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Gesù e l'adultera

Pasqua 2017

perpetua pasqua 2017

In questa occasione speciale, in cui la nostra rubrica diventa in qualche modo maggiorenne, ci si dedicherà a completare quella ideale galleria di personaggi che ha punteggiato e caratterizzato le nostre analisi di brani evangelici, ossia quelle degli incontri avuti da Gesù con il genere femminile lungo tutta la Sua predicazione, incontri tutti informati da una particolare delicatezza e benevolenza, che ne fanno un tratto distintivo della Sua parabola terrena.
Tali sentimenti di delicatezza e benevolenza, in una parola, direi, di misericordia, si riscontrano in modo particolare del famoso episodio dell'adultera, riportato dal solo Vangelo di Giovanni e inquadrato nella particolare impostazione di quel Vangelo che vuole tutti gli episodi narrati come puntate del continuo dibattito intellettuale tra Gesù e gli esponenti delle correnti teologiche e politiche che agitavano il suo tempo, come i farisei e i sadducei, impostazione su cui si tornerà, a Dio piacendo, in un successivo articolo.
Per capire bene, allora, questo e altri brani evangelici in cui sono presenti tali soggetti bisogna sapere che i primi, ossia i farisei, volevano un ritorno alla rigida applicazione - in verità più formale e di facciata che sostanziale, tanto da meritarsi da parte di Gesù la severa accusa di ipocrisia – della Legge mosaica, mentre i secondi, i sadducei, non credevano alla resurrezione dei morti, tanto da mettere alla prova il Salvatore con il paradossale caso della donna con sette mariti morti. Inoltre, per comprendere bene questo brano dell'adultera bisogna anche sapere quale fosse la condizione della donna e della famiglia in quel periodo, tenendo presente:
- che nella versione originale del comandamento nel Vecchio Testamento la donna era messa insieme ai beni e ai servi altrui, come cose da non desiderare;
- che i matrimoni erano molto spesso combinati e che i mariti (ma all'epoca di Gesù, pare, anche le donne delle classi più alte) risolvevano i loro problemi familiari con il comodo istituto del ripudio, di cui si occupa un altro mio articolo complessivo sul matrimonio purtroppo non ospitato qui;
- che gli scandali familiari della monarchia regnante, fantoccio dei Romani, ormai secolarizzata dal contatto con i costumi ellenistici (con il giovane re Erode Antipa che conviveva con la cognata Erodiade pur essendo il fratello ancora in vita) provocavano accese discussioni e rivolte popolari causate dalla loro pubblica denuncia, come quella appunto del re libertino operata da Giovanni il Battista che gli costò letteralmente la testa, come narrato con dettagli da cronaca bene informata in Marco, 6, 17-29;
- che invece le adultere normali subivano la pena prescritta dalla Legge mosaica, ossia la lapidazione, come accade alla nostra malcapitata protagonista del brano.
Vediamo allora come si sviluppa praticamente la vicenda narrata da tale celebre passo, che ci scorre davanti come una sequenza di un cortometraggio, situato in Giovanni, capitolo 8, versetti 2-11, in cui a Gerusalemme va in scena, secondo l'Evangelista, a causa del crescente consenso popolare ottenuto da Gesù e dalla sua predicazione (consenso conteso anche dai partigiani antiromani degli Zeloti, oltre che dalla casta sacerdotale che temeva di perderlo), una premeditata strumentalizzazione di un caso di cronaca a fini ideologici e di demonizzazione dell'avversario, ossia l'uso di un caso umano che fa notizia per portare avanti le proprie idee e magari mettere in cattiva luce l'avversario (davvero niente di nuovo sotto il sole, da duemila anni a questa parte):

Ma all'alba si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui ed egli, sedutosi, li ammaestrava. Allora gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio e, postala nel mezzo, gli dicono: "Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu un che ne dici?". Questo dicevano per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra. E siccome insistevano nell'interrogarlo, alzò il capo e disse loro: "Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei". E chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi.
Rimase solo Gesù con la donna là in mezzo. Alzatosi allora Gesù le disse: "Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?". Ed essa rispose: "Nessuno, Signore". E Gesù le disse: "Neanch'io ti condanno; va' e d'ora in poi non peccare più".

Come si vede, Gesù salva dalla condanna a morte per lapidazione, che nella prima scena si appresta ad eseguire un branco di uomini strepitanti giunti sulla spianata del Tempio, la donna sorpresa a tradire il marito, una povera donna di cui non è dato sapere neanche il nome, una donna che magari avrà ceduto al primo uomo che si sia rivolto a lei con gentilezza e facendola sentire importante, che magari sarà stata portata via con la forza, impaurita a morte, terrorizzata, da qualche stanza da letto proprio di qualcuno di quegli scribi e farisei e che magari sarà stata accompagnata lungo il tragitto da un'abbondante dose di insulti e violenze fisiche, come potrebbe raccontare una seconda scena di flashback del nostro cortometraggio.
Messo di fronte, Suo malgrado, a questa difficile e tragica situazione, Gesù la ribalta completamente, spostando l'attenzione dall'imputata ai giudici e mettendo proprio questi ultimi sotto indagine, chiamandoli a riflettere sul proprio operato.

Nel farlo, pone l'accento, con quel suo misterioso scrivere per terra (su cui si apre la terza scena, magari con un campo stretto), sulla estrema iniquità, cecità e debolezza delle sentenze umane e in particolare di quella sentenza capitale (sulla terra infatti le orme e i segni vengono cancellati dalle orme successive), evidenziando come il soggetto femminile era palesemente discriminato, sia perché l'uomo che era con lei non avrebbe subito la medesima condanna (infatti quelle parole "chi di voi è senza peccato scagli per primo la pietra", valgono, si in senso generale, dell'essere peccatori per la debolezza naturale dell'essere umano, ma a maggior ragione in senso particolare per il caso specifico dell'adulterio, sia perché il reato di adulterio maschile non esisteva (eppure Gesù ricorda che anche l'adulterio mentale è tale, come si legge in Matteo, 5, 27, perché priva il coniuge dell'affetto, delle cure e delle attenzioni necessarie, inducendolo così a soddisfare altrove questi bisogni, insopprimibili per l'essere umano, a sua volta con un altro adulterio, che comportava però per la donna pure il rischio della vita).
La presa di coscienza collettiva, provocata dalle parole del Maestro, si manifesta così immediatamente e, nella quarta scena, tutti quegli uomini abbandonano subito il campo, a cominciare, osserva finemente l'autore evangelico, dai più anziani, che evidentemente avevano più peccati, e peccati di quel genere in particolare, sulla coscienza, fino ai più giovani, tra cui non è difficile immaginare presente anche il marito geloso e infuriato della protagonista.
A questo punto, e siamo così arrivati alla quinta scena, in un silenzio totale che fa da contrappunto al precedente trambusto, restano da soli un Gesù assorto nei suoi insondabili pensieri e la donna rannicchiata in terra, tremante per la paura. Ecco allora che le si rivolge con molta delicatezza per farla rendere conto, in modo quasi naturale, del passato pericolo e della mancata condanna. E mentre lei si rialza rassicurata, Gesù convalida con quelle parole: "Neanch'io ti condanno" la maturazione della coscienza collettiva avvenuta con il nuovo comportamento tenuto da quel gruppo sociale di scribi e farisei, una convalida che avviene sempre ogni volta che si verifica tale maturazione, a seconda dei tempi che essa richiede e a seconda dei gruppi sociali in cui si viene a creare (si pensi ai cambiamenti lentissimi che sono avvenuti nella Chiesa, anche su questioni meno importanti).
Tornando però ancora al nostro brano che ci sta scorrendo davanti come un film arrivato ormai al finale, la donna comprende così che quello sbaglio non comporta la fine della vita, ma l'inizio di una nuova fase di essa, grazie ad un uomo, quello con la U maiuscola, che non la condanni come gli altri, ma la tratta con dolcezza e dignità esortandola a non ricadere in quella situazione di pericolo. In questo senso, infatti, vanno lette anche le parole finali rivolte all'adultera "va' e non peccare più", che valgono appunto, più specificamente, nel senso particolare della sua condizione personale, perché se la donna fosse ricaduta in quella situazione di adulterio, non avrebbe trovato più nessuno a tirarla fuori.
Ma la lezione più importante che si deve ricavare dal comportamento e dall'insegnamento di Gesù in questo brano è che nessuna colpa può causare la morte fisica, civile o religiosa del colpevole o del peccatore, come avviene con la pena di morte, le discriminazioni per le condizioni personali e sociali (vedi, a proposito, la marchiatura delle adultere raccontata nel romanzo La lettera scarlatta di N. Hawthorne, l'omofobia o le barriere architettoniche e culturali per i disabili) o l'impossibilità di prendere la Comunione, come accade per i divorziati risposati, quando a prevederle sono esseri umani che potrebbero essere non meno colpevoli e peccatori di coloro che vengono accusati.
Da ciò deriva che tutti i peccati che si riferiscono alla vita ordinaria delle persone sono sanabili con la Confessione e un'adeguata penitenza, anche se nel caso dei divorziati risposati è innegabile che questo percorso pone notevoli problemi di carattere pratico, poiché coinvolge volontà e sentimenti di terze persone, magari senza colpe specifiche e poiché si tratterebbe, per coerenza di logica religiosa, che esige il non ricadere nello stesso peccato, di ridurre il secondo matrimonio ad una convivenza di tipo fraterno o amicale, ossia tra amici.
Ma queste sono problematiche troppo complicate per essere affrontate nei nostri poveri pareri , articoli di una semplice fedele della strada e di buon senso quale io sono e del resto sull'argomento quella coscienza collettiva di cui sopra si parlava, nella Chiesa, almeno in quella docente, non è ancora completamente maturata.
A noi resta, comunque, il piacere e la consolazione di aver assistito ad una sorta di cortometraggio che ci ha mostrato, ancora una volta, un modello inarrivabile, quello di Gesù, di considerazione e valorizzazione umana, e femminile in particolare, che resta ancora tale, per tanti aspetti, nella Chiesa stessa e soprattutto nella società dei nostri tempi, in cui persiste ancora, purtroppo, un maschilismo arcaico e feroce (viste le tante, troppe donne violentate e uccise).

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