Intervista

Siamo tutti Mimmo Lucano

Un popolo giovane ha invaso la Sapienza. In tanti, ben prima delle sue vicende giudiziarie, lo guardano come modello di integrazione e di accoglienza. Un sindaco che fa ancora scuola. Intervista a Mimmo Lucano
22 maggio 2019

Con Mimmo Lucano, Fabrizio Cracolici, Renato Franchi e Laura Tussi

Un popolo giovane ha invaso la Sapienza. In tanti, ben prima delle sue vicende giudiziarie, lo guardano come modello di integrazione e di accoglienza. Un sindaco che fa ancora scuola. Intervista a Mimmo Lucano.

Intervista a cura di Laura Tussi

PeaceLink

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Si proietta lungo tutto il ventunesimo secolo la coscienza di appartenere, noi esseri umani, a un’unica universale identità terrestre, dimostrando che ogni parte del nostro mondo, del nostro “villaggio globale” è interdipendente, inter-relazionale, intersolidale, ossia interculturale. L’invito del filosofo Edgar Morin a educarci a un’appartenenza terrestre universale e di solidarietà tra i popoli è il punto di partenza per un’educazione alla cittadinanza globale e allo stesso tempo locale, come ha fatto il borgo di Riace, capace di essere un modello per le trasformazioni in atto anche a livello mondiale, ossia le nuove sfide per il diritto alla pace: la lotta alle povertà, il disarmo nucleare, la tutela del clima e dell’ambiente, per citarne alcune.

 

Mimmo Lucano, oramai il borgo di Riace è per tutti un modello di interazione tra culture e simbolo di pluralismo di appartenenze etniche e religiose, apprezzato in tutto il mondo. Come è riuscito a realizzare questa splendida utopia?

È stato un processo spontaneo iniziato in un periodo in cui il tema dell’accoglienza e dell’immigrazione non era così importante come poi negli anni a seguire sino ai giorni nostri, con questo governo che è l’epilogo di un percorso che ci ha fatto diventare tutte persone un po’ tristi. È il sentimento oggi più ricorrente in Italia. Siamo tutte persone tristi. La disumanità della società della barbarie è diventata legalità, parte determinante delle strategie politiche di questo governo. Il colpevole? La maggior parte degli Stati europei che propongono soluzioni d’innalzamento di barriere e muri. È un’Europa senza una luce di umanità. Le persone che arrivano, non decidono loro di essere richiedenti asilo e rifugiati politici, ma lo fa, per loro, un mondo ingiusto e che obbliga migliaia di esseri umani a intraprendere i viaggi della speranza come unica soluzione per sopravvivere: questo è un concetto fondamentale su cui bisogna riflettere, anche rispetto a noi stessi, a quelle che sono le nostre abitudini, i nostri stessi stili di vita. Nonostante la recessione, nelle società occidentali vige un lusso sfrenato. E questo non possiamo permettercelo. Poche centinaia di migliaia di persone detengono la ricchezza del mondo mentre la stragrande maggioranza vive in condizioni di semipovertà. L’asilo politico non è solo per motivi di persecuzioni etniche e religiose, ma molto spesso si accompagna alla miseria, alla povertà. Ci sono persone che vivono con meno di mezzo dollaro al giorno. Come porre un ostacolo alle migrazioni con queste disuguaglianze a livello planetario?

 

Quali soluzioni possiamo proporre a questo incubo di disumanità?

La soluzione non è respingere gli essere umani per poi essere rinchiusi nei lager. Per noi occidentali l’importante è che i migranti non arrivino e non condizionino le nostre esistenze. Tutto questo è un concetto fondamentale che ho imparato ogni giorno con tutte queste persone con cui ho condiviso gli ultimi vent’anni della mia vita. Ero impegnato nella mia terra a cercare di capire come, sul piano dell’impegno politico, si potevano creare i presupposti per una prospettiva di un futuro possibile per risolvere il fenomeno dell’emigrazione che è stato veramente il problema sociale della nostra terra, così come quello, ancora più grave, della criminalità organizzata e della dimenticata ma attuale questione meridionale. Non ho studiato per diventare un esperto delle politiche dell’immigrazione. Mi sono trovato casualmente ad accogliere una nave sulle coste di Riace, con dei profughi: da quello sbarco mi sono avvicinato a questi esseri umani. Tanti elementi hanno fatto breccia nella mia sensibilità.

Le nostre realtà non devono essere chiuse, ma destinate dalla storia a accogliere chi ha un sogno. Nelle nostre terre ci sono stati periodi di colonizzazione magnogreca, turca, saracena. I nostri sono luoghi-crocevia di scambi, di incontro, di contaminazioni tra culture, tra popoli, tra etnie e questo ci permette di incontrare altre persone, con soddisfazione e orgoglio e senza pregiudizi.

 

L'emigrazione è un problema, l’immigrazione è una speranza …

In luoghi dove si emigra, dove sussistono forme di precarietà sociale, il fenomeno dell’immigrazione al contrario non è stato, per noi, un problema, bensì la speranza che si è inserita nell’oblio sociale. Nei silenzi dei borghi di Riace quasi abbandonati, l’arrivo delle persone, dei migranti, ha fatto ripartire l’idea di costruire una piccola comunità globale. È stato bellissimo, anche come messaggio estetico, vedere questo cambiamento del borgo… con i primi curdi per esempio, che poi ho avuto molto a cuore. Abbiamo aderito a vari programmi di accoglienza. Sono arrivate persone dall’Africa subsahariana, dalla Palestina, dall’Afghanistan e da tutto il mondo. Era bellissimo osservare nelle stradine dei borghi di Riace queste donne del luogo vestite di nero – i costumi tradizionali di Riace erano questi – con donne arabe o afghane con il burka e con donne dell’Africa subsahariana e anche con persone provenienti dalle più svariate parti del mondo. E poi abbiamo avuto esigenza di trovare soluzioni di integrazione e interazione tra le culture e questo ci ha fatto scavare nelle nostre identità per trovare anche nuove opportunità. Perché i progetti magari finivano e subentrava l’esigenza di capire come aiutare queste persone. La soluzione abitativa è stata quella più facile perché Riace, prima dell’ultima ondata emigratoria, di emigrazione, verso il sud America e verso il Nord Italia, aveva quattromila abitanti; specialmente la parte del centro storico, il borgo rurale, aveva una dimensione di comunità contadina, un borgo che si fondava prevalentemente su un’economia agricola e  basata sulla pastorizia. La casa è un piccolo ricovero per gli asini che sono mezzi di locomozione, spesso gli unici. Non c’erano automobili. Questo ha portato al recupero di un’identità aperta, plurale, e abbiamo imparato a riconoscere nelle altre persone una risorsa. La bellezza dell’incontro con l’altro e la sua accoglienza è stato uno degli elementi più importanti per il nostro progetto voluto da un’intera comunità.

 

Riace è ancora un’utopia possibile?

Avevo capito che più le realtà non sono totalmente contaminate dalla società dei consumi che tende a far prevalere gli aspetti della materialità, della competizione e dell’egoismo, più sopravvive questo spontaneismo dell’animo. Nessuno a Riace ha mai detto “sono arrivati, ci rubano il lavoro”. L’apertura ci ripagava e nasceva il turismo solidale. Nascevano attività di artigianato nelle cantine abbandonate dove lavorano persone del luogo e rifugiati insieme. È uno scambio, una possibilità per le persone di Riace di conoscere il mondo da vicino attraverso i veri protagonisti, coloro che hanno subito la guerra, che hanno subito torture, vittime di guerre e conflitti armati. C’è stata una conoscenza diretta che ci ha aperto a una nuova dimensione della coscienza. Questa è la verità più forte e più bella che mi porto dietro dall’esperienza di sindaco per quindici anni, perché più di tutto vale il risvegli delle coscienze: è più difficile, ma così si dà un contributo a livello locale, ma soprattutto a livello globale. Se oggi qualcuno mi dicesse, dopo tanti anni, qual è l’opera pubblica più importante, qual è il motivo per cui le persone arrivano e sono attratte da quest’idea che sta dietro Riace, io dico che non esiste un’opera pubblica che si può vedere con gli occhi, non esiste un monumento, un qualche cosa di materiale, ma l’opera pubblica più grande è qualcosa che non si vede, immateriale. L’avere accolto persone in fuga dalle guerre, dai drammi dell’umanità, dalla miseria in un periodo in cui nel mondo vengono proposte le soluzioni finali dei lager, dei campi di internamento, dell’odio razziale e fascista, allora questa di Riace è davvero l’opera pubblica più grande che si poteva realizzare.

A livello del messaggio estetico nel centro del borgo abbiamo costruito un percorso di botteghe di artigianato dove si incontrava la magliaia di Herat, poi gli aquiloni di Islamabad, il vasaio di Kabul, dove c’era un ragazzino dell’Afghanistan che costruiva gli aquiloni e poi giocava con i bambini del luogo. Anche dal punto di vista estetico è stata veramente come ha detto Wim Wenders, che ha dedicato un film, un’opera a Riace, ha detto “ho visto l’utopia possibile”.

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