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Intorno ai Novissimi

Settembre 2008

L'angolo di Perpetua

Prendetela pure come una fantasia da vecchia bacucca (visto che così almeno mi si dipinge), prossima cliente di una di quelle benemerite “agenzie di viaggi solo andata”, ma mi sono spesso soffermata a riflettere su quelli che il Catechismo chiama i “Novissimi”, che non sono, lettorello spiritoso, i prodotti di punta di una nota marca di cioccolato, bensì, come sa bene chi sa di latinorum, gli ultimi avvenimenti della nostra vita di cristiani, ossia la Morte, il Giudizio, l’Inferno e il Paradiso.
E se sulla Morte non rimane che constatare, con San Francesco e il suo «Cantico delle creature», che ad essa «[...] nullu homo vivente po’ skappare [...]», che paradossalmente per noi dovrebbe essere addirittura una festa, visto che attraverso di essa si accede alla vita eterna (tanto che i Santi si festeggiano proprio nel giorno della loro morte sulla terra), che appunto per questo, e specialmente in certe strazianti situazioni, diventa un’opera di pietà augurarla e pregarla e che, viceversa, nella società di oggi si fa di tutto per esorcizzarla, scansarla, ignorarla, sul Giudizio esistono invece parecchie annotazioni interessanti da fare, a partire dalla distinzione tra Giudizio particolare e Giudizio Universale. Secondo la Chiesa, infatti, ognuno di noi sarà giudicato appena dopo la morte senza aspettare quello Universale che avverrà alla fine della Storia.
Come si concilia però questo con l’articolo del Credo in cui si spiega appunto che alla fine della Storia il Salvatore «[...] di nuovo verrà nella gloria per giudicare i vivi e i morti e il suo Regno non avrà fine.[...]»? Non vi pare che se i morti fino alla fine della storia vengono giudicati di volta in volta, il Giudizio Universale diventerà solo quello dei vivi al momento della fine dei tempi, con un controsenso che la ragionevole logica umana, non addentro, è vero, ai progetti divini, ma pur sempre fatta a immagine del Logos, dell’Intelligenza divina, non può accettare? Non vi pare, oltretutto, che se per la giustizia umana la presunzione d’innocenza dell’imputato vale fino alla Corte di Cassazione e anche oltre, essendo sempre possibile chiedere la revisione del processo con nuove prove a discolpa, ciò sarà ancora più valido per quella divina, la cui implacabilità è temperata dall’infinita Misericordia di Cristo?
Non sarà allora che dopo la morte saremo tutti accolti nella casa del Padre e che il giudizio sarà rimandato all’apertura di quei libri che contengono tutti i nostri “dossier” e di quel “Libro della Vita” che sembra essere più importante degli altri, di cui si parla così nell’Apocalisse di Giovanni,

[…] Poi vidi i morti, grandi e piccoli, ritti davanti al trono. Furono aperti dei libri. Fu aperto anche un altro libro, quello della vita. I morti vennero giudicati in base a ciò che era scritto in quei libri, ciascuno secondo le sue opere. Il mare restituì i morti che esso custodiva e la morte e gli inferi resero i morti da loro custoditi e ciascuno venne giudicato secondo le sue opere. Poi la morte e gli inferi furono gettati nello stagno di fuoco. Questa è la seconda morte, lo stagno di fuoco. E chi non era scritto nel libro della vita fu gettato nello stagno di fuoco. […],[1]

libri che quindi è possibile integrare, quasi fossero nuove prove di revisione processuale, con tutte quella pratiche di pietà verso i defunti (preghiere e, soprattutto, elemosine in memoria e Messe di suffragio) che vengono così ad assumere un importantissimo valore “salvavita-eterna”, basandosi non più sulla nostra povera ignoranza di un istantaneo giudizio affrontato dai nostri cari defunti, ma sulla ragionevole certezza della Misericordia? Quanto detto sulle modalità del Giudizio sembrerebbe peraltro trovare riscontro anche nella lettura simbolica di una delle tante parabole escatologiche che costellano i Vangeli (no, gl’imballaggi non c’entrano nulla, lettorello, il termine indica ciò che riguarda le sorti finali dell’umanità, il dove andremo a finire), quella narrata in Matteo in questi termini:

[…] Gesù riprese a parlar loro in parabole e disse: “Il regno dei cieli è simile a un re che fece un banchetto di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non vollero venire. Di nuovo mandò altri servi a dire: Ecco ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e i miei animali ingrassati sono già macellati e tutto è pronto; venite alle nozze. Ma costoro non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò e, mandate le sue truppe, uccise quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. Poi disse ai suoi servi: Il banchetto nuziale è pronto, ma gli invitati non ne erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze. Usciti nelle strade, quei servi raccolsero quanti ne trovarono, buoni e cattivi, e la sala si riempì di commensali. Il re entrò per vedere i commensali e, scorto un tale che non indossava l’abito nuziale, gli disse: Amico, come hai potuto entrare qui senz’abito nuziale? Ed egli ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti”. […][2]

il libro della vita

Fuor di simbolo, dunque, il Paradiso (ovvero la sala del banchetto) sembrerebbe accogliere fino al Giudizio (ovvero l’entrata del re nella sala, che non è immediata) le anime di tutti i chiamati, ovvero i battezzati, buoni e cattivi, e solo in quel momento verrebbe esaminata la posizione personale di ciascuno, che deve corrispondere il più possibile ai canoni di quelle Beatitudini che sono un po’ come la Costituzione della Cristianità (ovvero l’abito che deve essere nuziale), per potervi partecipare anche con quel corpo che allora ci sarà restituito e non essere punito moralmente e fisicamente con l’Inferno.
Si è detto ciò per precisare meglio il concetto di “vita eterna”, visto che, come nella vita terrena, non è certo l’eternità quantitativa della vita dell’anima e del corpo ad essere in palio, essendo gia esse state acquisite e donateci con la Risurrezione di Cristo e il nostro Battesimo, ma la qualità di questa vita eterna, ossia la felicità paradisiaca o l’estremo dolore dell’Inferno che attende il malcapitato senz’altre definizioni della parabola (ovvero l’essere gettato fuori nelle tenebre immobilizzato con pianto e stridore di denti, immagini efficaci per significare l’intensità del dolore), con la speranza che alla fine egli si riduca poco più che al diavolo stesso, grazie all’intervento dello Sposo (ovvero la Misericordia di Cristo) che non vorrà certo che si celebri il Suo banchetto mentre altri, fatti pur sempre a Sua immagine, soffrono. Se così non fosse, e invece il Giudizio fosse istantaneo, come potrebbe, oltretutto, il disgraziato tale della parabola rimpiangere in eterno un Paradiso che non ha mai provato? Un Paradiso dunque che ci sarà aperto, preservandoci dall’Inferno, dalla Divina Misericordia e di cui si parlerà, se «[…] vuolsi così colà dove si puote /ciò che si vuole […]», sul prossimo numero.

Note:

1 Apoc. 20, 12-15
2 Matteo, 22,1-14