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La crisi dell'Occidente

Novembre 2006

Padre Pio posto all'ingresso di Casalbordino


I recenti clamori intorno alla distorta interpretazione della lectio magistralis del Pontefice all’Università di Regensburg hanno distolto l’attenzione dal vero significato del messaggio papale espresso non solo nel citato discorso, ma sempre ripetuto come filo conduttore di tutto il suo grande pontificato. Papa Benedetto XVI, sin dal famoso dialogo, quando era ancora cardinale, con Marcello Pera sulle origini cristiane d’Europa, e poi dal discorso ai cardinali in conclave il giorno della sua proclamazione al soglio pontificio, ha sempre posto l’accento sulla crisi dei valori in Occidente, condannando il “relativismo”, visto come nuova “confessione”, nuovo dogmatismo secondo cui la fedeltà ai valori tradizionali ed alle conoscenze che li sostengono viene bollata come intolleranza. È questa crisi di valori e di coscienze che dovrebbe preoccupare di più nei nostri giorni e sulla quale dovrebbe focalizzarsi l’attenzione di tutti e soprattutto di chi si professa credente. La multiculturalità dei nostri tempi, che di per sé è un fatto positivo, è talvolta soprattutto abbandono e rinnegamento di ciò che è proprio. L’Occidente tenta lodevolmente di aprirsi a valori esterni, ma non ama più se stesso e della sua storia vede ormai soltanto ciò che è deprecabile, mentre non è più in grado di percepire ciò che è grande e puro, come il messaggio cristiano. Basti considerare il rispetto del sacro, che nella nostra società attuale trova piena tutela se ad essere offesa è un’altra religione, mentre se si tratta di Cristo e di ciò che è sacro per i Cristiani, la libertà di opinione diventa il bene supremo, limitare il quale significherebbe minacciare o addirittura abolire la libertà. Noi cristiani sembriamo quasi imbarazzati a professare il nostro credo, dimenticando che il dialogo si fa mettendo sul tavolo senza paura le proprie convinzioni. Oggi tentano di rimpiazzare il Cristianesimo forme imperanti di neoilluminismo e spiritualismo neognostico stile new age che mirano a ridurre tutto ad un sincretismo moraleggiante che obnubila le menti anche dei cristiani. E non è raro sentire cattolici, anche praticanti, fare affermazioni aberranti del tipo: la chiesa dovrebbe adeguarsi ai tempi, il suo messaggio dovrebbe attualizzarsi! Ma forse abbiamo timore di testimoniare il nostro credo perché abbiamo perso il messaggio originario della nostra fede, abbiamo smarrito la nostra identità e forse dovremmo unirci a Simon Pietro nel grido accorato: “Signore da chi andremo, Tu solo hai parole di vita eterna” per riscoprire il kerygma, ossia l’annuncio centrale del Vangelo: Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio. Come afferma Vittorio Messori, nel mondo d’oggi “si costruiscono complesse architetture sui vangeli, ma pochi scendono con chi li ascolta in cantina per vedere se le fondamenta ci sono davvero e pochi cercano di saggiare se ancor oggi è solida la pietra angolare su cui appoggiano la loro fede e le loro chiese”. L’attenzione continua dei nostri tempi all’impegno sociale non può far passare in secondo piano il perché e soprattutto in nome di chi si fanno tutte queste attività, ossia Cristo. Lucia