BIBBIA

Una parola di terra e acqua

Nelle Scritture l'acqua è un simbolo profondo: del caos, del male, ma anche della vita e della salvezza.
Angelo Reginato (Biblista)

Che si inizi a parlare di acqua, con una certa apprensione e preoccupazione, anche in un come il nostro dove sembra essercene in abbondanza, dove gli acculturati citano le “chiare, fresche e dolci acque...” e gli altri canticchiano “acqua azzurra, acqua chiara...”, la dice lunga sulla pericolosità della situazione caratterizzata dal dominio delle risorse primarie al tempo della globalizzazione...
Dobbiamo parlare di acqua perché il nostro mondo fa acqua da tutte le parti! Una situazione che la Scrittura conosce non come eccezione, emergenza, bensì come scena iniziale sulla quale prova a intervenire il protagonista divino.

Vita in abbondanza
Tenebre e acque ricoprono la terra, rendendola una landa desolata e informe. La Parola creatrice di Dio che risuona “in principio” mette argini all'invasività degli elementi caotici: separa la luce dalle tenebre e le acque dalla terra. Il mondo ordinato, giudicato buono e bello dal suo Creatore, viene affidato alla custodia dell'essere umano, uomo e donna, entrambi voluti come partner di Dio nell'avventura della vita. Ma la storia umana fin dalle origini segue altri progetti. Adamo ed Eva sospettano che le indicazioni di Dio siano ingannevoli e preferiscono seguire il consiglio del serpente; Caino pensa che Dio sia ingiusto e decide di uccidere il fratello Abele; l'umanità intera, invece di custodire la bontà della creazione, preferisce incamminarsi su sentieri di malvagità.
E così, poche pagine dopo il solenne testo della creazione, la Scrittura ci presenta il manifesto dell'anti-creazione: Dio si pente della sua opera e decide di cancellarla facendola riprecipitare nel caos iniziale mediante il diluvio. Quest'ultimo è il potente simbolo di un mondo che a causa dell'ingiustizia dilagante fa acqua, va alla deriva. Scena di naufragio con spettatore: il giusto Noè, piccola ma decisiva speranza per un nuovo inizio, dopo il fallimento.
L'intero paesaggio biblico è come solcato da due opposti corsi d'acqua. Le acque tranquille che fecondano la terra e rendono possibile la vita. Non soltanto come risposta a un bisogno fisiologico: il desiderio di Dio, infatti, è che l'essere umano non si limiti a sopravvivere bensì sperimenti la “vita in abbondanza”, cerchi e trovi quell'acqua capace di placare persino la sete radicale degli assetati di giustizia.
Ma la creazione è attraversata pure da acque ostili, che, con la furia dell'ingiustizia, travolgono e distruggono il desiderio di una vita equa e felice sulla faccia della terra.
Due tipi di acqua che saziano due tipi di sete. Come due passioni capaci di dire simbolicamente l'intera storia umana e individuale.
Se seguiamo il corso delle acque minacciose, c'imbattiamo sulle acque del Mar Rosso, un vero e proprio muro acquatico che impedisce la fuga agli schiavi del faraone; incontriamo le acque amare e imbevibili del deserto; quelle rese amare dalle lacrime di Israele, di nuovo in balìa dei potenti oppressori, esiliato lungo i fiumi di Babilonia. Nell'immaginario biblico questo tipo di acqua sta a indicare il nemico, è un simbolo del male che è come una palude o un mare in cui si sprofonda. Il linguaggio poetico dei Salmi attesta la tragica esperienza di sentirsi inghiottiti da acque minacciose come pure il grido rivolto a Dio perché strappi il suo popolo a rischio di affogamento: “Salvami Dio! Le acque mi giungono alla gola, affondo in un pantano senza fondo e non c'è terreno stabile; colo nelle acque profonde e la corrente mi sommerge” (Sal. 69, 2-3).
È l'intervento del Dio amante della giustizia che trasforma in dolci le acque amare, che – come un pastore – guida il gregge umano ad acque tranquille, dando di nuovo forza al desiderio di vita giusta e benedetta. È lui che conduce all'acqua della vita, desiderata da cuori inquieti come cervi assetati.

Fonte della vita
La cura del buon pastore che si fa carico della sete del gregge si è fatta carne in Gesù di Nazaret, la cui esistenza può essere descritta come un'unica grande passione. Non solo nel momento conclusivo, laddove patisce la sorte del giusto sofferente, descritta dal Salmo 22 come abbandono da parte di Dio e della vita, versata come acqua. Dall'inizio alla fine ha vissuto come un uomo appassionato, avvampato dal fuoco del Regno, cioè il mondo giusto progettato da Dio, che è venuto a portare sulla terra. Ne ha parlato usando parabole composte col linguaggio della terra e dell'acqua; lo ha reso presente con gesti prodigiosi grazie ai quali le donne e gli uomini che a Lui si rivolgevano non si sentivano più sommersi nell'onda mortale del male bensì salvati e finalmente vivi. L'evangelista Giovanni racchiude la breve esistenza dell'uomo di Nazaret tra due scene in cui Gesù dice: “Ho sete”. All'inizio del suo ministero quando, chiedendo da bere a una donna di Samaria, suscita in lei la stessa sete di acqua viva. E alla fine, appeso sulla croce come un maledetto, respinto dal suo popolo, tradito e rinnegato dai suoi stessi discepoli. Tutti, sotto la croce, si rivelano incapaci di condividere la sua sete di vita. Tutti preferiscono ricercare altrove, confidare negli idoli, come la sposa infedele evocata dal profeta Osea, contenta di prostituirsi agli idoli, amanti ritenuti più affidabili, in grado di assicurarle il suo pane e la sua acqua. Inghiottito dalle acque di morte, ne rimane prigioniero per tre giorni, come Giona profeta. Ma le grandi acque non possono spegnere un amore forte come la morte. Nella dedizione incondizionata di Gesù per la causa del Regno è nascosto il segreto della vita, l'alfa e l'omega della vicenda umana, l'acqua della fonte della vita offerta gratuitamente a chi ha sete.

Sete di giustizia
I credenti in Lui, nonostante le mille difficoltà legate alla loro incoerenza e all'opposizione che sperimentano nel far risuonare la lieta novella, continuano a rivolgersi assetati a quel Signore che li invita ad andare a Lui e a bere la sua acqua. Tenacemente provano a scommettere che in questa storia – una contraddizione che dura da migliaia d'anni! – si può essere beati, felici solo mantenendo vive la fame e la sete di giustizia.
Anche in questo nostro presente, un tempo in cui per sopravvivere sembra necessario buttare a mare la zavorra delle grandi speranze e arrendersi al cinismo di chi si preoccupa unicamente di farsi la scorta d'acqua per saziare la propria sete, sottraendola ai più; soprattutto ora, la fede si traduce nell'offrire “anche solo un bicchiere d'acqua fresca a uno di questi piccoli”, nel continuare a irrigare tenacemente il deserto della storia perché un giorno possa fiorire.
Il mondo sta morendo di sete e noi abbiamo fretta d'intervenire. Sogniamo un nuovo esodo dove con mano potente e braccio teso Dio liberi l'oppresso che grida disperato; gli faccia superare l'ostacolo delle acque, rendendole mortali solo per l'oppressore; lo introduca finalmente nella terra di Canaan in cui potrà saziarsi con latte e miele.
È così che pensiamo solitamente al Regno: come a una terra promessa, all'isola di utopia, dove le acque del caos, che pure la circondano, non hanno accesso: una specie di zona franca, dove si odono solo canti e non più grida.
L'evangelista Matteo narra di uno strano episodio accaduto ai discepoli in cui “Gesù andò verso di loro, camminando sul mare” (Mt. 14,25). Gesù non ha tolto le acque, come nel momento epico dell'esodo, ma ci ha camminato sopra. E i discepoli e le discepole del Cristo non percorrono la storia lungo corsie preferenziali ma gridano al loro Dio: “Signore, se sei tu, comanda che io venga da te sulle acque” (Mt. 14,28).
Noi non possediamo già il futuro del Regno: lo attendiamo nella speranza. Non però come spettatori passivi, complici dell'ingiustizia, bensì come servi vigilanti, i quali riconoscono nella sete di chi è stato defraudato persino dell'acqua la presenza del loro Signore: “Avevo sete e mi avete dato da bere”.

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