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19 aprile 2010

Le ragioni della violenza e della nonviolenza

Rifllessione sullle nozioni di 'violenza' e 'nonviolenza'
Autore: antonio fiscarelli

Le ragioni della violenza e della nonviolenza

 

1. Nell’universo della violenza di Sartre. Avvitare una vite nel sito a cui è destinata può richiedere un certo sforzo e questo sforzo serve a conseguire uno scopo: l’adattamento della vite nel suo sito. In linea generale, perché tale scopo sia conseguibile, basta che forma e diametro della vite e del sito siano compatibili. Ma può verificarsi la circostanza in cui tali condizioni non si diano, che il sito risulti troppo stretto o la vite troppo grande. Se il rapporto tra la vite e il suo sito è difficile, insistendo si rischierà di forzare e di fare violenza all’una o all’altro, o a entrambi. Se per aprire una bottiglia di birra mi servo di un cacciavite, manifesterò una certa forza, quella che basta per stapparla, ma non farò violenza. Se invece spacco il collo, avrò compiuto una violenza, avrò infranto un normale rapporto di corrispondenza.
Da questi esempi ne deriva che la violenza subentra quando delle condizioni impediscono di raggiungere uno scopo e si tenta di forzarle, spezzando il naturale rapporto tra le cose. Se per mantenere un certo ordine di cose è sufficiente la forza, per distruggerlo c’è bisogno di farvi violenza. Un minimo di forza è necessario per adempiere a funzioni e logiche sociali di convivenza. Una volontà, una certa intraprendenza, un modo di organizzare le energie tra sé e gli altri, sé e le cose, è indispensabile, inevitabile. Ma quando il rapporto con il mondo, per qualunque motivo, diventa rigido e il mondo ci appare come un nemico, un muro che impedisce la realizzazione dei nostri scopi e dei nostri desideri, è possibile che sorga la violenza.
Ben inteso, un nemico può essere anche soltanto nella nostra rappresentazione e immaginazione. L’accettazione del mondo, degli altri, dell’ordine dato delle cose, non è semplice da conseguire. Quello che si richiede è di rispettare i rapporti esistenti e già costituiti. Il giovane teppista che incendia i cassonetti della sua città, che sia o non sia comandato da altri per farlo, realizza una violenza perché distrugge un ordine di cose. La ragione della sua violenza non è giustificata dallo scopo che si prefigge: altrimenti sarebbe vero il machiavellico “il fine giustifica i mezzi”, che invece è falso. In molti giovani politicizzati, cosiddetti “estremisti”, si trova l’inclinazione a credere che la violenza sia uno strumento per raggiungere lo scopo di “cambiare” le cose. In realtà, con la violenza le cose non cambiano, ma vengono annientate.
Questo, del resto, non significa che i giovani estremisti non abbiano una qualche ragione dalla loro. Anzi. Essi hanno ragione di rivoltarsi, perché lo fanno contro un sistema violento. A conti fatti, sarebbe più recriminabile una multinazionale che sfrutta bambini nella produzione dei suoi prodotti di consumo, di un gruppo di adolescenti che assaltano un supermercato durante una manifestazione. Anche se nessuna violenza può essere giustificata. Infatti, agli occhi di tutti, essi hanno solo il torto di usare la violenza, non il torto di ribellarsi. Per i tifosi violenti il discorso non cambia. Niente giustifica le loro azioni violente. Nessuno ha motivo di picchiare il tifoso della squadra avversaria. Possiamo definire le cause della violenza, dire, ad esempio, che la tv ci trasmette ogni giorno scene di violenza. Ma questo non giustificherà in nessun modo l’uso della violenza. Il fatto stesso che la società sia costituita su un fondo originario di violenza, l’opinione che l’uomo sia violento per natura, non giustifica l’uso della violenza. Anzi. Riconoscere che l’uono sia per natura violento non può che motivarci a miglioralo.
I rapporti stabiliti tra persone e cose, sono definiti da principi, leggi, consuetudini, abitudini su tutti i livelli. Principi e leggi precisi definiscono i rapporti sociali degli uomini, degli animali, dei fenomeni naturali, principi e leggi definiscono i rapporti tra le diverse dimensioni di cui è composta la realtà nel suo insieme. Mantenere nella normalità questi rapporti richiederà certo l’estrinsecazione di un minimo di forza, ma cercare di forzarli risulterà violenza. Da questo punto di vista, la forza sarà un modo di conservare i rapporti tra le cose, la violenza un modo per annullarli.
«La violenza implica il nichilismo», dice Sartre, in quanto punta alla «distruzione come mezzo per raggiungere un fine al di sopra del rispetto di ciò che è». La violenza non è solo un modo di rifiutare il mondo concepito come ciò che impedisce di affermare se stessi, ma anche di annientarlo.
La violenza è l’atto mediante cui interrompiamo un rapporto. Ma l’universo della violenza è vario, le situazioni in cui si rivela la violenza sono tante e non è facile definire i confini della violenza e della nonviolenza. Senza dubbio, la violenza è un fatto umano, un fenomeno concepibile solo in rapporto all’esistenza umana. Il tuono che si abbatte sull’albero, fa violenza all’albero riducendolo a pezzi, la lava rovente di un vulcano in eruzione distruggerà tutto quello che si troverà davanti; ma nessuno direbbe “il tuono ha violentato l’albero”, o “il Vesuvio ha violentato Pompei ed Ercolano”. Così nessuno si sognerebbe mai di dire all’aquila di non precipitarsi sull’agnello indifeso, nessuno si sognerebbe di fare agli elementi naturali un corso sulla nonviolenza. Al contrario, è ben lecito pretendere da un uomo di “non uccidere” il suo simile, di non picchiare i suoi figli, di non violentare una donna.
Non possiamo considerare la violenza come un atteggiamento univoco, dal momento che la vita stessa ci appare ambigua, la natura stessa è violenta in molti suoi aspetti. Ma possiamo definirla come un atteggiamento umano di atteggiarsi di fronte al mondo. Attraverso la violenza l’uomo cerca di affermarsi nel mondo. E per farlo deve riconoscere il mondo come diverso da sé. Si tenta di distruggere qualcosa di cui si riconosce una certa identità, non importa se reale o immaginaria. Solo riconoscendo l’altro come diverso e separato e opposto da sé, lo si potrà anche sottoporre a una violenza. Così, la violenza è un modo di riconoscere identità, affermare diversità, ma pure di risolvere un’opposizione posta, un conflitto anche immaginario.
Inoltre, il violento stabilisce un sistema di rapporti diverso, che implicano una diversa temporalità. Il vero violento, in una certa situazione, non dà all’altro il tempo di organizzarsi, non deve aspettare che l’altro abbia qualche ragione, non deve accettare la contrattazione. Egli brucia le tappe, non vuole sentire, vuole solo agire, colpire, distruggere l’altro.

Sartre. «La prima nozione che interviene è dunque quella di distruzione. Distruzione di una natura; ma c’è distruzione solo quando c’è resistenza… C’è violenza solo quando la resistenza è quella di una forza, cioè dell’unità organizzata di una diversità. C’è forza quando l’azione è conforme ad una legalità… e violenza quando l’azione è esterna alla legalità. Se io stappo la bottiglia, si tratta di forza – se rompo il collo, è violenza. Questo esempio mostra che la violenza sopraggiunge là dove la forza si rivela inefficace, come dire che essa nasce originariamente dallo scacco della forza. Da qui l’idea, vera in parte, che la violenza sia debolezza…
D’altro canto è chiaro che si usa violenza solo nei confronti delle nature organizzate, c’è violenza solo in rapporto agli organismi viventi, agli oggetti, alle costruzioni umane ed agli uomini… c’è violenza solo là dove è possibile assimilarla a qualche cosa di umano. Si fa violenza a un cane, a un cavallo, a una scimmia. Ma non verrebbe in mente di dire che si fa violenza a un gambero gettandolo nell’acqua bollente, se non per estensione all’inifinito dell’idea propria di violenza. Naturalmente, da questo punto di vista, i limiti della violenza e della non-violenza sono estremamente difficili da tracciare, o piuttosto variano secondo l’atteggiamento che si prende di fronte al fenomeno ambiguo della vita…
L’universo della violenza è senza dubbio un certo modo di affermazione dell’uomo. Non è affatto, come si dice troppo spesso, il ritorno alla bestialità. È ovvio che le bestie si uccidono, ma noi non abbiamo alcun mezzo per determinare se i loro combattimenti si situano in un progetto di violenza. Poiché ogni attività è al tempo stesso valore, la violenza porta in sé la propria giustificazione, nel senso che essa reclama attraverso la sua stessa esistenza il diritto alla persona. E siccome la violenza distrugge le concatenazioni reali e le nature, questo diritto implica che si ritengono le forme e le organizzazioni cose di poco conto…
L’intransigenza del violento è l’affermazione divina della persona umana ad avere tutto, subito…
La violenza afferma soprattutto il diritto di servirsi dell’oggetto come le pare, e non come è descritto.
Arriviamo così al fondo della violenza: la violenza percepisce gli oggetti del mondo come semplici densità da distruggere perché gli oggetti del mondo le si presentano come umani. Ciò che si distrugge in essi è precisamente l’uomo».

Dunque, la violenza che ci interessa è quella che caratterizza il sistema umano. Che gli animali si battano per la sopravvivenza e gli elementi si scatenino, non ci serve considerarlo in un discorso sulla violenza.
Il violento distrugge un oggetto, ma in esso cerca di distruggere l’umanità per la quale quell’oggetto è stato costruito. Anche la macellazione e lo sfruttamento degli animali è fatta in vista del soddisfacimento e dell’appagamento dei bisogni e dell’appetito umani. L’atto violento cerca nel suo oggetto l’anima dell’uomo, che lo produce e lo utilizza, imprime nel mondo il senso di una possibile soluzione di continuità dei naturali rapporti tra le persone.
Da questo punto di vista non c’è niente che scagioni gli uomini dalla loro violenza, anche nella più banale delle situazioni quotidiane. La violenza, insomma, non ha ragione di esistere.

 

2. Società nonviolenta, educazione sociale. Porsi dalla parte della nonviolenza significa mettersi contro innumerevoli dati di fatto, abitudini, consuetudini, convinzioni, costituzioni, ideologie e leggi; poiché dominanti -ancora- nelle istituzioni moderne, nelle logiche sociali, restano quelle inclinazioni -di costume, di cultura, psicologiche e storiche- che rendono le persone aggressive e violente anche, al limite, quando non lo vogliono essere.
Le istituzioni secolari e millenarie conservano in sé le tecniche, i metodi e i comportamenti violenti di una volta, sottoforma di complessi inconsci generati nel corso della storia a seguito dei tanti traumi collettivi vissuti dai popoli; complessi che possono riemergere nella singola persona e nella collettività ogni volta che se ne presenta l’occasione favorevole: nella famiglia, nello Stato, nella scuola, nel gruppo informale, nella comitiva di amici…
L’agire secondo i principi e i metodi nonviolenti prevede un lavoro propedeutico di educazione sociale mirante a chiarire i rapporti tra persone, Stato e società; poiché l’uomo non è un prodotto esclusivo della natura, e molti dei suoi comportamenti, anche quelli più riprovevoli e immorali, derivano da esperienze vissute nella storia e nella civiltà umane, cercare di capire in che rapporto stanno le fonti della violenza con l’uomo nella sua relazione con lo Stato e con la società, in che modo la violenza e i comportamenti aggressivi operano nei rapporti intercorrenti tra l’uomo e gli enti sovrapersonali, diventa un atto di coscienza necessario.
In molte delle riflessioni di Nietzsche emerge con evidenza il dato che diversi errori morali derivino dalla trascuratezza dell’uomo nei confronti della natura, del suo rapporto con la natura. L’uomo non la considera, infatti, per quello che è, ma la giudica e la valuta secondo i propri parametri, facendo di sé la misura di tutte le cose, secondo l’antico adagio relativista di Protagora. Ciò comporta il trasferimento intellettuale di categorie morali meramente umane nella spiegazione dei fenomeni naturali. È in questa dimensione relazionale che l’uomo finisce per addebitare alla parte di sé naturale, al suo parziale essere animale, i suoi atteggiamenti più aggressivi. Ciò che rende l’uomo immorale è la bestia naturale che è in sé, ciò che rende l’uomo violento è l’estrinsecazione dei suoi istinti e dei suoi impulsi naturali (quasi, appunto, come se nella natura ci fossero solo istinti violenti, e non anche la bellezza e l’armonia degli elementi, che è così facile osservare nel ritmo lento e ciclico della generazione e del divenire delle cose).
L’agire nonviolento è tutt’altro che un agire pacifico. È, realisticamente, una dichiarazione di guerra nei confronti dello Stato, dell’istituzione stessa dello Stato, che conserva in sé l’arrogante principio dell’ “uso esclusivo della forza”.
Per favorire l’introduzione dell’agire nonviolento c’è bisogno di trasformare i capisaldi dello Stato, superare i pregiudizi, le ideologie, i conflitti di interesse, l’immoralità insita nelle forme governamentali esistenti. Solo in questo modo si può favorire la cultura della società nonviolenta. Cosa che, in termini gandhiani coinciderebbe con l’annullamento stesso dello Stato come è inteso oggi. Non è impresa semplice, anche se un processo in tal senso è in corso. Ci vogliono le migliori energie morali, una creativa capacità di favorire una dimensione collettiva entro cui nessun individuo faccia le spese della libertà degli altri.
«Io guardo l’incremento del potere dello Stato col più grande timore –scrive Gandhi- perché, sebbene esso faccia del bene apparentemente riducendo lo sfruttamento, fa il più grande male distruggendo l’individualità che è alla radice di tutto il progresso».
Nella visione di Gandhi, la futura società nonviolenta implica il superamento dell’organizzazione attuale dello Stato, a favore di una forma comunitaria di esistenza dove le persone hanno allontanato da sé ogni egoismo ed egotismo, ogni senso del possesso e brama di potere.

«Lo Stato –nel passaggio alla società senza Stato- sarà una federazione di comunità democratiche rurali nonviolente decentralizzate. Queste comunità si baseranno sulla “semplicità, povertà e lentezza volontarie”, cioè su un tempo di vita coscientemente rallentato, nel quale l’accento sarà sulla autoespressione attraverso un ampio ritmo di vita piuttosto che attraverso più veloci pulsazioni nelle avidità di potere e di lucro».

Una società nonviolenta non ammette l’esistenza di autorità di diritto. L’unica autorità tollerabile è l’ “autorità morale” che vive nell’intimo dell’uomo e si basa sulla correttezza, l’onestà, la nonmenzogna, la verità. Piuttosto che complicati ed elaborati ragionamenti, Gandhi apre l’orizzonte della semplicità, consapevole che le parole più sincere siano quelle che esplicano le esperienze reali delle persone. La nuova società nonviolenta oltre a non contemplare l’attuale sistema dello Stato, non ammette nemmeno una “religione” di Stato, poiché in essa vivranno persone di diverse origini e religioni che hanno superato il sentimento stesso di appartenenza a un popolo, una razza, una famiglia specifiche; nel vangelo nonviolento si ha «fede in un governo morale del mondo», in una educazione che comunica i valori comuni a tutte le religioni, non impone «dogmi o riti settari».
Qualunque sia il ruolo istituzionale che un uomo può assumere, egli è, nella società nonviolenta, al “servizio” degli altri. Per Gandhi i comportamenti educativi fondamentali devono realizzarsi a titolo gratuito e l’educazione formale deve coniugarsi alle più urgenti questioni sociali. La scuola, prima di tutto, non deve essere un serbatoio dove si creano macchine intellettuali, comportamenti concorrenziali, coscienze individuali motivate a fare esclusivamente il bene e l’interesse personali; ma un laboratorio in cui sviluppare l’insieme delle capacità umane in una dimensione cooperativa, in cui lo sforzo creativo fisico del singolo sia conciliabile con lo sforzo intellettuale e sociale, dove la “testa” sia supportata dalla “mano” e dal “cuore”, secondo l’insegnamento di Pestalozzi, sia nel singolo sia nella comunità.
Aldo Capitini, uno dei più sinceri e impegnati esponenti della cultura nonviolenta italiana, scrisse che l’«educazione è sentita da Gandhi come aiuto dato alla mano, al cuore, alla testa, e rientra perciò nella missione umana al servizio sociale». Tale osservazione ci orienta nella comprensione del legame indissolubile tra educazione e società. L’edificazione di una società realmente e concretamente nonviolenta passa per la realizzazione di un’educazione sociale, la quale implica a sua volta l’interiorizzazione e l’esteriorizzazione partecipata dei principi fondamentali della nonviolenza; una riforma morale, nella direzione di un cambiamento interiore, una riforma etica, nella direzione di un cambiamento comportamentale.
Evidentemente il cammino è unico, nella prospettiva aperta da un’idea generale di cambiamento nonviolento.

 

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