Anna Kuliscioff (1857-1925) visse gli anni della prima guerra mondiale con un profondo tormento politico che la distinse nettamente dall'ortodossia del Partito Socialista Italiano. Pur provenendo da una solida tradizione pacifista e internazionalista, che considerava la guerra un prodotto dell'imperialismo borghese a danno del proletariato, di fronte al conflitto del 1914 rifiutò il neutralismo espresso dal Partito Socialista con la formula "Né aderire né sabotare". Infatti la Kuliscioff non riusciva a restare emotivamente neutrale: provava una viscerale avversione per i regimi autoritari degli Imperi Centrali e una netta simpatia per le democrazie occidentali come Francia e Gran Bretagna, convinta che una loro sconfitta avrebbe distrutto le conquiste civili e sindacali in tutta Europa.
Il vero spartiacque del suo pensiero si consumò nel novembre del 1917 con la disfatta di Caporetto e l'invasione del territorio italiano. In quei giorni drammatici Kuliscioff spinse con forza Filippo Turati a rompere gli indugi ideologici e a schierarsi apertamente per la difesa della patria, sostenendo che di fronte al pericolo supremo dell'invasione fosse un dovere morale proteggere la nazione.
Coerente con questa visione geopolitica, criticò duramente la decisione di Lenin di firmare la pace separata di Brest Litovsk nel 1918, leggendovi una resa che favoriva il militarismo tedesco.