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Il cuore scoppiato e l’Amore costruttivo

Natale 2017

La legalità coinvolge la vita dell’uomo in tutta la sua complessità ed è il crocevia d'incontro tra etica, diritto e politica.
In una società democratica la legge è il fondamentale criterio di misura che deter-mina il bene comune di un popolo. Se vogliamo conoscere la concezione del bene comune di una comunità, dobbiamo guardare prevalentemente al contenuto delle sue leggi.
La crisi della legalità è in sostanza crisi del rispetto della legge, non solo ad opera di coloro che detengono il potere legale, ma anche di ogni cittadino, quando considera la legge un ostacolo da aggirare e da eludere o come qualcosa da strumentalizzare.
“La disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile” è una citazione illuminante di Corrado Alvaro, scrittore calabrese, ripresa da Gianfranco Ravasi in un breve scritto sulla corruzione.
In quel trafiletto il Cardinale dice che l’abisso della corruzione non è tanto nell’immoralità ma nell’amoralità, quando cioè non esiste più la distinzione tra bene e male, e fa notare che la parola “corrotto” deriva da cor ruptum, cuore scop-piato, quindi incapace di battere secondo la legge della morale. E questa è una sin-drome, conclude, che può colpire rovinosamente anche gli uomini giusti.
Una sindrome che ormai è molto comune, tanto da far parlare gli osservatori di una società in cui impera il relativismo morale.
C’è però un altro aspetto del problema. La legge, dice San Tommaso d’Aquino, “è quella regola, o misura dell'agire, per cui si è indotti all'azione o stornati da essa". Se la natura della regola è l'imposizione irrazionale e arbitraria, la forza motivazionale interna, che Tommaso chiama vis directiva, è nulla. Resta solo la vis coactiva, la costrizione.
Ma è anche una questione di fiducia. Dice Padre Bruno in un suo scritto che la cre-dibilità di chi è protagonista delle decisioni che riguardano il bene comune si gioca tutta sulla sua affidabilità.
E afferma con forza, testualmente: “Senza fiducia non si dà sistema, non funzionano le istituzioni e l’organizzazione della vita pubblica non può andare avanti”.
Ma c’è anche da domandarsi se la legge consegua sempre risultati rispondenti al senso profondo di giustizia che ciascuno di noi porta in sé come proiezione di un ideale interiore di dignità umana, di equilibrata distribuzione dei beni materiali e spirituali della vita, di saggia e razionale composizione dei conflitti, di tutela efficace delle persone e delle cose.
E se così non fosse, si può contestare la validità del diritto vigente e rifiutare di conformarsi ad esso? Certamente no, ma l’alternativa va costruita, o ricostruita, partendo dalle fondamenta, cioè dall’educazione. Bisogna, forse, recuperare quella “tecnica di amore costruttivo per la legge” di cui parlava Don Milani, che si esplica innanzitutto nell’insegnare l’amore per la cosa pubblica, cioè il rispetto per il valore della legalità, e quindi per i suoi delicati meccanismi.
Di sicuro è una strada lunga, complessa, piena di ostacoli, ma che va necessaria-mente percorsa. Non possiamo, però, delegare sempre il compito agli altri, alle Istituzioni, non possiamo pensare che noi siamo i buoni e che i cattivi siano sempre gli altri, magari i politici. La legalità ci riguarda tutti. Ognuno di noi, nel suo piccolo, può contribuire a rendere il mondo un posto migliore. E allora vale la pena rileggere le splendide parole di Don Primo Mazzolari e provare a farne un programma di vita:
Ci impegniamo noi e non gli altri, unicamente noi e non gli altri,
né chi sta in alto né chi sta in basso, né chi crede né chi non crede.
Ci impegniamo senza pretendere che altri s'impegnino,
con noi o per suo conto, come noi o in altro modo.
Ci impegniamo senza giudicare chi non s'impegna,
senza accusare chi non s'impegna,
senza condannare chi non s'impegna,
senza disimpegnarci perché altri non s'impegna.
Ci impegniamo perché non potremmo non impegnarci.
C'è qualcuno o qualche cosa in noi,
un istinto, una ragione, una vocazione, una grazia, più forte di noi stessi.

Raffaella