La Grande Guerra e il crollo del pacificismo
Il 24 maggio 1915, dopo mesi di trattative segrete sfociate nel Patto di Londra, l’Italia entra nella Prima Guerra Mondiale al fianco dell’Intesa. Il governo Salandra, sostenuto dalle forze interventiste (nazionalisti, irredentisti, ma anche una frangia di ex socialisti al seguito di Mussolini), trascina il paese in un conflitto che si rivela ben presto una logorante guerra di trincea. Il Parlamento, in gran parte neutralista, viene messo di fatto fuori gioco.
La guerra trasforma l’Italia: oltre 650.000 caduti, un’economia in fibrillazione, e un’esperienza collettiva che segna profondamente la psicologia nazionale. Nel 1916, il governo Salandra cade e viene sostituito da un esecutivo guidato dal liberale Paolo Boselli. La disfatta di Caporetto (1917) porta alla sostituzione del generale Cadorna con Armando Diaz e all’ascesa del governo Orlando. La guerra si conclude nel novembre 1918, ma il movimento pacifista è ormai distrutto. Diversi suoi esponenti finiscono per appoggiare il conflitto decretando il suicidio politico del pacifismo delle origini. Stessa cosa accade con la Seconda internazionale che non ha la forza di opporsi alla guerra. Vediamo nel dettaglio.
La Seconda Internazionale
Gli intellettuali italiani e la guerra
- I futuristi (Filippo Tommaso Marinetti): nel Manifesto del 1909, Marinetti definì la guerra «sola igiene del mondo». Per il futurismo, il conflitto era un'opera d'arte totale, un trionfo di modernità, velocità, macchine e violenza distruttrice capace di spazzare via il vecchio passatismo culturale italiano. [1]
- I vociani e i nazionalisti (Giovanni Papini e Giuseppe Prezzolini): attraverso riviste d'avanguardia come La Voce e Lacerba, Papini celebrò la guerra come un "massacro necessario" per purificare l'umanità dalla mediocrità borghese (celebre il suo articolo «Amiamo la guerra»). Per i nazionalisti come Enrico Corradini, la guerra era il riscatto della "nazione proletaria" italiana contro le nazioni plutocratiche.
- Gli interventisti democratici: figure come lo storico Gaetano Salvemini giustificavano la guerra in chiave anti-autoritaria. Per loro, combattere contro gli imperi centrali (Austria e Germania) significava completare il Risorgimento e abbattere le forze reazionarie d'Europa.
- L'interventismo culturale di Giovanni Gentile: Il filosofo vide nella Grande Guerra un supremo atto etico e religioso di fusione dell'individuo nello Stato, un momento di risveglio spirituale collettivo che avrebbe poi gettato le basi dottrinali del fascismo.
Lenin e la guerra
- Il Decreto sulla terra (ottobre 1917): abolì la grande proprietà privata latifondista senza alcun indennizzo. La terra passò in uso ai soviet dei contadini per essere distribuita a chi la lavorava, guadagnando al regime il consenso delle masse rurali. [1, 2]
- Il Decreto sulla pace (ottobre 1917): proclamò l'uscita immediata della Russia dal conflitto, proponendo una pace "senza annessioni né indennità". [1]