Motore di ricerca

Vite in cammino

Riprendiamo i nostri colloqui con i sacerdoti casalesi sparsi per il mondo e in questo numero ospitiamo con grande gioia don Nicola Del Bianco, conosciuto, stimato e amato da tutti anche per la sua personalità brillante ed estroversa. Lo ringraziamo per averci aperto il suo cuore ed aver ripercorso con noi il suo cammino di vita arricchito dall’incontro con Cristo.
Dicembre 2006

Gesù Bambino

Prima di tutto desidero dire grazie a don Silvio, e a voi che collaborate con lui, per lo strumento del giornale parrocchiale: è un formidabile elemento di comunione e di crescita per la Parrocchia ed è fatto anche bene! Cerco di rispondere alle domande di Lucia sperando di offrire l’occasione per pensare e pregare.

LA VOCAZIONE

Credo che questa prima domanda necessiti di una lunga risposta. Parlando di vocazione è necessario, prima di tutto “declericalizzare” questa parola per coglierne il significato veramente cristiano. Faccio una piccola premessa che mi pare necessaria per raccontarmi, ma ancor più per dire qualcosa di significativo per chi leggerà. Il concetto di vocazione corrisponde alla lettura cristiana della vita, visione che “spiega” in modo coerente ciò che esiste. Vocazione non vuol dire solo: chiamata al sacerdozio, alla vita consacrata o al matrimonio... La vocazione è qualcosa di più... La prima “vocazione”, va ricordato, è quella alla vita: Qualcuno ci ha “chiamato” ad esistere. La seconda vocazione, non meno importante e purtroppo poco sottolineata, è ad una precisa identità sessuale: maschio o femmina mina. La terza “vocazione” è costituita dall’ambiente familiare e sociale nel quale nasciamo e viviamo. La quarta “vocazione” è ravvisabile nella nostra personalità, che è lo specifico del nostro essere: è quel qualcosa che permette ad ognuno di essere se stesso e non un altro. C’è, poi, una quinta “vocazione” che è data dal cosiddetto “bisogno di senso”. L’uomo si trova nel mondo, non per sua scelta, con una determinazione sessuale e in un certo periodo storico, in una certa famiglia, nell’ambito di una certa situazione sociale e si chiede: “Che ci sto a fare in questo mondo e chi mi ci ha posto e io chi sono?” Qui entra in gioco un altro livello di vocazione che scaturisce dal bisogno di senso e che si chiama dimensione religiosa dell’uomo. Questa dimensione religiosa dell’uomo trova il massimo della sua espressione nell’esperienza della fede cristiana. A questo punto il nostro elenco potrebbe continuare anche nello specificare il rapporto tra ciò che è dato (la natura), ciò che è frutto del nostro agire (la cultura), e ciò che viene dalla Salvezza (la grazia), ma non è il caso. Per semplificare, però, il nostro discorso possiamo dire che la vocazione ha due dimensioni di fondo: la chiamata a diventare umani e la chiamata a diventare cristiani. Alla luce di questa premessa penso che sarà più comprensibile ciò che dirò di me. Ripensando al mio percorso “vocazionale” lo vedo come un “risveglio”. Ad un certo punto della mia vita mi è stato dato di “cogliere” la grandezza e la tragicità della condizione umana in genere e della mia condizione umana in particolare. Posso anche individuare un periodo preciso: tra i 14 e i 19 anni. Penso che quegli anni siano stati i più belli e i più difficili della mia vita e mi a c c o rgo che ancora oggi è così per i nostri adolescenti. Tanti sono stati gli elementi che hanno contribuito al mio risveglio: la scoperta della filosofia grazie alla scuola: passavo o re ed ore a leggere libri di filosofia – trascurando il resto che, in quel momento mi sembrava inutile – per vedere se t rovavo risposte alle mie domande; la scoperta della morte e della soff e renza che avevano “lambito” la mia vita attraverso la perdita delle persone a me care: la morte e la sofferenza erano, in quel periodo, la mia quotidiana interrogazione nella quale venivo trovato sempre impreparato, p e rché non avevo risposte e non ne trovavo intorno a me; la scoperta della bellezza dell’amicizia, dell’amore e delle relazioni che ti fanno crescere in umanità; la scoperta di una strana inquietudine che, da piccolo, avevo intravisto sul volto degli adulti e che ora stava proprio dentro di me; la tragica scoperta della tendenza a fare il male e a farci del male che è nel nostro cuore e che spesso vedevo concretizzarsi nelle occasioni di “trasgressione” – fuggite più per paura che per convinzione – che incrociavano in quel periodo la mia vita... Questo insieme di “risvegli” mi trasformò in “cercatore di senso” e, mentre cercavo, ad un certo punto mi sono imbatutto nelle risposte della fede. Lentamente cominciai ad entrare nel mondo della fede – mondo che, strano a dirsi, per me fino a quel momento quasi non esisteva – e scoprii che nella fede, intesa come lettura ed interpretazione della realtà alla luce del Vangelo, le risposte c’erano e, addirittura superavano persino le mie domande. E così, in un unico percorso, mi sembrava di diventare più uomo e più credente. Il secondo livello vocazionale è venuto come conseguenza: alla luce delle nuove “scoperte”, sentivo il bisogno di fare scelte di vita che non fossero solo dettate dal bisogno di soppravvivenza. In altre parole: non volevo solo trovare un lavoro e uno stato di vita, ma – esagerato! – volevo essere felice. E mi sono ritrovato a pensarmi dentro una vita non ordinaria certo, ma che sentivo essere per me: essere prete. All’inizio, quando ci pensavo, mi sembrava proprio strano, ma poi cominciò a sembrarmi strano il non essere prete. Il 15 Ottobre 1991 sono entrato in seminario: il 28 Giugno 1997 sono stato ord inato presbitero. Il resto ve lo racconterò un’altra volta. Ripensando a questo percorso vocazionale dovrei scrivere pagine e pagine di gratitudine: mi limito, però, ad esprimere alcuni grazie che possono aiutarci a riflettere. Innanzitutto grazie alla Parrocchia: come non ringraziare Dio perché mi è stata data la grazia di cre s c e re in luogo sano e stimolante come una Parrocchia. La possibilità di lavorare con i ragazzi, essendo io stesso un ragazzo, mi ha permesso di cre s c e re, diciamo così, due volte. La vicinanza al Parroco mi ha permesso di vedere la vita dal di dentro. L’accoglienza delle suore, nella loro casa per le feste e i momenti di formazione, ci ha dato la possibilità di vivere l’adolescenza evitando i luoghi del “rischio” e della “banalità”. Come non ringraziare Dio per quelle persone anziane, soprattutto donne, che affollavano i primi banchi e che, a modo loro, ci hanno accompagnato con la preghiera, con parole semplici – che in quel momento potevano sembrare banali e noiose – e, nel contempo, piene di quella sapienza che nasce dall’esperienza. Come non ricord are, poi, il coro parrocchiale e i mitici “pellegrinaggi” a Mirabilandia dove le donne del coro si portavano appresso vettovaglie bastevoli per aprire un ristorante! Quando ripenso a quegli anni e a quei luoghi non posso che ritenermi un “fortunato” e, nello stesso tempo, mi sento chiamato a re s t ituire agli altri quanto ho immeritatamente ricevuto. Un grazie al mio paese: la prova più grande che il mio cammino vocazionale mi ha chiesto è stata proprio quella di lasciare la mia casa, la mia famiglia e il mio paese. Questa prova mi ha, però, offerto la possibilità di comprendere lo specifico di Casalbordino. L’aver conosciuto altri luoghi, altre tradizioni locali, mi ha fatto notare che questa terra ha avuto due grandi doni: il mare e la Madonna dei Miracoli. Il mare è vocazione ad allargare gli orizzonti, a vedere la vita come oltre, come scoperta... Come è bello vedere il mare, come è importante sentirsi piccoli di fronte al mare! La nostra terra ci chiama quasi fisicamente a pensare in grande... La Madonna è il secondo dono al nostro paese, dono di conversione e richiamo a misurare la vita col metro del Mistero di Dio. Maria ha ricordato proprio a noi che eliminare Dio dall’orizzonte della vita comporta solo una conseguenza: il deserto dopo la distruzione. L’uomo è radicalmente autolesionista e solo Dio può difenderlo da se stesso: Maria ce lo ha semplicemente ed amorevolmente ricordato. Vorrei dirvi, cari compaesani, sfruttate questi due doni, fatene tesoro: sarebbe un vero peccato non approfittarne!

LA MIA ESPERIENZA PASTORALE

Mi chiedevi, Lucia, di dire qualcosa sulla mia esperienza pastorale. Potrei raccontare tanto, fino alla noia, ma credo sia più utile dire che cosa mi hanno insegnato i miei primi dieci anni di sacerdozio. Riassumendo al massimo, posso dire di aver compreso che, oggi più che mai, l’uomo, ogni uomo, in ogni età della vita ha bisogno di Cristo e della sua Chiesa. Un grande Papa, Paolo VI, riconosceva alla Chiesa una dote meravigliosa: “esperta di umanità”. E un altro grande Papa, Giovanni Paolo II, nella sua prima enciclica “Redemptor hominis”, sulla scia della Bibbia e del Concilio Vaticano II, ha scritto che l’uomo, se si vuole comprendere, si deve specchiare in Cristo. C’è un aspetto che qualifica l’uomo contemporaneo: è straniero a se stesso, è spaesato nel suo essere stesso perché non accetta più di vivere la vita come vocazione e come “provocazione”. La vita ci provoca ogni giorno ad uscire da noi stessi, a fare esodo da noi stessi verso l’Altro e verso gli altri. Spesso si dice che il nostro tempo manca di fede, ma a me pare che ci sia un deficit di umanità. Ora più che mai si sente risuonare la domanda di Dio all’uomo di ogni tempo: “Dove sei?” Mi pare sia proprio questo il compito della Chiesa in questo momento storico: m o s t r a re al nostro tempo il mistero dell’uomo che, solo in Cristo, trova il suo senso e aiutarlo a ritrovarsi nel gre mbo vitale della Chiesa. Tutto questo vale ancor più per i giovani e i ragazzi: loro sono i più deboli e i più fragili. Si può, allora, comprendere quanto sia preziosa e necessaria l’infaticabile attività di d. Silvio con i ragazzi e i giovani: aiutatelo e fategli sentire la vostra vicinanza perché sta lavorando per voi e per il vostro futuro! Approfittto per augurarvi un santo e lieto Natale: ci vedremo nel giorno di Santo Stefano, pro t e t t o re della nostra Parrocchia.