Scheda 11- Dal 2020 a oggi

Tra Afghanistan, Ucraina, Gaza e Sudan

L’inizio del decennio è segnato dalla pandemia, dai governi di unità nazionale (Conte, Draghi) e dal governo di centro-destra guidato da Giorgia Meloni dal 2022. L’agosto 2021 vede il caotico ritiro occidentale dall’Afghanistan e il ritorno al potere dei talebani, dopo vent’anni di guerra.

Il tema della guerra torna però prepotentemente nella cultura e nel dibattito pubblico, aprendo una nuova e complessa fase per il pacifismo italiano. Il 24 febbraio 2022, l’invasione russa dell’Ucraina riporta la guerra al centro dell’Europa. Il governo Draghi (2021-2022) condanna l’aggressione russa e fornisce armi e equipaggiamento militare all’Ucraina: artiglieria pesante, munizioni, missili terra-aria e armi anticarro. Il governo Meloni prosegue su questa linea, sostenendo l’invio di armi. Lo strumento militare italiano si prepara a un aumento delle spese e a un rafforzamento del suo ruolo nell’alleanza atlantica. Il programma F-35 prosegue, con l’integrazione del "caccia invisibile" nella portaerei Cavour

Dal 2020 a oggi il conflitto israelo-palestinese ha vissuto la sua escalation più drammatica, culminata nella guerra esplosa il 7 ottobre 2023 con l'attacco di Hamas a civili inermi. La reazione dell'esercito israeliano è stata durissima e spietata. Per la striscia di Gaza il bilancio umanitario è catastrofico, con decine di migliaia di vittime civili, la distruzione quasi totale delle infrastrutture e una crisi alimentare estrema. [1, 2]
I movimenti pacifisti globali hanno reagito con mobilitazioni di massa.
 

L'evoluzione del dramma a Gaza (2020-2026)

  • 7 Ottobre 2023: l'attacco di Hamas contro Israele provoca circa 1.200 morti e la cattura di ostaggi, innescando l'operazione militare israeliana "Spade di Ferro". [1, 2]
  • L'assedio e l'emergenza: anni di bombardamenti sistematici hanno ridotto Gaza a un cumulo di macerie, provocando lo sfollamento interno di oltre il 90% della popolazione e accuse internazionali di crimini di guerra.
Il pacifismo internazionale si è mobilitato capillarmente.
  • I movimenti di massa e i campus: grandi manifestazioni globali e blocchi universitari (soprattutto negli USA e in Europa) hanno chiesto il cessate il fuoco immediato, il disinvestimento da Israele e la fine dell'occupazione, concentrandosi sulla solidarietà al popolo palestinese.

Il pacifismo dialogante e interreligioso: realtà associative (comprese reti di israeliani e palestinesi insieme) continuano a chiedere la liberazione degli ostaggi e il riconoscimento dei diritti umani per entrambi i popoli, pur rimanendo una voce minoritaria e fortemente ostacolata dal clima d'odio geopolitico.


E il Sudan?

La disparità di attenzione e intervento tra la crisi di Gaza e la guerra civile in Sudan — che dal 2023 vede contrapposti l’esercito regolare (SAF) e i paramilitari delle Forze di Supporto Rapido (RSF) — è legata a una combinazione di fattori geopolitici, economici e mediatici che gli analisti definiscono spesso come il dramma dei "conflitti invisibili". [1]
Il motivo per cui sul Sudan non si è attivata la stessa mobilitazione internazionale o lo stesso tipo di intervento si spiega attraverso dinamiche precise.
 
1. Lontananza
Il conflitto israelo-palestinese tocca nervi scoperti della storia, della cultura e della politica. Il Sudan viene percepito dall'opinione pubblica e dai decisori politici occidentali come una crisi interna africana, lontana dai propri interessi strategici. [1, 2]
 
2. Mancanza di un "nemico" o "alleato" simbolico per l'opinione pubblica
A Gaza lo scontro è fortemente polarizzato e richiama l'immagine di Israele, alleato militare degli USA. Questa chiara contrapposizione facilita la nascita di schieramenti ideologici ideali per i movimenti di piazza. In Sudan, la guerra è uno scontro che l'opinione pubblica globale ha più difficoltà a comprendere. [1]
 
3. "Buio" mediatico e l'accesso all'informazione
Mentre da Gaza e da Israele il flusso di immagini, video e testimonianze social è continuo e immediato (nonostante i blocchi e i pericoli per i giornalisti), il Sudan vive in un cronico isolamento mediatico. I blackout sistematici della rete internet, il collasso delle infrastrutture e il divieto quasi totale di ingresso per i media internazionali hanno reso la catastrofe sudanese una "guerra senza immagini", limitando la capacità di indignazione dell'opinione pubblica mondiale. Eppure il Sudan si consuma un genocidio.
 
4. Interessi economici e "diplomazia ombra"
In Sudan gli Emirati Arabi Uniti (accusati di sostenere le RSF) svolgono un ruolo chiave nell'alimentare la guerra traendone profitto. Ma gli Emirati Arabi Uniti sono da un lato partner della Nato e dall'altro svolgono un'abile diplomazia sostenendo con donazioni l'ONU per le urgenze umanitarie: ospedali per i palestinesi e così via. E questo spiega come mai in TV non ci sia il dramma del Sudan. Tuttavia riviste come Nigrizia (animata dai missionari comboniani) e realtà come PeaceLink e Rete Italiana Pace e Disarmo sono fortemente impegnate a fare informazione controcorrente.