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Riscoprire la Pasqua

Pasqua 2009

Oggi è Pasqua! Chissà quanto è davvero cambiato dentro di noi e quanta gioia vera riusciremo a portare nel nostro cuore e in quello delle persone che ci sono care. Per il cristiano è questa la festa che dà senso al tutto, la spinta per camminare sempre in avanti, il fine del nostro vagabondare.
Il cristiano non può essere triste se ha davvero capito e interiorizzato la buona novella. Scrive don Paolo Curtaz, un giovane sacerdote che vive e opera fra le montagne valdostane, che se Dio non può riempire il nostro cuore di gioia, allora nulla e nessuno lo può fare, e la vita è tenebra e inganno. Ci lamentiamo spesso noi cristiani che nella società dilaga il relativismo e che, quando proviamo a vivere la nostra fede al di fuori delle parrocchie, ci scontriamo con l’indifferenza e la derisione che non permettono alcun dialogo. Certo è vero, è sempre più difficile al giorno d’oggi riuscire ad affermare le proprie idee e a rimanere coerenti con esse. La società non ci aiuta, intenta com’è ad autocelebrarsi e ad autoselezionarsi con pratiche a dir poco crudeli. C’è un illuminismo di ritorno che vorrebbe far passare per bigotto tutto ciò che non è conforme con l’ormai imperante delirio di onnipotenza. In questo quadro, quindi, è senz’altro difficile riuscire a portare la gioia della Resurrezione nella propria realtà. Però una cosa va detta: a volte noi cristiani siamo più affezionati all’idea della Passione che non a quella della Pasqua. Ci avviciniamo alla fede come ad un cimitero: con rispetto e silenzio, con lo sguardo compito, ma col desiderio di tornare a parlare d’altro il più in fretta possibile. Rischiamo di assomigliare a quel personaggio del Vangelo di Luca di cui non si sa neanche il nome, ma che non è affatto un personaggio secondario. Tutt’altro. Lo si identifica sempre come il fratello del figlio perduto e ritrovato o come l’altro figlio del padre misericordioso. Quel figlio che non è capace di fare festa neanche quando torna il fratello che credeva perduto, che vive la sua vita fatta di regole e divieti senza saper assaporare la bellezza dei doni che ha ricevuto. Diceva don Primo Mazzolari che se tutti i capitoli evangelici andassero smarriti e si salvasse dalla catastrofe solo la parabola del figliol prodigo, il nucleo centrale del vangelo sarebbe salvo. E forse è proprio così. Non a caso l’esegeta Roland Meynet, nel suo “Vangelo secondo Luca. Analisi retorica” parla di «due figli smarriti». Il primo figlio, quello all’apparenza obbediente e lavoratore, è ancor più smarrito del secondo. E’ sempre rimasto vicino al Padre, ma non ha mai capito nulla di Lui. Rischiamo spesso anche noi di definirci cristiani ma di non aver capito il vero senso del cristianesimo.
C’è una bella citazione tratta dal Talmud: “Ognuno dovrà rendere conto a Dio di tutte le cose buone viste nella vita e non godute”.
Che gioia possiamo portare agli altri se siamo noi i primi ad essere sempre tristi e sopraffatti dalle cose del mondo? Dovremmo sempre tenere a mente le parole dell’Angelo a quelle donne che al mattino si stavano recando al sepolcro per compiere i riti funebri: “Gesù è vivo, è inutile cercarlo nella tomba!” Dobbiamo crederci e crederci davvero. Il dubbio può impedirci di gioire. Per essere pienamente felici occorre una conversione alla fiducia.
Raffaella