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      SanLibero in pillole

      • E' morto un prete

        27 gennaio 2008 - Riccardo Orioles

        E' morto un prete a Catania, che si chiamava padre Greco. Non è una notizia importante e fuori dal suo quartiere non l'ha saputo nessuno. Eppure, in giovinezza, era stato un uomo importante: uscito dal seminario (il migliore allievo) era “un giovane promettente” ed era rapidamente diventato coadiutore del vescovo. Io di carriere dei preti non me ne intendo ma dev'essere qualcosa del tipo segretario della Fgci, e poi segretario di federazione, comitato centrale, onorevole e infine, se tutto va bene, ministro. Comunque lui dopo un anno si ribellò. Che cazzo - disse a se stesso - io sono un prete. E il prete non sta in ufficio, sta fra la gente.

      In evidenza

        Il mercato delle braccia

        Le ultime ore della notte. Il piazzale di un autogrill. Arrivano i furgoni, comincia il mercato degli uomini. Alla faccia del lavoro immateriale, si vende lavoro duro, nero, di breve durata. Siamo nei dintorni di Caserta, a pochi passi dall’antica reggia da cui un tempo veniva governato il Sud; ma potremmo essere in qualunque altro sud del mondo, Messico, Sicilia, Corea, Campania: oramai è lo stesso.

        di Marcello Anselmo

        Esterno notte, San Nicola la Strada a due passi dalla reggia di Caserta, imponente residenza del niente. Rare automobili percorrono il viale che dall’uscita dell’autostrada porta verso la città. La luce dei fari affonda nella luce lattiginosa dei lampioni: è uno scontro di luci, che ben presto lasceranno il posto a un’alba umida che odora di fuoco stantio e di sesso consumato sui sedili di un’automobile. Una chiavata in fretta e furia, con una donna scelta tra le ultime rimaste in esposizione, quelle che fanno le ore piccole per arrotondare una misera percentuale di profitto. Prima di partire bisogna sfogarsi, perché intorno ai cantieri non c’è vita, c’è solo la pianura, e la nazionale brentana. E là è tutto nebbia, le puttane costano di più e soprattutto nessuno ha l’automobile per caricarle. Ci sono sinonimi e contrari per indicare qualsiasi aggettivo eppure non bastano a descrivere l’enorme stupore che si prova a osservare il mercato dei buoi. Le bestie nervose che girano in tondo in attesa della botta che indichi il cammino, gli occhi timidi e furenti, i musi arricciati e soffianti.

        A differenza dei buoi gli uomini che aspettano nello spiazzale davanti al primo autogrill dell’autostrada sono figure calme, piuttosto stanche, restie all’espressione. A passarci in mezzo non suscitano stupore, si scambiano poche parole e fumano molte sigarette. Ci sono i termos per il caffè, scuro e dolce, e non perché si debba risparmiare ma perché il caffè dell’autogrill fa schifo. Termos di plastica dentro buste di supermercato. Guardandosi intorno si indovinano tre gruppi di circa venti persone ciascuno, ma ognuno se ne sta per conto proprio mantenendosi vicino al cugino, allo zio, al compare, al fratello, al cognato, “all’amico dell’amico che ha fatto il piacere di chiamarlo a lavorare…”. Ogni grazie è in realtà una bestemmia, perché di lavoro da soma si tratta, ed anche mal pagato. Lo spettacolo dei buoi è più affascinante. “Le bestie non pensano, girano soltanto”, dice Nico. E lui di bestie ne conosce perché il nonno era uno stalliere di bufale. E anche lui ha trattato gli animali, li vendeva, “io i bufali li ho portati fino in Francia”, ripete mentre aspetta l’arrivo dei mezzi che tardano ad arrivare.

        Nico all’attivo ha tre sorelle, una mamma e sette anni di carcere. Manovale, carpentiere, piastrellista e all’occasione assalitore di tir e di tabaccai per conto terzi. Le sorelle sono piccole e tentate dalla vita, da tenere sotto controllo ora che papà se n’è andato. E bisogna lavorare, perché altrimenti come si guadagna. “Vuoi vedere che adesso ci dicono di andare a rubare”, opinione comune e sciocca perché il privilegio del furto è roba da elite: “gli altri, tutti gli altri sono dei balordi, nervosi e senza capa”, e con gente così non si può certo lavorare insieme. Meglio il cantiere, meglio fare il sorvegliante nel cantiere che è una sorta di responsabile, di kapò, che si affida ad un delinquere diluito. È un amministratore del lavoro, quello vero, nero e molto lucroso. È il lavoro degli altri che fa fare i soldi, e i sorveglianti di questa massima hanno fatto regola.

        Il cantiere è come fuori: c’è chi amministra e chi è amministrato, chi comanda e chi fotte. Nico la chiavata prima di partire se la fa sempre, per resistere al fatto che non comanda su nessuno. Che è inaffidabile e in cantiere non resta per più di due settimane, come una quindicina d’altri tempi.

        In ogni cantiere per un motivo o per un altro è stato cacciato ma il caso ha voluto che riuscisse a rimanere sempre nella stessa zona, perché di cantieri ce ne sono tanti tra Emilia e Lombardia per costruire l’Alta Velocità. Sono due anni di viaggi e andirivieni, da quando è uscito di galera e qualcuno lo ha sistemato, gli ha trovato un mestiere, uno qualunque.

        All’inizio è stata dura perché sistemare anche due pietre vicine che restino dritte e allineate per la colata di cemento, non è cosa semplice, bisogna saperla fare. E si impara un po’ improvvisando, un po’ guardando gli altri, un po’ masticando amaro. Poi d’improvviso le cose riescono da sole, la saldatura va bene, la rifinitura anche e nessuno più si interessa a te, neanche per dirti che hai fatto uno schifo di lavoro. Sul cantiere si arriva di lunedì e si riparte il venerdì. Quando serve si resta su anche il fine settimana ma un lavoro intero non dura più di due mesi. Poi finisce e se ne cerca un altro, si torna all’autogrill. I due furgoni bianchi e la monovolume grigio metallizzato a nove posti sono arrivati e restano fermi con i motori accesi. Il sorvegliante è sceso e sta radunando i buoi. I gruppi di avvicinano. “Collo di cane! Ci sta Sasà Collo di cane”. Da un gruppo di fronte agli automezzi uno fa un mezzo passo e risponde: “Ci sta e dice quindici”.

        Ma l’altro rilancia: “A me sette, e mi serve pure un falegname”. “Quello che vuoi, quello sta qua. 15 euro all’ora”, di cui sa bene di averne già intascato la metà per la commissione. “Ma quale quindici? Che dici? Che hai capito? Ci sta Maisto?”. Un uomo corpulento dagli occhi bovini alza un braccio e risponde “Eccomi qua. Sto qua, ti faccio dieci all’ora, però te li pigli tutti e venti che sono”. Il sorvegliante comincia a sputacchiare mentre si accende una sigaretta. Ne aspira il primo tiro e chiede il caffè. Il bicchierino monouso è già pronto sul furgone, che ha il fornello elettrico con l’alimentatore infilato nell’accendino del cruscotto. Il caffè arriva in un mormorio, “adda murì mammà, ma che stai dicendo? Ci fai partire? Io voglio quindici all’ora, che ci vado a fare se no? È una miseria, mi hai fatto venire qua, tu mi hai chiamato. E mo’? mo’ che succede?” “Bisogna capire. Così è. Ci stanno i neri che lavorano a cinque. Prendete oppure là sta la via”. “Ma come i neri? Quelli i neri con voi non ci vengono. Vi schifano pure loro”. “Oh, che cosa hai detto? Vieni qua, vieni, che ha detto?” “Lascia, lascia perdere, lascia sta’…”.

        Il sorvegliante guarda divertito e si accorda coi sensali, poi esclama: “Ooh, non fatevi male che a noi ci servite interi. Basta! Prendo quelli di Gigi a’ Scignitella, dieci di loro a dodici. Il falegname a tredici. Ma o’ ssap’ fa?”. “Sì, sì, tutto a posto, non ti preoccupare. È roba buona ci sta pure un mastro ferraro in mezzo”. Concluso l’affare il gruppo si dirada, si rifanno i gruppetti e dalla renault esce un altro sorvegliante: “Per me nove persone”. I più robusti si fanno avanti: “Io scarico i container al porto”. “Io faccio il magazziniere a Nola”, e il rilancio è sempre più alto. I nove vengono scelti, gli sportelli si aprono, si sale e si parte. Sono le quattro e dieci del mattino, la notte quasi non c’è più e le ragazze sono andate tutte a dormire. Nico rimane lì, aspetta le sei, quando arriveranno i furgoni per il Lazio, per i cantieri più vicini. “Nel Lazio pagano meno perché sono direttamente i napoletani a gestire gli appalti. Sono le imprese titolari del cantiere e ci amministrano loro. Quando si va al nord invece tutte le lavorazioni sono affidate in subappalto, e l’importante è che il lavoro venga svolto, per cui pagano un po’ di più”. In ogni caso i soldi non sono mai delle imprese ma dello stato o delle sue società ambiguamente privatizzate.

        Gli operai edili campani e calabresi hanno ristrutturato il palazzo della regione Emilia Romagna, hanno rifatto case, costruito capannoni, autostrade e la ferrovia del 2000. Edili spesso senza mestiere, senza formazione e senza la minima conoscenza dei rischi, dell’antinfortunistica, dell’usura da lavoro. Edili per necessità e fatalità. Nel lavoro edile le qualifiche si assumono sul campo, si studia poco e male, perché tutto sommato in cantiere non bisogna rispondere a nessuna telefonata, non bisogna scrivere, leggere, essere brillanti, bisogna lavorare e basta, alla faccia del lavoro immateriale e dei call center. Sulle impalcature fa freddo e la baracca di lamiera non è riscaldata, il caffè si beve freddo ma corretto, come si usa in alta Italia.

        Il settore edile è l’ambito in cui pendolarismo e lavoro nero assumono forme concrete micidiali. Decine di persone di tutte le età si spostano di cantiere in cantiere rincorrendo impieghi saltuari e precari. Le distanze che si percorrono per lavorare sono varie, si va dalla distanza lunga, alla media, alla breve. La prima può arrivare finanche in Germania seguendo una qualche commessa dello stato tedesco ottenuta grazie a un’efficace offerta al ribasso. Preso il lavoro, lo si frantuma in tanti minuscoli subappalti che si radunano in due pullman di operai partiti da Napoli e arrivati prima nella regione di Mainz e dopo in quella di Offenburg per costruire due tratti di ponteggio autostradale. Le medie distanze arrivano in Emilia, Veneto, Lombardia passando per la Toscana, il paradiso delle ristrutturazioni. Le brevi si spingono fino all’alto Lazio, ancora terra di ruderi e autostrade. I cantieri sono privati e pubblici ma questo agli operai non interessa, semmai interessano il sorvegliante che deve rispondere nella maniera più esatta possibile in caso di visita degli ispettori del lavoro.

        Ma nei cantieri lontani e nascosti dalla nebbia dell’inverno padano, passa a tutti la voglia di camminare e di andare in macchina, anche ai più diligenti ispettori che pur cercando non trovano mai il sito giusto. Gli ispettori quando arrivano sono annunciati da una breve telefonata che fa partire un fischio lungo e ritmato. E d’improvviso il lavoro si ferma, i martelli non battono più, le cazzuole interrompono il loro raschiare, il cemento continua a scendere non più governato. Al fischio si abbandona il posto di lavoro e si lascia il cantiere. Ma non c’è neanche un bar dove rifugiarsi e allora si aspetta, un po’ defilati, in attesa che il custode convinca gli inopportuni visitatori che è tutto chiuso per lutto, nonostante le macchine ancora calde e i fari che illuminano la scena con alogeni sparati.

        Lavorare non è facile e chi offre lavoro si deve soltanto ringraziare. Nero è nero, ma sono anche soldi, e soldi onesti per lo meno per chi il lavoro lo fa veramente. E nel lavoro c’è il viaggio massacrante nel furgone, le levatacce, i ritorni incerti e le offese al momento della paga. C’è la stanchezza, l’amarezza e il disamore che contagiano. Forza lavoro disponibile, dicono irridenti i disoccupati napoletani, i professionisti del non lavoro, ed è una forza grigia, tenace e malridotta che continua ad animare riti d’altri tempi, il mercato degli uomini che bestie non sono. Il lavoro è una chimera agognata, un oggetto del desiderio e una necessità della vita. Si insegue, si cerca, si crea. Alcuni lo inventano altri lo rifiutano, altri ancora ne sono semplicemente stanchi eppure continuano a rigirarsi, partire, svegliarsi, prepararsi in attesa di una pensione che non arriva più, mangiata dalle casse previdenziali ingorde, senza fondo né prospettive.

        Sul lavoro si discetta, si fanno teorie e se ne valuta l’eticità, la morale, il valore, eppure scompare, si frammenta in mille rivoli privi continuità, senza un’apparente omogeneità diventando un insieme di esperienze svilenti che nulla hanno più dell’alienazione, che sembra nobile di fronte alla miseria che oggi circonda le diverse attività. Si lavora e si consuma, ma godere del benessere diffuso è diventato più importante che produrne gli elementi, quegli oggetti che ci vengono invidiati ed imitati nel resto del mondo da coloro che affrontano il mare per sbarcare sulle rocciose coste prima pugliesi e ora siciliane. L’Italia è piccola e debole, altro che potenza, e trema di fronte all’invasione di prodotti e manodopera a basso costo. Un paese spaccato in due, in tre parti, tenute insieme da ricami di ferrovia e autostrade, che ancora permettono la circolazione indisciplinata di lavoratori e cittadini. Le famiglie coprono, quando possono, i vuoti del Welfare, intervenendo anche a sproposito, drogando le possibilità reali dei singoli in materia di indipendenza economica e dignità lavorativa.

        Le stesse famiglie che ancora oggi pagano molti soldi nella speranza di ottenere un posto fisso, preferibilmente leggero e pubblico, in modo da tenere tutti vicino e far cuocere il polpo nel proprio brodo. Finita la leva obbligatoria il pendolarismo ricopre la funzione di allargamento degli orizzonti per persone altrimenti costrette a vivere e morire nello stesso territorio. Sottrarsi al circuito malavitoso per gli strati subalterni è diventato un lavoro di Sisifo, mentre cercare carriera altrove è il miraggio del ceto agiato diffuso ed omologato.

        (Casablanca, NapoliMonitor)

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