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Vite in cammino

Continuiamo nella serie di incontri con i sacerdoti nostri compaesani ed in questo numero conosciamo più da vicino Don Mario Marchioli, missionario salesiano attualmente a Roma dopo anni trascorsi all'estero. Dall'intervista che segue trapela un'anima innamorata di Cristo e sempre entusiasta di diffondere il messaggio evangelico. E' davvero emozionante constatare come Cristo abbia potuto irrompere nella vita di un uomo e riempirla del suo amore " fino ai bordi". Lo ringraziamo di cuore per aver accettato di condividere con tutti noi la storia della vocazione e la sua esperienza di fede..
Luglio 2006

Don Mario, raccontaci brevemente com'è nata la tua vocazione.
È la prima domanda ovvia che si fa a un sacerdote. La mia vocazione, come quella di ogni persona umana, ha le radici nel cuore di Dio. Come tante altre, anche la mia è dono e mistero dell'amore di Dio, rivelatosi nelle persone che Egli ha messo accanto a me, la mia famiglia, gli amici e le famiglie del quartiere, l'ambiente religioso del paese, la comunità cristiana in cui vivevo, quasi in osmosi, come in una seconda casa. Ho vissuto la mia infanzia un po' come il piccolo Samuele, tra casa e Chiesa, amando le cose di Dio, le feste liturgiche, ottenendo di iniziare a servire la messa da molto piccolo che appena arrivavo all'altare. Mi sentivo amato dai sacerdoti che si avvicendavano nella parrocchia, li ammiravo, gioivo delle loro prediche entusiaste, sgranavo gli occhi alla vista di tanti seminaristi quando tornavano d'estate e andavano a passeggio per il paese, lieti della loro vocazione … certamente nel mio cuore, ruminavo le parole che furono quelle di tanti altri sacerdoti ... "anch'io!". Fece capolino l'idea del Seminario, poi fu Don Fiorino Stangherlin ad orientarmi verso il seminario salesiano di Gaeta. Lui che veniva da Forlì, aveva già conosciuto vari salesiani della regione ed era sensibile al carisma di Don Bosco. Mi sono e mi ritrovo tuttora sempre innamorato della mia vocazione e del mio amore per i giovani, il loro bene sulla terra e la loro felicità nel cielo.
Come hai vissuto la tua esperienza di religioso consacrato?
Dal giorno della mia vestizione nell'ottobre 1961, offrii la mia vita al Signore come figlio di Don Bosco, dicendo nel mio cuore: "anche se devo partire missionario". Considero questa mozione interiore dello Spirito come espressione della totalità di una risposta di amore al Signore. Tutto avvenne nel Tempio di Don Bosco a Roma, presente mia madre. Ero felice. Partii l'anno seguente per il Katanga, regione dell'attuale Congo - Kinshasa, subito dopo i primi voti, ero minorenne ed ebbi bisogno del suo permesso, ottenuto non senza lacrime e lacerazione interiore, ma con generosità. Da allora passarono ben 29 anni, pochi in realtà. La rilettura della mia esperienza africana riempie ogni volta l'animo di gratitudine al Signore per averla vissuta con pienezza, senza tentennamenti, cercando di entrare nella mentalità della mia gente, amandola e sentendomi amato da essa. Mi sono sentito bene con loro ed è stato gratificante! Il cammino e la crescita in una nuova cultura, completamente diversa da quella italiana, come dal giorno alla notte, non fu indolore. Furono i miei compagni di formazione africani ad iniziarmi a conoscere e rispettare la loro cultura. Non era facile. Il Katanga era una regione secessionista, Lumumba era appena stato ucciso. Arrivai che il paese era in guerra e, per lunghissimi anni, ha vissuto nell'instabilità, e nella continua apprensione per nuove guerre, in cerca di pace, di giustizia e di democrazia. Ho vissuto inizialmente la mia vita nell'ambiente educativo scolastico, dando il mio contributo alla promozione umana e allo sviluppo inerente ad una evangelizzazione che si vuole autentica, che dia concretezza all'annuncio del Vangelo e alla salvezza integrale dell'uomo. Il secondo periodo, altrettanto impegnativo e gratificante, sono stati gli anni di insegnamento in diversi Centri di formazione per seminaristi, religiosi e laici e l'animazione direttamente pastorale. Certo, l'impatto costante fu quello di trasmettere contenuti, di formare animatori in una giovane Chiesa, fiera della propria cultura e della sua creatività capace di rendere la liturgia, bella, vivace e ricca di simboli, impegnata a dare testimonianza sofferta per la giustizia e per la pace del proprio popolo. Come avrei potuto vivere la mia appartenenza religiosa lontano dalla vita quotidiana della gente, in particolare i giovani? Non era per loro che ero stato mandato?
Ma fu sempre così bello?
Direi, non è stato pacifico. Ho dovuto imparare a fare innanzitutto i conti con la situazione sociale precaria. Ero giovane e lo scoraggiamento mi avrebbe potuto riportare presto in Italia. Fu il sentirmi membro di una comunità religiosa unita e impegnata nella stessa missione, che questa paura non ha mai preso il sopravvento. Una altra sfida fu che, per sentirmi a casa mia e raggiungere la vita della gente, occorreva innanzitutto saper ascoltare e quindi comunicare con loro. Le distanze culturali allora diminuiscono, diminuisce anche il sospetto reciproco, ci si sente amati e accolti. Una terza sfida fu quella di prendere radicalmente distanza da una mentalità neo-coloniale, rivivendo lo stesso abbassamento dell'incarnazione, di vivere la mistica del chicco di grano, che se non muore non può portare frutto. Ho vissuto così un periodo fecondo di vita ecclesiale in cui bisognava far crescere e saper passare il testimone perché da una fondazione di Chiesa si potesse passare a una Chiesa adulta, capace di diventare a sua volta missionaria. Infine, una sfida tutt'ora aperta è stata quella di essere al di sopra delle appartenenze tribali, mettendo sempre a primo posto, l'uomo, il povero, i giovani. Mi ha aiutato molto per sentirmi sempre libero per annunciare a tutti, senza preclusioni, il Vangelo di Cristo.
Che cosa ha segnato maggiormente la tua vita di sacerdote ieri nel Congo e oggi in Italia?
Ciò che ha maggiormente motivato e sostenuto il mio ministero sacerdotale è stato il contatto con i poveri, la loro semplicità nei rapporti diretti senza schemi, la loro serenità nella sofferenza, la loro generosità per i più poveri. Di fronte a certe situazioni non si può giocare. Un giorno portai la comunione ad una signora anziana. Stava molto male, stremata di forze, stesa su un lettuccio, a contatto diretto con la rete, ricoperta da un sacco di iuta, la stanza era piccola. Il solo mobile ove appoggiare la teca, era l'angolo di una sedia ripiena di cose. Inginocchiandomi dissi: "Signore Gesù, a Betlemme eri certamente più comodo. Oggi sei venuto ad incarnati di nuovo nella povertà". Poi tra le lacrime che cercavo di ritenere, incrociai il suo sguardo quasi spento con il solo desiderio di fare la comunione. Sentii un forte senso di pace e di gratitudine a Dio per il mio sacerdozio a servizio dei più lontani. L'esperienza che ha però segnato maggiormente il mio ministero è stato il servizio speso alla formazione di centinaia di catechisti. Si viveva il clima del rinnovamento della catechesi e della prima evangelizzazione. Il Signore mi ha fatto la grazia di educare ad insegnare le cose di Dio … ne sono fiero, mentre continuo a ritenere questa missione come un privilegio. Tutto questo non è stato possibile senza la preghiera, semplice, non sempre lineare, piuttosto ruminata. In questi anni ho imparato a pregare nel silenzio, in contesti di disagio giovanile e di perdita di senso, specie quando la fede si fa difficile, contemplando la presenza di Dio nella vita degli umili e nella generosità dei più poveri. Ogni giorno mi esercito a fare del Padre Nostro uno stile di vita e a cantare il Magnificat esaltando i ribaltamenti che il Signore sa operare nella storia e in ciascuno di noi.
Cosa ti porti dentro e vorresti ancora comunicare ai lettori di Immi?
Innanzitutto ringraziare Lucia per avermi provocato a fare una rilettura della mia vita e a rivisitare i luoghi più cari della mia esistenza. Ciò che vorrei augurare ai lettori è la gioia della testimonianza, dettata dall' urgenza di ripartire da Cristo, di dare a Dio il primo posto nella nostra vita. Oggi abbiamo tendenza ad addomesticare il Vangelo secondo le nostre vedute, occorre invece evangelizzare la cultura, dare spazio al Vangelo perché sconvolga la nostra vita secondo la via delle Beatitudini. Conoscere Cristo non è cosa scontata, mentre conversione resta la palestra di tutti giorni, certi che il dono della fede non dell'ambito del privato, ma della parresia, della gioia di dire Cristo apertamente e con coraggio. In un mondo di egoismo la risposta cristiana non può essere che quella della gratuità. Non possiamo tirarci indietro, anche perché viviamo all'ombra di Santuario che ci presenta Maria come Madre che ci accompagna. "Siate devoti di Maria, diceva don Bosco, e saprete cosa sono i miracoli".