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Aldo Rebecchi presidente del Banco nazionale di prova ha presentato i dati del comparto

Armi, più centri che...errori

Oltre 45mila prove in più rispetto ai primi sei mesi 2003
Fonte: Giornale di Brescia - 01 luglio 2004

Oltre 45mila prove in più rispetto ai primi sei mesi 2003. È l’attività del Banco Nazionale di Prova di Gardone Val Trompia al 30 giugno di quest’anno. Un ente quasi centenario il cui motto è «Cavendo tutus», tutèlo facendo attenzione. Potrebbe essere il logo della certificazione internazionale. È invece la mission del Banco, primo ente certificatore della sicurezza e affidabilità delle armi corte e lunghe - pistole e fucili da caccia - prodotte in Italia, istituito nel 1908 su proposta di Pietro Beretta. Ma per certificare occorre essere certificati. Per questo l’ente presieduto da Aldo Rebecchi e diretto da Antonio Girlando (circa 800mila armi provate ogni anno prodotte da 110 aziende quasi tutte concentrate nel Bresciano, esportate all’85%) sta per ottenere la certificazione della Qualità Iso 9000. Ma come è andato il primo semestre dell’anno? «Bene - risponde Rebecchi - nei primi sei mesi del 2004 le armi provate sono aumentate di 45mila unità passando dalle 381mila dei primi sei mesi del 2003 alle 427mila del primo semestre di quest’anno, tanto che le proiezioni di fine anno danno una previsione di 809mila armi provate, il 5% in più rispetto alle 766mila del 2003». Ma, come spiega lo stesso Rebecchi, l’incremento del primo semestre di quest’anno va letto in modo disaggregato. Alle citate 45mila unità in più bisogna infatti detrarre 20mila pistole acquistate sul mercato dalla Beretta, armi non prodotte dall’azienda gardonese ma testate dal Banco. L’incremento citato va letto in modo articolato secondo le tipologie di prodotto. «Abbiamo punte di crisi nei sovrapposti e nelle repliche avancarica: nei sovrapposti, che costituiscono il core business della produzione di fucili da caccia, siamo calati da 66mila a quasi 61mila prove, mentre nei revolver ad avancarica, altro punto di forza della produzione bresciana, siamo passati da 23.711 a 20.898 unità». Bene invece l’andamento delle carabine passate da 17mila a oltre 30mila esemplari, con un aumento di 13.458 unità: si tratta di produzione Beretta e Benelli tutta esportata sul mercato Usa, dove è molto apprezzato questo prodotto. Aumentate anche le «grandi firme», in gergo gli «express e combinati», fucili destinati al mercato ricco vale a dire le armi da caccia fatte su misura dai grandi stilisti mondiali, tutti bresciani che si contano sulle dita di una sola mano: da 3.587 a 4.970 unità. Insomma, pure scontando la cautela prudenziale di Rebecchi - in sintonia con la tradizione che, trattandosi di armi sia pure sportive e da difesa, consiglia il «low profile» - va detto che i dati parlano abbastanza chiaro e che non si può parlare di crisi. Le armi bresciane si difendono bene, nonostante tutti gli sforzi per minimizzare o auspicare il contrario. Ed è bene che sia così, poichè la visita fatta agli impianti del Banco con mentori quali il direttore Girlando e il consigliere Adriano Pedretti ha confermato, se ancora ve ne fosse bisogno, l’immenso patrimonio di cultura industriale e cultura tout court che si nasconde dietro il «made in Val Trompia». Non solo per la tradizione accumulata in secoli di esperienza tramandata e tesaurizzata, quanto per la meccanica di precisione contenuta in un’arma da caccia. È un esperto come Pedretti a dire che si tratta di una cultura meccanica equiparabile a quella di un orologio svizzero. Basta una visita al Banco per capirlo.

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