Scheda 10: il decennio 2010-2020

Tra crisi e sfilacciamento

È il decennio della crisi economica, dei governi tecnici (Monti, 2011-2013) e dell’ascesa dei movimenti politici di indignazione e di protesta demagogica (M5S, Lega).

In politica estera, l’Italia partecipa all’intervento NATO in Libia nel 2011. Sulla guerra in Siria, si registrano pressioni per ripetere il copione ma l'intervento della Russia puntella il regime. Tuttavia gli alleati della NATO e le petromonarchie del Golfo si impegnano, soprattutto mediaticamente, per auspicare un cambio di regime che però non si verifica.

il movimento pacifista si frammenta profondamente di fronte alle guerre in Libia e Siria del 2011. L'unanimità delle oceaniche manifestazioni anti-interventiste del 2003 (guerra in Iraq) svanisce, lasciando il posto a forti dilemmi etici e a un "silenzio assordante" causato da tre grandi linee di frattura interne. [1, 2, 3, 4]
 

1. Il dilemma del "tiranno da abbattere"

A differenza dell'Iraq, dove l'aggressione statunitense era netta, in Libia e Siria i conflitti iniziano come rivolte interne (Primavere Arabe) represse dai regimi di Gheddafi e Assad. Il pacifismo si spacca.[1, 2]
  • L'ala intransigente del pacifismo continua a opporsi a ogni bomba della NATO o dell'Occidente "senza se e senza ma". [2]
  • L'ala dei diritti umani (interventismo umanitario) prende silenziosamente le distanze dall'ala intransigente isolandola; ritiene che non si può accettare passivamente il massacro dei civili insorti da parte dei propri dittatori. Una parte del movimento sceglie quindi di sostenere la legittima difesa delle popolazioni locali e la no-fly zone. [1, 2]

2. La complessità geopolitica e la paralisi della mobilitazione

In Siria, il conflitto si trasforma rapidamente in una guerra per procura caotica e multipolare (regime di Assad, ribelli laici, milizie jihadiste dell'ISIS, Russia, USA, curdi, Turchia). Questa frammentazione paralizza il messaggio pacifista tradizionale e diventa problematico manifestare in piazza senza rischiare di appoggiare indirettamente un dittatore o il fondamentalismo islamico. [2, 3]
Gioca un ruolo importante Corradinio Mineo che - con il suo giornalismo su Rainews - imprime all'informazione un taglio tendenzialmente favorevole all'intervanto armato, suscitando le critiche di PeaceLink.
 

3. La transizione verso l'umanitarismo pratico

Invece di promuovere cortei si sceglie la via del pragmatismo sul campo. Il focus si sposta sulla solidarietà internazionale, sulla creazione di corridoi umanitari, sulla denuncia del commercio di armi e sull'azione medica diretta. La mobilitazione tradizionale si spegne, lasciando spazio a un pacifismo di testimonianza e di assistenza ai profughi. [1, 3]

 

Friday for Future

Negli ultimi anni del decennio (2018-2019), si assiste tuttavia a un interessante fenomeno: la cultura della pace in Italia si fonde con la giustizia climatica attraverso il movimento Fridays for Future. Gli intellettuali e i giovani attivisti teorizzano che la distruzione ambientale e la crisi climatica siano le prime cause delle "guerre per le risorse" (acqua, terre fertili, petrolio) del presente e del futuro. La difesa del pianeta diventa, a tutti gli effetti, la nuova forma di pacifismo globale. Greta Thumberg diviene il simbolo di questa generazione giovane che ritrova la motivazione per scendere in piazza su questioni concrete ma di ampio respiro strategico.

I social network

Nel decennio 2010-2020, i social network compiono un salto epocale, trasformandosi da semplici piattaforme di connessione testuale a colossi multimediali dominati dalle immagini e dai video brevi. La propaganda di guerra sa sfruttare molto bene questa nuova dimensione della comunicazione rapita e capace di veicolare immagini impossibili da verificare all'istante. Non pochi pacifisti si trovano in difficoltà nel distinguere il vero dal falso e nasce un serio problema di diffusione incontrollata di fake news. 

Le fake news

Durante la rivolta in Libia del febbraio 2011, la copertura mediatica internazionale fu segnata da gravi distorsioni e notizie non verificate. TV panarabe come Al Jazeera e Al Arabiya diffusero la notizia di caccia militari libici che avrebbero bombardato i manifestanti nel centro di Tripoli e di migliaia di morti, notizie smentite in seguito da accertamenti diplomatici e di intelligence. Similmente, circolarono notizie drammatiche e immagini non verificate o estrapolate da altri contesti relative a presunte grandi fosse comuni attribuite al regime libico per occultare i massacri di piazza, rivelatesi poi narrazioni di propaganda bellica volte a giustificare l'intervento internazionale.

Le verifiche sul campo effettuate successivamente da giornalisti indipendenti rivelarono che non erano fosse comuni per nascondere cadaveri di manifestanti ma che si trattava in realtà di normalissimi scavi all'interno di cimiteri preesistenti. Le autorità cimiteriali stavano semplicemente preparando i lotti per le sepolture ordinarie quotidiane.