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Don Tonino Bello ... un ricordo molto speciale

Settembre 2008

Don Tonino e il Crocifisso

Se fossi un bravo pittore certamente dipingerei un’immagine di don Tonino Bello in piedi, con un sorriso sereno sul volto, due braccia spalancate all’abbraccio dell’accoglienza e le… “tasche rivoltate”. Non c’è da stupirsene perché è esattamente in questo modo che mi accolse una mattina venendo ad aprire la porta di casa sua per un appuntamento che avevamo per via del comune impegno in Pax Christi. Quando gli feci notare che per una qualche dimenticanza aveva la fodera delle tasche in evidenza, se ne scusò rimettendole a posto e spiegandomi che prima di me era andato da lui un tale che spesso bussava alla sua porta per chiedergli un aiuto in denaro e che lui gli aveva risposto che purtroppo per quella mattina non aveva più soldi dal momento che aveva aiutato anche altre persone prima che lui arrivasse. Davanti all’incredulità dell’altro, don Tonino si era rivoltato le tasche come di fronte ad una perquisizione. Un vescovo che si è lasciato perquisire dai poveri, un vescovo peraltro anch’egli povero che persino sul piano dei simboli aveva rinunciato ad una croce pettorale di metallo prezioso preferendone una in legno d’ulivo scolpita da un artista del suo paese e che per anello episcopale aveva scelto la fede nuziale della madre facendogli incidere sopra una piccola croce. Persino il pastorale (il bastone del vescovo) era di legno: “Non serve a percuotere il gregge - ripeteva - ma semplicemente ad indicare la via da seguire”. Insomma un cristiano e un vescovo in cui prima che le parole hanno parlato chiaramente i simboli, i segni e le scelte di vita. D’altra parte era solito ripetere che “di fronte a coloro che ostentano i segni del potere, noi dobbiamo saper opporre il potere dei segni”. E lui gli ha posti in maniera assolutamente leggibile e comprensibile da parte di tutti con estrema semplicità. Sembrerà strano ma un vescovo che cammina a piedi per le vie della città fermandosi casomai in un bar a prendere un caffè o insistendo, come faceva solitamente, per potertelo offrire… colpisce, evangelizza, testimonia più che una predica o una lettera pastorale. Il barbiere dalle parti del centro di Molfetta ha affisso nella sua bottega l’immagine di don Tonino perché dice che non dimenticherà “finché campa” che quel vescovo andava da lui a farsi tagliare i capelli e garbatamente attendeva il suo turno intrattenendosi amabilmente a parlare con gli altri clienti. Un vescovo fatto popolo, un cristiano coerente, un testimone fedele del Vangelo di Cristo. Quando ormai il cancro lo aveva segnato nel fisico, nell’agosto del 1992 propose di “invadere pacificamente la Bosnia” che in quel momento era devastata da un conflitto atroce. Contrariamente ad ogni realistica previsione un gruppo di cinquecento persone accettarono quella sfida e il 7 dicembre di quello stesso anno dal porto di Ancona si imbarcarono su una nave alla volta di Spalato per raggiungere Sarajevo. Da Bisceglie riuscimmo a partecipare in tre. Contrariamente ad ogni realistica previsione, riuscimmo a superare tutti i pericolosi ostacoli che impedivano di raggiungere la capitale bosniaca e compimmo quel gesto di solidarietà verso gli abitanti assediati sotto il rischio continuo dei cecchini appostati sulle montagne e delle granate che continuavano a cadere indiscriminatamente nelle strade e nei punti di maggiore concentrazione delle persone. Nel mio cuore custodisco tanti ricordi e tante impressioni di quell’esperienza, ma prima tra tutte non potrò dimenticare la luce degli nocchi che ravvivava il volto emaciato di don Tonino Bello. Con quel gesto egli intendeva lanciare una sfida e una provocazione a tutto il mondo: la morte può essere vinta dalla vita, la violenza può essere disarmata soltanto dalla nonviolenza attiva, vale la pena rischiare anche la propria vita per dire al mondo la verità della pace autentica e profonda. La luce in quegli occhi non era data da una soddisfazione passeggera ma da una spiritualità radicata nella Parola di Dio, nella contemplazione dell’Eucaristia, nella preghiera in cui ripassava in rassegna ogni persona incontrata e ogni situazione per portarla al Signore della vita come in un unico grande offertorio quotidiano. Quest’anno, a quindici anni dalla morte, il Vaticano ha dato il proprio assenso ad iniziare il processo di beatificazione che potrebbe mettere il sigillo dell’ufficialità su una santità che in tanti abbiamo respirato nella sua presenza. Il Signore mi ha dato la grazia grande non solo di seguire don Tonino soprattutto nel tempo della sua malattia, da quando cioè mi aveva chiesto la disponibilità a impegnarmi in Pax Christi come coordinatore nazionale, ma di essere presente in quella piccola stanza da letto del Palazzo vescovile di Molfetta, nel momento in cui quella luce degli occhi si spegneva definitivamente per riempirsi della luce nuova ed eterna di Dio. È un ricordo che conservo nello scrigno della mia anima come un tesoro prezioso che niente e nessuno potranno cancellare o rubare. In questo senso la Pasqua (passaggio) di don Tonino è stata un po’ anche la mia Pasqua e non è mai terminata.
Tonio Dell'Olio