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Lo stupore del Natale

Natale 2009

Lella

Alcuni giorni fa mi è capitato di andare fuori per un’intera giornata e di dimenticare a casa il cellulare. Appena me ne sono accorta, ho avuto quasi una crisi di panico e ho iniziato a lamentarmi della disdetta, pronunciando addirittura una frase che dev’essere risuonata all’incirca così: “non avere dietro il cellulare, per me equivale a non avere un braccio!” Bè, ovviamente non lo pensavo sul serio, ma ormai l’avevo detto. A quel punto mia madre, che aveva fino ad allora assistito impassibile alla mia scenata, se n’è venuta fuori con un’esclamazione che mi ha completamente zittito: “Ringrazia invece il Signore perché il braccio ce l’hai!” Mi sono talmente mortificata per la grande stupidaggine detta, che non solo ho passato una giornata molto bella e serena anche senza il mio telefonino, ma ho avuto anche l’occasione per riflettere un po’ sulla faccenda. E poi mi è venuta voglia di rendere partecipi i lettori di IMMI di queste mie riflessioni “ad alta voce”, approfittando dell’arrivo del Natale. Ho ripensato ad una canzone natalizia scritta da una coppia americana negli anni sessanta, il cui titolo tradotto è “Senti anche tu quello che sento io?” I protagonisti della canzone sono quattro personaggi particolari: il vento della notte, un agnellino, un giovane pastore e un Re Magio, i quali si passano fra loro la voce raccontandosi la storia più bella del mondo nella notte più magica del mondo.
Il vento della notte chiede all’agnellino se vede anche lui una stella dalla coda lunga come un aquilone danzare nel cielo, l’agnellino a sua volta chiede al pastorello se sente anche lui risuonare fra gli alberi una canzone cantata da una voce possente come il mare, il pastorello chiede al Re Magio se sa che c’è un Bambino che risplende in quella notte gelida e a cui bisogna portare in regalo oro e argento, e infine il Re Magio grida al mondo intero che il Bambino che giace nella mangiatoia in quella fredda notte porterà a tutti luce e bontà. È un canto tradizionale molto evocativo, la cui scena si svolge prima in un ambiente scarno, ma essenziale: pochi personaggi che assistono con stupore ed entusiasmo ad un evento unico. Poi l’evento diventa universale e la scena si fa molto popolata, è bastato un semplice passa-parola perché quell’annuncio risuonasse ovunque.
Non hanno certo avuto bisogno del cellulare per comunicare al mondo la gioia di quell’evento straordinario! È triste dover constatare che duemila anni dopo, in un’epoca ipertecnologica come la nostra, in cui le informazioni fanno il giro del mondo in pochi istanti, non riusciamo più a trasmettere quel messaggio di amore. Non credo che sia solo un problema di comunicazione o di testimonianza.
Nel secondo capitolo di Luca c’è una frase illuminante a questo proposito (e tutti i Vangeli sono pieni di esclamazioni dello stesso tenore): “tutti quelli che udirono, si stupirono delle cose che i pastori dicevano”.
Forse è proprio questo il nostro problema, a noi manca lo stupore.
Diceva Einstein: “Chi non riesce più a provare stupore e meraviglia è già come morto e i suoi occhi sono incapaci di vedere”.
Veniamo colpiti da così tante immagini durante la nostra giornata, siamo sempre super informati, riusciamo a dare spiegazioni plausibili a tutta la realtà che ci circonda tramite i sempre più sofisticati ritrovati della scienza, interrogando il web possiamo avere in pochi secondi tutte le risposte alle nostre domande. È il progresso, certo, e ben venga! Ma non permettiamo che ciò ci tolga il gusto della meraviglia per la bellezza del creato.
Un giornalista-scrittore dei nostri giorni, Luca Goldoni, ha scritto che “la ragione ci porta fino ai piedi di un muro e ci lascia lì. Credo che l’ultima risorsa sia lo stupore: non bisognerebbe stancarsi mai di provare un attimo di sbalordimento di fronte a quelle cose che ci paiono ovvie, il suono della propria voce, la venatura di una foglia, le stelle che cadono la notte di San Lorenzo”. E figuriamoci quale grande meraviglia dovremmo arrivare a provare di fronte al miracolo del Natale, quando Dio si fa uomo come noi! Davanti a quella grotta, come ci ricorda Sant’Agostino, “Godremo di una visione mai contemplata dagli occhi, mai udita dalle orecchie, mai immaginata dalla fantasia: una visione che supera tutte le bellezze terrene, quella dell’oro, dell’argento, dei boschi e dei campi, del mare e del cielo, del sole e della luna, delle stelle e degli angeli; la ragione è questa: che essa è la fonte di ogni altra bellezza”. Se ce ne rendessimo davvero conto e riuscissimo ancora a stupirci delle cose della vita che ci paiono ovvie, saremmo capaci di gridare la gioia del Natale al mondo intero, come i Re Magi della vecchia canzone.

Raffaella