Il primo Novecento (1900-1914)
L’Italia entra nel Novecento sotto il segno di Giovanni Giolitti, che domina la scena politica con i suoi governi (1903-1905; 1906-1909; 1911-1914). È l’età del decollo industriale e delle riforme sociali, ma anche di un’ambiziosa politica coloniale. Nel 1911, il quarto governo Giolitti dichiara guerra alla Turchia per la conquista della Libia, con l’appoggio di nazionalisti e di una parte consistente del mondo cattolico. La guerra si conclude con la pace di Losanna (1912), che assegna all’Italia la sovranità sulla Libia e il possesso temporaneo del Dodecaneso. Per il movimento pacifista, ancora giovane e frammentato, è la prima grande prova: il richiamo della patria si rivela però più forte dell'ideale e il movimento si spacca.
La guerra di Libia
La guerra di Libia mette in luce anche una profonda spaccatura all’interno del mondo cattolico italiano.
Da un lato, la Santa Sede e Papa Pio X (Giuseppe Sarto) assumono una posizione di netta opposizione. Il Papa condanna l’interpretazione della guerra come crociata o guerra di religione e, per fugare ogni dubbio, fa pubblicare sull’«Osservatore Romano» del 20 ottobre 1911 una Nota di biasimo contro tali strumentalizzazioni. Più volte, come risulta dall'Archivio Segreto Vaticano, richiama personalmente vescovi e alti prelati invitandoli a maggiore moderazione. Il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin lo ha definito un "pacifista ante litteram, pacifista non per scelta politico-ideologica, ma per coerenza di cristiano", un uomo animato da "profondo amore per la pace e rifiuto della guerra". Con questa presa di posizione, Pio X dà avvio a quella linea di equidistanza della Santa Sede da tutti i belligeranti che diventerà la costante dei pontificati del Novecento.
Dall’altro lato, una parte del clero e dei fedeli italiani guarda con entusiasmo all’impresa coloniale. L’adesione al conflitto è ampia e trasversale, alimentata da una miscela di patriottismo e zelo religioso. La guerra viene spesso presentata come una nuova crociata contro i turchi, e i caduti in battaglia sono considerati alla stregua di martiri. Le ragioni di questo entusiasmo sono molteplici: testate cattoliche legate al Banco di Roma, che aveva interessi in Libia, sostengono l’impresa. Inoltre si spera che la colonia offra uno sbocco all’emigrazione italiana; e la guerra è vista come un’occasione per i cattolici di dimostrare il loro patriottismo e integrarsi pienamente nello Stato nazionale. La contraddizione è profonda: mentre il Papa condanna la guerra come "pretestuosa guerra di religione", una parte del suo stesso clero la benedice.
Pascoli: la Grande Proletaria si è mossa
A legittimare l’impresa coloniale sul piano culturale c'è anche un intellettuale come Giovanni Pascoli. Il 26 novembre 1911, tiene un discorso al Teatro dei Differenti di Barga a supporto ai feriti della guerra italo-turca, il poeta dell'interiorità, ritenuto pacifico e mansueto, prende pubblicamente posizione a favore dell'intervento militare italiano in Libia. Pascoli definisce l'Italia una "grande proletaria" che finalmente "si è mossa": dopo aver mandato i suoi lavoratori «oltre Alpi e oltre mare» a fare i lavori più umili e faticosi, trattati all'estero "un po' come i negri", l’Italia ha finalmente trovato per loro "una vasta regione bagnata dal nostro mare". La Libia è descritta come un paese "abbondevole d'acque e di messi, e verdeggiante d'alberi e giardini", ma anche ricca di monumenti antichi, talmente numerosi da far dire al poeta: "Anche là è Roma!". Pascoli rivendica la legittimità di una guerra che non ritiene offensiva ma difensiva, condotta a tutela della civiltà e dei diritti umani nei confronti dei "Beduini-Arabi che non usano violare e mutilare soltanto cadaveri".
Il discorso, pubblicato il giorno successivo sul giornale romano «La Tribuna», ha vasta risonanza nazionale e internazionale. La retorica pascoliana, che fonde il mito del Risorgimento, la questione sociale dell'emigrazione e il richiamo alla grandezza di Roma, fornisce una giustificazione culturale e morale all'impresa coloniale, spazzando via ogni residua esitazione. La "grande proletaria" che si muove non è più la classe operaia internazionalista, ma la nazione italiana che rivendica il suo "posto al sole". L'opposizione alla guerra, già minoritaria, viene così marginalizzata anche sul piano del consenso culturale.
La Chiesa e la guerra
Il consenso alla missione militare italiana genera tensioni fra il Pontefice e il clero non solo nel caso della guerra di Libia.
Questa tensione tra la Santa Sede e il clero italiano, e la retorica nazionalista che travolge le residue istanze pacifiste, si ripropone con la Prima Guerra Mondiale. Il 1° agosto 1917, nel pieno del conflitto, Papa Benedetto XV (Giacomo della Chiesa) scrive la celebre Nota ai capi dei popoli belligeranti, in cui definisce la guerra come un’“inutile strage”. È la prima volta durante la guerra che un pontefice va oltre la generica deplorazione della violenza, proponendo condizioni concrete per l’avvio di negoziati di pace. La locuzione "inutile strage" suscita sospetti e diffidenze, specie in Italia, ma segna una rottura rispetto alla tradizionale visione cattolica della guerra, mettendo in discussione quell’alleanza tra autorità politica e religiosa che aveva portato le varie confessioni a sostenere e talora a sacralizzare la causa dei rispettivi paesi.
Giolitti e D'Annunzio di fronte alla Prima guerra mondiale
Giolitti, uomo della politica, e D'Annunzio, interprete di una nazione in cerca di gloria, rappresentano le due anime contrapposte dell'Italia del 1915. Il primo, con realismo, si oppone alla guerra perché la ritiene un azzardo per un paese ancora fragile. La sua convinzione è che Trento e Trieste si possano ottenere per via diplomatica, trattando con l'Austria, senza sacrificare vite umane. Per lui, il gioco non vale la candela. D'Annunzio, al contrario, vede nella guerra un'occasione di riscatto. La sua parola infiamma le piazze, esalta il sacrificio. La sua retorica, condivisa da molti intellettuali, trasforma il conflitto armato in un mito, in un bagno di sangue rigeneratore.