Scheda 2 - Il contesto storico e culturale della Prima guerra mondiale (1915-1918)

La Grande Guerra e il crollo del pacificismo

Il 24 maggio 1915, dopo mesi di trattative segrete sfociate nel Patto di Londra, l’Italia entra nella Prima Guerra Mondiale al fianco dell’Intesa. Il governo Salandra, sostenuto dalle forze interventiste (nazionalisti, irredentisti, ma anche una frangia di ex socialisti al seguito di Mussolini), trascina il paese in un conflitto che si rivela ben presto una logorante guerra di trincea. Il Parlamento, in gran parte neutralista, viene messo di fatto fuori gioco.

La guerra trasforma l’Italia: oltre 650.000 caduti, un’economia in fibrillazione, e un’esperienza collettiva che segna profondamente la psicologia nazionale. Nel 1916, il governo Salandra cade e viene sostituito da un esecutivo guidato dal liberale Paolo Boselli. La disfatta di Caporetto (1917) porta alla sostituzione del generale Cadorna con Armando Diaz e all’ascesa del governo Orlando. La guerra si conclude nel novembre 1918, ma il movimento pacifista è ormai distrutto. Diversi suoi esponenti finiscono per appoggiare il conflitto decretando il suicidio politico del pacifismo delle origini. Stessa cosa accade con la Seconda internazionale che non ha la forza di opporsi alla guerra. Vediamo nel dettaglio.

La Seconda Internazionale

Questi sono i principali partiti socialisti che appoggiarono il conflitto armato.
Partito Socialdemocratico Tedesco (SPD): il partito guida del socialismo europeo votò a favore dei crediti di guerra nel Reichstag il 4 agosto 1914, scegliendo di entrare in guerra contro la Russia zarista. [1, 2]
Sezione Francese dell'Internazionale Operaia (SFIO): il partito socialista francese aderì alla cosiddetta Union Sacrée, entrando anche a far parte del governo di coalizione nazionale (con figure come Jules Guesde). [1, 2, 3]
Partito Operaio Belga: sostenne con forza il governo dopo l'invasione del Belgio da parte delle truppe tedesche. [1]
Partito Laburista Britannico: una parte rilevante del partito e dei sindacati appoggiò l'intervento militare britannico. [1, 2]
Partito Socialdemocratico d'Austria: si accodò alla linea patriottica imperiale imitando l'atteggiamento della Spd tedesca. [1, 2]
Menscevichi e Socialisti Rivoluzionari russi: una parte di essi accettò la prosecuzione della guerra in chiave difensiva. [1]
Casi particolari (es. Italia): il Partito Socialista Italiano (PSI) rimase ufficialmente su posizioni neutrali ("né aderire né sabotare"), ma si registrarono importanti defezioni interventiste a titolo individuale o di fazione, tra cui quella di Benito Mussolini, che fu espulso dal partito per aver fondato un movimento a favore dell'intervento. [1, 2, 3, 4]
 

Gli intellettuali italiani e la guerra

 
In Italia, la glorificazione della guerra trovò terreno fertile in una vasta cerchia di intellettuali di inizio Novecento, che vedevano nel conflitto un catalizzatore di rigenerazione spirituale, estetica e politica.
Ecco i principali esponenti e movimenti intellettuali interventisti:
  • I futuristi (Filippo Tommaso Marinetti): nel Manifesto del 1909, Marinetti definì la guerra «sola igiene del mondo». Per il futurismo, il conflitto era un'opera d'arte totale, un trionfo di modernità, velocità, macchine e violenza distruttrice capace di spazzare via il vecchio passatismo culturale italiano. [1]
  • I vociani e i nazionalisti (Giovanni Papini e Giuseppe Prezzolini): attraverso riviste d'avanguardia come La Voce e Lacerba, Papini celebrò la guerra come un "massacro necessario" per purificare l'umanità dalla mediocrità borghese (celebre il suo articolo «Amiamo la guerra»). Per i nazionalisti come Enrico Corradini, la guerra era il riscatto della "nazione proletaria" italiana contro le nazioni plutocratiche.
  • Gli interventisti democratici: figure come lo storico Gaetano Salvemini giustificavano la guerra in chiave anti-autoritaria. Per loro, combattere contro gli imperi centrali (Austria e Germania) significava completare il Risorgimento e abbattere le forze reazionarie d'Europa.
  • L'interventismo culturale di Giovanni Gentile: Il filosofo vide nella Grande Guerra un supremo atto etico e religioso di fusione dell'individuo nello Stato, un momento di risveglio spirituale collettivo che avrebbe poi gettato le basi dottrinali del fascismo.

Lenin e la guerra

Salito al potere con la Rivoluzione d'Ottobre (1917), Lenin mantenne subito le promesse centrali dello slogan bolscevico "Pace, pane e terra" attraverso i suoi primi provvedimenti ufficiali.
  • Il Decreto sulla terra (ottobre 1917): abolì la grande proprietà privata latifondista senza alcun indennizzo. La terra passò in uso ai soviet dei contadini per essere distribuita a chi la lavorava, guadagnando al regime il consenso delle masse rurali. [1, 2]
  • Il Decreto sulla pace (ottobre 1917): proclamò l'uscita immediata della Russia dal conflitto, proponendo una pace "senza annessioni né indennità". [1]
Lenin accettò - pur di uscire dalla guerra - il durissimo Trattato di Brest-Litovsk (3 marzo 1918). La Russia perse circa un terzo del suo territorio, gran parte delle terre coltivabili e le principali miniere di carbone (rinunciando a Ucraina, Polonia, Paesi Baltici e Finlandia). Per Lenin si trattava di un sacrificio necessario per salvare la rivoluzione appena nata, convinto che la successiva rivoluzione proletaria in Germania avrebbe comunque annullato quel trattato. [1, 2, 3, 4, 5]
Vi fu un aspro dibattito e uno scontro interno al partito bolscevico sul trattato, con la la dura opposizione di Trockij e Bucharin.