Campagna Kossovo

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Rapporto del Dr. Giuseppe Zef Chiaromonte
soggiorno a Pristina (20 Marzo - 3 Maggio 2000 )

Ho raggiunto il Kosovo con volo Alitalia Palermo-Roma-Tirana, proseguendo per Prishtina con volo dell'Albanian Airlines.
L' ultima parte del viaggio è stata caratterizzata dal sorvolamento dei monti di Sharri, ancora fortemente innevati, cui è seguita l'ampia visione dell'altopiano kosovaro, tutto a verde per i seminati a grano e gli erbai. Se ne riceve un'impressìone gradevolissima, a confronto col territorio albanese (Repubblica d'Albania) fortemente accidentato e in parte degradato. Segno certo della ripresa dell'attività primaria a meno di un anno dalle distruzioni belliche, dall'esodo forzato degli albanesi e dal loro insperato rapido rientro in Kosovo.
A terra la situazione cambia totalmente: il traffico è notevolmente aumentato rispetto 1990 (anno dell'ultimo mio soggiorno di studio a Prishtina) per la presenza dei molti mezzi militari (KFOR), tra cui i Carabinieri italiani, e dell'Amministrazione straordinaria dell'ONU; le strade sono state sconquassate dal passaggio dei carriarmati serbo-jugoslavi e dalle mine e, in minima parte, dai bombardamenti NATO (due ponti saltati sulla strada Prishtina-Peja, rimpiazzati da ponti metallici montati dal genio dell'Esercito italiano, un altro ponte sulla Peja-Mitrovizza...). Gli amici, Maria Carla e Francesco, che mi attendevano all'aeroporto di Sllatina mi hanno accompagnato alla casa-ufficio della Campagna nel quartiere Ulpjana di Prishtina. Nello stesso quartiere abitava un tempo il prof. Simë Dobreci, direttore della clinica dermatologica dell'Università che nel passato mi aveva dato buoni suggerimenti per la cura della mia psoriasi. L'avrei trovato vivo? Rivelatasi inutile la ricerca telefonica, sono uscito in strada con Maria Carla. Ho trovato il suo appartamento e con molta gioia ho riabbracciato l'amico e la sua famiglia. Dai suoi racconti ho appreso che tutti gli amici di un tempo erano salvi, tranne i proff. Fehmi Agani (vice di Rugova) e Latif Berisha, delle cui morti violente avevo saputo in Italia.
Il prof. Dobreci è membro influente del partito di Rugova (LDK) e si è preso l'incarìco di farmi avere un incontro con lui.

Nei due giorni successivi prima che rientrassero in Italia, Maria Carla e Francesco mi hanno presentato agli Uffici dell'OSCE-UNMIK (United Nations Mission in Kosovo) e al Balkan Peace Team (ONG) ai quali avrei dovuto riferirmi per realizzare il progetto sui "giudici di pace" predisposto dal prof. Alberto L'Abate dell'Università di Firenze (dal 1993 in prima linea nell'Ambasciata di Pace a Prishtina).
Il progetto stesso, intanto, era allo studio del funzionario addetto dell' UNMIK, Dr.ssa Milena Modica, palermitana, che avrei incontrato nei giorni successivi.
Mercoledì 22 marzo, cogliendo l'occasione di un mezzo della Associazione Arcobaleno (Andrea Tigli) con Maria Carla e Francesco sono stato alla parrocchia cattolica di Vitina per incontrare Don Lush Giergji, mio amico sin dal periodo degli studi a Roma e poi uno dei leaders più prestigiosi della resistenza non violenta degli albanesi in Kosovo. Ora egli si caratterizza per un forte impegno rivolto alla convivenza tra la maggioranza albanese e la minoranza serba, presente nel territorio della sua parrocchia, e ritiene, giustamente, che tale impegno vada perseguito su tutto il territorio kosovaro.
Il clero cattolico albanese e il suo capo, Mons. Mark Sopi, vescovo di Prizren, che già conoscevo e che avrei avuto occasione di incontrare più volte, sono su questa stessa linea e la loro azione pastorale, continua e capillare, ne è testimonianza. Tuttavia, lo stesso vescovo e il clero, condannando senza riserve ogni violenza, non sono disponibili a fare salti in avanti rispetto al comune sentire del popolo albanese, sia cattolico che musulmano, il quale non ritiene giunto il momento della riconciliazione per i seguenti motivi:
a) per non relativizzare le molte vittime dell'odio panserbo; dopo la pausa invernale, infatti, sono ricominciate le ricerche delle fosse comuni e si scopre che la tragedia ha dimensioni maggiori di quanto non si ritenesse, mentre in Serbia si celebrano i processi contro i prigionieri albanesi ivi deportati;
b) la riconciliazione non può andare a scapito della giustizia e della verità; nessun criminale è stato ancora assicurato al Tribunale Internazionale dell'Aia, mentre l'informazione europea tende ad equiparare gli episodi di violenza isolata, degli albanesi contro i serbi, alla violenza storica, sistematica, ininterrotta, di Stato, dei serbi contro gli albanesi;
c) non c'è ancora da parte serba locale un'ammissione di colpa (si vOrrebbe una dichiarazione del vescovo serbo-ortodosso Artemje che ha anche rango di etnarca), quale conditio sine qua non -secondo il kanun di Lek-Dukagjini (codìce consuetudinario) e secondo i più elementari principi di civiltà- per accordare il perdono e iniziare il processo di riconciliazione.
Sulla stessa linea l'opinìone dei professori dell'Università, dei rappresentanti degli studenti, del mondo gìovanile cattolico, delle organizzazioni sindacali e di categoria, dei partiti politici.
Così posta la questione, dopo la partenza di Maria Carla e Franco, sono stato anch'io tentato dì tornare in Italia, ritenendo inopportuna l'insistenza su temi che, se avevano una loro profonda valenza civile e religiosa lungo il decennio 1989-1999 (decennio di repressioni continue contro gli albanesi mai condannate dalla Chiesa serbo-ortodossa, che io stesso avevo potuto personalmente constatare sin dagli esordi e che, insieme all'Eparca di Piana degli Albanesi, Mons. Sotir Fertara, avevo costantemente denunziato), dopo l'intervento NATO e l'impianto di un Governo ad amministrazione ONU rischiano di apparire incomprensibili se non addirittura sospetti di partigianeria politica. Ciò nonostante, negli incontri pubblici cui mi si è dato occasione di partecipare (e cioè: nella casa della Cultura di Kamenizza - 500 persone c.; a Verrat e Llukës durante la celebrazione del decimo anniversario della "campagna per il perdono" tra gli albanesi - 200 mila persone c.; nella tenuta all'Università di Prishtina in occasione del programma giubilare "Il Cristianesimo tra gli Albanesi": al Teatro Nazionale per la presentazione di un docurnentario svedese sul calvario degli albanesi in Kosovo), nel porgere il cordoglio per le vittime a nome della Campagna Kosovo, del Comune di Palermo e degli italo-albanesi... e nel sottolineare la dignità e la straordinaria fortezza di questo popolo, ho chiesto che si metta in pratica la "burrnia", cioè la tradizionale virtù della "virilità" intesa come coronamento della personalità albanese che include il perdono dei nemici.
Pur nell'angoscia profonda, fino alle lacrime, si percepiva l'accettazione del messaggio, sia perché espresso direttamente in albanese da un arberësh, sempre impegnato nella difesa dei loro diritti umani e civili, sia perché radicato nella tradizione, sia per il ricordo della precedente attività della Campagna Kosovo (Ambasciata di pace a Prishtina), tesa ad evitare gli orrori culminati nella tragedia di un anno fa.
Credo cììe per il momento non si possa andare oltre.
E'necessario che:
-il quadro internazionale sia più chiaro sul futuro assetto del Kosovo;
-che i serbi kosovari che non hanno commesso crimini e la Chiesa Ortodossa locale che li rappresenta, rinuncino ai rapporti col potere di Belgrado, impegnandosi a costruire un Kosovo multietnico, in mutua lealtà con la componente maggioritaria albanese e le altre nazionalità presenti sul territorio;
-che gli albanesi detenuti in Serbia vengano liberati;
-che i criminali vengano assicurati alla giustizia.
Oltre agli incontri pubblici, peraltro imprevisti, ma colti come occasioni irripetibili, ho avuto incontri di cortesia e di lavoro con i componenti del Consiglio dell'Amministrazione Straordinaria del Kosovo (presieduto dal francese Cuchner): Ibrahim Rugova, Thaci e Qosja, con il Rettore dell'Università Prof. Zejnel Kelmendi, col Preside, Prof. Vesel Nuhiu, e i professori della facoltà di Filologia, quasi tutti vecchi amici dei tempi migliori, con i membri dell'Accademia delle Scienze e delle Arti di Kosovo, col Prof. Ymer Jaka, dell'Istituto Albanologico, già ministro Regionale della Cultura e P.I., più volte ospite in Sicilia, col Prof. Kadri Metaj, impegnato nell'opera di democratizzazione e largo di utilissimi consigli, con l'accademico prof. Mark Krasniqi, presidente del Partito Democristiano, coi funzionari dell'UNMIK Mugheddu, Rizzi, Praxmarer, Bochove, Modica, ... coi funzionari della cooperazione italiana, Lingua e Tedesco, col Rappresentante diplomatico italiano Dr. Tafuri, con l'ex Ministro della Scienza e Tecnologia dell'e.r.j. di Macedonia, Dr.ssa Mirle Rrushani, col Ministro per le Minoranze etniche del Montenegro, Dr. Luigj Junçai, con le comunità monastiche serbo-ortodosse di Peja, Deciani, e Gracianizza, col clero cattolico quasi al completo durante il pranzo in onore di Mons. Mark Sopi nel suo giorno onomastico, con le associazioni "Postpessimisti", "Pjetër Bogdani" e "Handikos", col "Sindaco degli albanesi" al campo di Comiso, Ymer Berbati, e con molti di quel campo che mi riconoscevano nei luoghi più impensati.
Considerata la diffusa perplessità sul progetto dei "giudici conciliatori", non mi rimaneva che proporre i previsti training di appoggio alle ONG locali, ancora in fase di registrazione, mutandone l'indirizzo (previo accordo telefonico con la Dr.ssa Etta Ragusa, responsabile della Campagna) verso la "Formazione dei formatori al dialogo per una società civile e la democratizzazione in Kosovo". Questa formula è stata accettata dal Dr. Bochove, responsabile del settore ONG dell'UNMIK e dal suo více, Dr. Mugheddu, nonchè dal Rettore dell'Università che, oltre a concedere il patrocinio, offriranno i rispettivi locali per lo svolgimento dei seminari.
Questi, in fase iniziale, saranno rivolti a dieci giovani dei Postpessimisti, a dieci della Pjetër Bogdani e a dieci scelti dal Dr. Bochove tra i dipendenti locali dell'UNMIK.
Sìa il Dr. Bochove che il Rettore Kelmendi hanno mostrato notevole interesse a chè la Campagna Kosovo continui l'esperienza destinando ulteriori seminari ai professori dell'Università, al personale locale dell'UNMIK e alla futura polizia del Kosovo, cioè ai membri dell'ex U.C.K. Quanto ho avuto occasione di riferire nell'incontro tenutosi presso il Collegio Greco di Roma (il cui Rettore si ringrazia per l'ospitalità concessa) al mio rientro dal Kosovo, ritengo opportuno ribadire in questa relazione, e cioè:
-che spesso la vita ci spinge a lascìare le nostre visioni e i nostri programmi a favore dei bisogni evidenziati in loco;
-che il Kosovo non è terzo mondo, per la presenza di una popolazione a cultura diffusa con buone punte di eccellenza e di sensibilità;
-che l'esperienza comunista e il decennio di Milosevic non hanno consentito la visione e la pratica della democrazia che, come diceva De Gasperi, "si apprende con la democrazia";
-che il clero cattolico svolge una funzione encomiabile trainando la parte principale della popolazione albanese, costituita da musulmani molto sui generis (bektashi e dervishi), compensando l'esposizione al pericolo, pur esistente, di rifugio nel fondamentalismo pseudo religioso;
-che si attende dalla Chiesa Ortodossa l'abbandono delle posizioni patriottarde, proprie del periodo della turcocrazia, verso una visione moderna e paritaria della convivenza;
-che le frange nazionaliste albanesi, unanimemente condannate dai leaders politici e religiosi, abbandonino le posizioni estremiste, alle volte criminali, affinchè l'opinione internazionale non confonda tali posizioni con la reale volontà di pace della stragrande maggioranza del popolo kosovaro.

Palermo, 15 maggio 2000

Dr. Giuseppe Zef Chiaromonte

Nota: i toponimi sono dati nella forma albanese italianizzata.