maggior numero di domande fondamentali, che erano al centro dei primissimi dibattiti sulla società dell’informazione, o quella che era allora chiamata società post-industriale. Negli anni ’70 i politici capirono che l’informazione stava giocando un ruolo crescente non solo nei settori economici (la crescita di lavoratori, servizi, merci, etc.) ma anche nella vita sociale, culturale e politica.

Questa tendenza assunse impeto nei decenni successivi, e ha fatto nascere l’idea della Società della Conoscenza.
Strettamente legata a quella di “Società dell’Informazione”, questa nozione pone un collegamento tra l’informazione e il sapere, ma in un ambiente competitivo e guidato dal mercato. Domande chiave per il WSIS Se la società civile sta per prendere in mano e riscattare il concetto di una società dell’informazione, deve tornare ai principi di base ponendosi le giuste domande:
- Chi crea e detiene l’informazione e il sapere? Sono utilizzati per il beneficio privato o di pochi, o per il bene pubblico di molti?
- Com’è disseminato e distribuito il sapere? Chi sono i gatekeepers?
- Cosa ostacola o facilita l’uso del sapere da parte delle persone per raggiungere i propri obiettivi? Chi è nella miglior posizione e chi in quella peggiore, per trarre benefici da questo sapere?
Molte domande sussidiarie seguono quest’inquadramento del problema: le tendenze globali sul copyright hanno sostenuto troppo i proprietari delle grandi società, a scapito della creatività e del pubblico dominio?
La concentrazione della proprietà dei media sta danneggiando la partecipazione politica e la diversità culturale?
La liberalizzazione delle telecomunicazioni limiterà le politiche per servizi universali, specialmente per gli utenti poveri e che abitano in zone rurali?
Che impatto avrà la privatizzazione sotterranea dello spettro radio su questa risorsa pubblica?
Quali sono le implicazioni a lungo termine della commercializzazione nell’area del sapere, attraverso la pubblicità e la promozione di un’etica del consumatore?
Sono necessarie le attuali erosioni della privacy e la crescita della sorveglianza?
Che azioni sono necessarie per individuare le cause del divario digitale?
Come possono i giovani e le donne partecipare e influire sulle politiche dell’information society?
Possono le tendenze correnti sulla governance globale mettere i diritti umani al centro dell’agenda della società dell’informazione?
La Società dell’Informazione porterà uno sviluppo sostenibile per tutti?

Il WSIS potrebbe offrire un forum appropriato nel quale sollevare questi problemi vitali. “Società dell’Informazione”: è un concetto utile alla società civile?
Potenzialmente sì – se orientato a comprendere l’intera dinamica dell’informazione e del sapere conoscenza nella società, e se si concentra nel potenziare i diritti umani e lo sviluppo sociale, culturale ed economico.
Ma se invece si ferma a discutere sul Divario Digitale; se confonde i mezzi (le tecnologie) con i fini (lo sviluppo dell’umanità) fallisce nel trascendere le sue profonde radici ideologiche.

Note:

Letture di approfondimento:

- Christopher May, The Information Society: A Sceptical View (Polity, 2002);

- Subhash Bhatnagar & Robert Schware (eds.), Information and communication technology in development. Cases from India, Sage, New Delhi, 2000.

- Gert Nulens, Nancy Hafkin, Leo Van Audenhove & Bart Cammaerts (eds.), The digital divide in developing countries: Towards an information society in Africa, VUB Press, Brussels, 2001.

- Jan Servaes (ed.), Walking on the other side of the information highway. Communication, culture and development in the 21st century, Southbound, Penang, 2000.

- Robin Mansell and Uta Wehn (eds.), Knowledge societies. Information technology for sustainable development, Oxford UP, Oxford, 1998.
- Frank Webster, Theories of the information society, Routledge, London, 1995.