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Via della Croce, via dell'Amore

Novembre 2006

La Croce di Cristo è la nostra Croce


Carissimo Padre, tantissime volte nella nostra vita ci troviamo di fronte a difficoltà, asprezze, insidie, dolori e sofferenze le più difficili. In alcuni casi basta un po’ di volontà e tutto si risolve. Ma a volte non basta. Le situazioni della vita diventano molto più tragiche e drammatiche. La forza morale e volitiva non basta e non si riesce ad emergere. La sfiducia, la depressione addirittura, ci inchiodano, ci chiudono ogni orizzonte di vita e di futuro. L’abbiamo letto anche sulle pagine di Immi, al quale hanno scritto ragazzi convinti di non valer più nulla e di aver pensato anche al suicidio. In momenti come questi vorremmo solo gridare e ribellarci ad un destino tremendo, ma non ci riusciamo perché mancano le forze. E’un grido silenzioso che spesso si rivolge verso Dio, accusato di essere sadico puparo della nostra esistenza. Dio mio perché? Perché mi fai questo? Cosa vuoi da me? Cosa ti ho fatto? Ci poniamo questi interrogativi, duri verso la realtà che ci circonda. Rifiutiamo quel che accade, vorremo solo che tutto finisse e che il peso atroce della sofferenza e del dolore ci abbandonasse. Come cristiani cosa dire, fare, come porsi davanti a queste situazioni? Quando accade agli altri, ma soprattutto se capitasse a noi? Quando capita ad altri, spesso ammantati di facile pietismo o buonismo (che ci tengono distanti e lontani da una vera com-passione della “crocifissione quotidiana” dei nostri fratelli), la tentazione della risposta facile è tanta. Ma quando capita a noi? Quando il peso del legno è sulle nostre spalle cosa dobbiamo fare? Quali risposte, atteggiamenti cercare? Alcuni anni fa mi capitò tra le mani, proprio mentre ero davanti ad uno di questi tragici momenti dell’esistenza umana, una brevissima preghiera, dolcissima e tenerissima. Da allora la porto sempre con me, ben custodita nel cuore. “Ti amo Gesù, ti amo tanto. Mi affido a Te, non mi lasciare solo. Fa di me quel che piace a Te, sia fatta la tua volontà”. Ognuno di noi è solo un atomo nell’universo e non può pensare, anche solo lontanamente, di comprendere il mistero dell’esistenza o di imporre i propri voleri. Non possiamo pretendere di evitare la sofferenza, di scansare le nostre croci(“Perché proprio a me” spesso ci chiediamo. E perché ad altri?). Non l’ha fatto Gesù Cristo, che nel dolore del Getsemani si raccomandò alla volontà del Padre e fu pronto a prendere su di sé la massima Croce di sofferenza. E quanta superbia spesso mettiamo nei nostri gesti, nella nostra vita. Cristo, Dio fatto uomo, si abbandonò fiducioso al Padre. Noi spesso invece ci rifugiamo nel nostro io, convinti di essere invincibili. Come possiamo pretendere di portare la Croce da soli, di sostenerne il peso senza l’aiuto del Signore? Ci possiamo sentire inadeguati, stanchi, sfiduciati, incapaci di sostenere il peso. Dio vede e scruta tutto, anche il cuore dell’uomo e il suo dolore. Noi non possiamo sapere dove giungerà il nostro Calvario, dove arrivano le nostre “croci quotidiane”. Il Signore, solo lui, può conoscere il senso del nostro dolore, del nostro soffrire. Il Golgota del più Grande Sofferente della storia è stato Pasqua di salvezza per miliardi di donne e uomini in cammino. Il sacrificio di Oscar Romero e di Ignacio Ellacurìa è stato esempio e speranza per il Salvador. Oggi la dittatura militare non c’è più mentre migliaia di persone vivono alla sequela del loro martirio. Coloro che uccisero Ezechiele Ramin erano convinti di aver messo a tacere il giovane missionario padovano figlio del Comboni. E invece il sangue di Lele ha irrigato il terreno del Vangelo della Vita e della Giustizia. Noi non sappiamo quando, non sappiamo come, ma le tre ore del Golgota passeranno e giungerà la Pasqua, le ferite del dolore diverranno le feritoie della gioia. “Ma noi sappiamo che se Dio è per tre giorni e poi risorge” canta il poeta e questa è la nostra unica certezza di fede. Dopo il Venerdì Santo arriva sempre la Domenica della Risurrezione, ad ogni dolore seguirà una gioia, ad ogni sofferenza il sollievo. Noi non possiamo saperlo ma la nostra sofferenza, il nostro salire sul Golgota, può permettere a nostri fratelli di scendere dalla Croce e di giungere alla pienezza della Risurrezione. Ma da soli tutto questo è vano e nulla possiamo. Se pretendiamo che il mondo giri intorno al nostro ego e viva in funzione di noi il peso della sofferenza e del dolore ci può solo schiacciare. L’abbandono fiducioso nel caldo abbraccio e nella tenera guida del Signore ci permetteranno di vivere fino in fondo il Calvario. E mai nulla sarà vano. Alla fine della vita saremo giudicati sull’Amore, ci esorta S. Paolo. E per amore si è pronti a soffrire, si accettano le croci più dolorose per amore. Guidati da Nostro Signore potremo attraversare la via della Croce ed offrirla per Amore, solo per Amor suo e delle nostre sorelle e fratelli. La saluto, dopo aver condiviso con Lei queste parole scaturite da una piccola personale esperienza di fede, con una piccola riflessione di Angelo Frammartino, il giovane volontario italiano ucciso l’estate scorsa in Medio Oriente (e come non vedere nella solidarietà dopo la sua morte piccoli semi di Pace in una terra martoriata dalla violenza delle armi e dell’odio?). Tenere parole di un cuore vibrante d’amore per i fratelli. “Bisogna imparare ad amare daccapo, a tornare ad amare, ogni giorno”.

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