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Quel funerale di sera, a Gerusalemme

Settembre 2007

L'angolo di Perpetua

Tra le pagine dei Vangeli che mi hanno sempre incuriosita ed attirata, vi sono quelle relative al funerale di Gesù.
A questo punto qualche lettore penserà: “ Ma perché occuparsi di questi dettagli, quando puoi parlare, ad esempio, della grandezza e della bellezza della Resurrezione?” Ed io sarei anche d’accordo con lui, ma considerando che questi passi costituiscono le prime prove dell’autenticità di reliquie di grande risonanza emotiva e mediatica, che si riflette cioè sui mezzi di comunicazione, per credenti e non, come la Sindone o il “nostro” Volto Santo di Manoppello (recentemente onorato dalla visita del Papa che ne ha poi elevato il Santuario a Basilica), si comprende come il loro esame non sia esattamente una perdita di tempo.
Si può dunque iniziare col dire che, archiviata come non provata la pur bella tradizione popolare che voleva il volto del Cristo sofferente impresso sul telo pietosamente usato per asciugarlo da una “figlia di Gerusalemme”, lungo la via del Calvario, i tre Vangeli di Luca, Marco e Matteo, cosiddetti “sinottici”, cioè che vedono la storia di Gesù da uno stesso punto di vista raccontando, più o meno, gli stessi fatti, ci parlano di una sepoltura avvenuta in tutta fretta alla sera della vigilia della festa settimanale, superando intralci burocratici frapposti dai Romani e con il corpo di Gesù avvolto in un sudario o lenzuolo e deposto in un sepolcro scavato nella roccia e chiuso da un masso.
Luca, quasi a fare chiarezza nella fioritura di racconti già circolanti nella comunità, come afferma nella dedica iniziale: “Poiché molti han posto mano a stendere un racconto degli avvenimenti successi tra di noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni fin da principio e divennero ministri della parola, così ho deciso anch’io di fare ricerche accurate su ogni circostanza fin dagli inizi e di scriverne per te un resoconto ordinato, illustre Teòfilo1 [...]”, narra infatti che: “[...] C’era un uomo di nome Giuseppe, membro del sinedrio, persona buona e giusta. Non aveva aderito alla decisione e all’operato degli altri. Egli era di Arimatéa, una città dei Giudei, e aspettava il regno di Dio. Si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Lo calò dalla croce, lo avvolse in un lenzuolo e lo depose in una tomba scavata nella roccia, nella quale nessuno era stato ancora deposto. Era il giorno della parascève e già splendevano le luci del sabato [...]”.2
Matteo, l’ex esattore delle tasse convertito, che non può fare a meno di notare la ricchezza del pietoso membro del Sinedrio, annota a sua volta:
“[...] Venuta la sera giunse un uomo ricco di Arimatéa, chiamato Giuseppe, il quale era diventato anche lui discepolo di Gesù. Egli andò da Pilato e gli chiese il corpo di Gesù. Allora Pilato ordinò che gli fosse consegnato. Giuseppe, preso il corpo di Gesù, lo avvolse in un candido lenzuolo e lo depose nella sua tomba nuova, che si era fatta scavare nella roccia; rotolata poi una gran pietra sulla porta del sepolcro, se ne andò [...]”.3
Nel Vangelo di Marco, ovvero il discepolo che portò Pietro a Roma e ne utilizzò i ricordi (il primo, come pare, ad essere stato scritto), il legame tra circostanze temporali e modalità è molto evidente nel racconto, assai preciso, della sepoltura:
“[...] Sopraggiunta ormai la sera, poiché era la Parascève, cioè la vigilia del sabato, Giuseppe d’Arimatéa, membro autorevole del sinedrio, che aspettava anche lui il regno di Dio, andò coraggiosamente da Pilato per chiedere il corpo di Gesù. Pilato si meravigliò che fosse già morto e, chiamato il centurione, lo interrogò se fosse morto da tempo. Informato dal centurione, concesse la salma a Giuseppe. Egli allora, comprato un lenzuolo, lo calò giù dalla croce e, avvoltolo nel lenzuolo, lo depose in un sepolcro scavato nella roccia. Poi fece rotolare un masso contro l’entrata del sepolcro [...]”.4
Fuori dal coro di queste testimonianze concordi che danno valore alla Sindone come quel lenzuolo che avrebbe avvolto il corpo di Cristo, si colloca il Vangelo di Giovanni, il quale, a dispetto del suo inizio poetico e mistico e delle potenti immagini simboliche che lo stesso autore utilizzerà nell’Apocalisse, diventa su questo punto estremamente realistico, raccontando come:
“[...] Dopo questi fatti, Giuseppe d’Arimatéa, che era discepolo di Gesù, ma di nascosto per timore dei Giudei, chiese a Pilato di prendere il corpo di Gesù. Pilato lo concesse. Allora egli andò e prese il corpo di Gesù. Vi andò anche Nicodèmo, quello che in precedenza era andato da lui di notte, e portò una mistura di mirra e di aloe di circa cento libbre. Essi presero allora il corpo di Gesù, e lo avvolsero in bende insieme con oli aromatici, com’è usanza seppellire per i Giudei. Ora, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora deposto. Là dunque deposero Gesù, a motivo della Preparazione dei Giudei, poiché quel sepolcro era vicino [...]”.5
e riferendo più avanti il sopralluogo di Pietro al sepolcro dopo la Resurrezione, su quella che sembrava essere, come si direbbe oggi, la scena del crimine della sottrazione del cadavere di Gesù
“[...] Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra, e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte [...]”.6
Sarebbe stato, dunque, non un funerale dell’ultimo minuto, prima del rigoroso riposo del sabato, ma una regolare sepoltura ebraica con i suoi bravi influssi egiziani, che prevede il trattamento del corpo con sostanze come l’aloe e la mirra adatte a favorirne la conservazione (ne furono usate, a quanto pare, ben cento libbre, ossia oltre trenta chili di queste preziose essenze, essendo la libbra romana pari a 327,45 grammi, con una spesa davvero notevole che solo un ricco avrebbe potuto permettersi, a meno che l’espressione non vada intesa nel senso generico e simbolico di “grande quantità”), il suo avvolgimento in bende a mo’ di mummia (anche Lazzaro viene fuori dalla tomba in questo modo, tanto che Gesù deve ordinare espressamente agli incantati spettatori di aiutarlo, come si legge in Giovanni, 11,44, “Il morto uscì, con i piedi e le mani avvolti in bende, e il volto coperto da un sudario. Gesù disse loro: “Scioglietelo e lasciatelo andare”.”) ed appunto la copertura del solo capo con un sudario di bisso, simbolo dell’attesa della resurrezione della carne poiché copre lasciando passare la luce (come pare appunto che sia il drappo di Manoppello), l’unico lenzuolo ad essere qui nominato ed accreditato, anche dal gesto del Risorto, che lo ripiega accuratamente. Un rituale complesso, insomma, che richiede i suoi tempi. Ma non “ Era il giorno della parascève e già splendevano le luci del sabato.” ed era “Sopraggiunta ormai la sera”? Viene tra l’altro così parzialmente smentita anche la circostanza, riferita negli altri Vangeli, secondo la quale le pie donne si recarono al sepolcro, il giorno dopo il sabato, appunto per portarvi i suddetti aromi, visto che, a tal proposito, si dice semplicemente: “[...] Nel giorno dopo il sabato, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand’era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro [...]”.7 Dunque chi ha ragione? Bisogna per forza dar ragione ad entrambe le versioni e pensare che il lenzuolo sindonico sia stato usato solo per trasportare il corpo fino al sepolcro, ove si sarebbe poi svolta la procedura descritta da Giovanni, considerando in particolare il versetto di Luca, 24,12, che avvalora la versione giovannea (“Pietro tuttavia corse al sepolcro e chinatosi vide solo le bende. E tornò a casa pieno di stupore per l’accaduto.”) e che, comunque sia, non è possibile, data l’ispirazione divina delle Scritture, ritenere menzognera l’una o l’altra. Mi sa proprio, allora, che conviene dar retta all’amico lettore: è meglio lasciar perdere queste “pericolose” indagini e immergersi nella luminosa, immensa e consolante bellezza della Resurrezione, che ci ha aperto la prospettiva della vita eterna. Perché le ho svolte allora? Perché è meglio una rinuncia consapevole, dopo aver preso coscienza dei problemi posti dalla lettura delle Scritture, che una rinuncia a priori, per ignoranza. PERPETUA

Note: 1 Luca, 1,1-3.
2 Luca, 23, 50-54.
3 Matteo, 27, 57-59.
4 Marco, 15, 42-46.
5 Giovanni, 19, 38-42.
6 Giovanni, 20, 6-7.
7 Giovanni 20,1