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Demagogia e razzismo di stato

Le "politiche per la sicurezza" nell'analisi di Giulio Marcon sul numero di marzo della rivista Lo straniero. La demagogia si accompagna a misure criminogene che annullano la possibilità di gestire fenomeni complessi. E le forze di centrosinistra restano subalterne a questa logica
3 marzo 2009

Un'analisi dei provvedimenti del governo in materia di sicurezza, la loro matice "criminogena", con una venatura razzistica. L'analisi di Giulio Marcon, presidente di unaria, ripresa dal numero di marzo della rivista Lo straniero.

 

I recenti provvedimenti in materia di sicurezza del governo Berlusconi esprimono quanto di peggio può dare una concezione poliziesca e criminogena dei problemi e dei fenomeni sociali. Non c’è dietro questi provvedimenti solamente una visione becera, razzista e antidemocratica delle relazioni sociali, ma anche una strumentale e spregiudicata operazione di marketing politico con l’obiettivo del consenso delle parti più spaventate e retrive della società italiana. In questo contesto è da non dimenticare la rinuncia della politica a esercitare il governo della complessità e all’esercizio di un dovere di responsabilità che storicamente è il fondamento di una visione alta della politica. Si tratta di provvedimenti gravi e barbarici e nello stesso tempo sono degli spot, delle misure “usa e getta” e – tra l’altro – molte di queste sono inefficaci e inutili.


Un sostenitore della Lega Nord a una manifestazione

Mettendo in fila i provvedimenti già approvati e quelli in discussione, l’elenco è impressionante per quantità e barbarie: l’aumento della tassa (una vera gabella) sui permessi di soggiorno, il reato di immigrazione clandestina, l’istituzione delle ronde, la schedatura dei senza fissa dimora, la condanna fino a quattro anni per chi non obbedisce alla disposizione del rimpatrio, la facoltà per i medici di denuncia degli immigrati irregolari che hanno bisogno di cure, la creazione di un secondo centro di detenzione (chiamiamolo per quello che è) a Lampedusa, la cancellazione nella manovra finanziaria dei fondi per l’inclusione sociale degli immigrati, la proposta delle classi differenziali, la proposta di una polizia regionale in Lombardia con il compito prioritario di dare la caccia agli immigrati, eccetera.
Questo complesso di misure disegna un apartheid legalizzato e istituisce una sorta di  razzismo di stato che viola i diritti umani delle persone. Le misure del governo Berlusconi sulla sicurezza alimentano maggiore insicurezza, ma forse gli garantiscono un buon ritorno politico ed elettorale. E inoltre hanno un’altra grave conseguenza: alimentano un clima allarmistico e razzista che fa sentire incoraggiati, quasi “autorizzati”, i protagonisti di azioni xenofobe e razziste.


Il controllo poliziesco di un fenomeno sociale si intreccia con una visione della sicurezza legata alla dimensione repressiva e liberticida. I mezzi che si mettono in campo sono propagandistici e inutili. Ad esempio l’ipotesi fatta da Berlusconi (dopo alcune vicende di stupri avvenuti nelle metropoli nel mese di gennaio) di schierare trentamila soldati nelle città (ce n’è già qualche migliaio) è puramente demagogica, ma soprattutto è irrealistica, oltre che inefficace. Irrealistica perché quei soldati materialmente non ci sono. Le forze armate già non riescono a garantire il turn over degli ottomila soldati all’estero, figuriamoci se possono rispondere positivamente all’appello di Berlusconi di trentamila soldati nelle città italiane.  Sarebbe una misura comunque inefficace perché i soldati non possono avere – per legge – quelle funzioni di investigazione, di controllo e di intervento proprie delle forze di Pubblica Sicurezza. Tra l’altro, non è che non ne abbiamo: sono oltre trecentocinquantamila tra poliziotti, carabinieri e finanzieri. Sono più che sufficienti. Il problema è che sono male utilizzati e dediti a mansioni improprie. Anche in questo caso è l’effetto-annuncio ad avere importanza in un’operazione che ha solo un valore comunicativo e un sapore demagogico. Il rischio è che questa folle corsa di provvedimenti securitari non abbia mai fine: le prossime tappe potrebbero essere – come sta già avvenendo – la trasformazione dei vigili urbani in guardie armate, il sostegno alla proliferazione delle security private e l’incentivazione alla diffusione del porto d’armi privato, la moltiplicazione delle carceri (magari privatizzate). Esattamente come è successo negli Stati Uniti d’America. Salvo che tutte queste misure in quel paese non hanno affatto garantito maggiore sicurezza.


In realtà è la solita vecchia storia. Quando non si vuole affrontare un problema, o un fenomeno sociale, lo si criminalizza trasformandolo – per incapacità, calcolo politico o convinzione ideologica – in un problema di ordine pubblico. Era così per i poveri nel Regno Unito nel Seicento (anche loro venivano rinchiusi nelle workhouse come ora gli immigrati nei cpt), per i neri negli Stati Uniti nel Novecento (anche loro senza diritti civili come oggi gli immigrati) o i lavoratori nella rivoluzione industriale (anche loro sfruttati in modo disumano come gli immigrati a raccogliere pomodori).
Non c’è niente di nuovo. Stupisce poi che anche una politica che dovrebbe avere un alto valore umanitario – come la cooperazione allo sviluppo con i paesi poveri – segua ormai la stessa logica securitaria: nelle linee guida per la cooperazione italiana del prossimo triennio si afferma infatti che l’obiettivo prioritario è la “sicurezza globale”. La cooperazione ha cioè come obiettivo non sradicare la povertà, ma controllare i flussi migratori, evitare che ci siano tensioni violente o il diffondersi del terrorismo. È come se – in ambito nazionale – si dicesse che l’obiettivo degli ammortizzatori sociali (indennità di disoccupazione, cassa integrazione, eccetera) non è quello di alleviare la condizione di povertà e sofferenza sociale dei lavoratori, ma quello di evitare il rischio che questi si trasformino in delinquenti. Più in generale, il governo Berlusconi concentra anche in queste misure (insieme a quelle precedenti) le tre coordinate della sua filosofia delle politiche sociali: la riduzione di alcuni problemi sociali a questioni di ordine pubblico, la trasformazione del welfare dei diritti a welfare compassionevole, la rimercificazione di importanti beni sociali e collettivi.


Colpisce in questo contesto la subalternità culturale (e politica) dell’opposizione di centro- sinistra al governo Berlusconi. Pur non rinunciando a esprimere le proprie critiche nei confronti delle iniziative del governo di centro-destra il Pd stampa manifesti in cui rimprovera Berlusconi di essere responsabile del raddoppio degli sbarchi di immigrati. Lo scavalca a destra! In realtà il centro-sinistra nel corso di questi anni – attraverso la creazione dei cpt (Centri di permanenza temporanea) – è stato corresponsabile dello sviluppo di un approccio negativo e puramente repressivo verso l’immigrazione. E ha la forte responsabilità nei complessivi 7 anni di governo (tra il 1996 e il 2001 e tra il 2006 e il 2008) di non aver fatto nulla per approvare due fondamentali leggi di inclusione sociale e di rispetto dei diritti umani: la legge sulla partecipazione al voto amministrativo degli immigrati e la legge sul diritto d’asilo. A livello locale, poi, il centro-sinistra ha fatto ancora peggio, come dimostra la gestione di alcuni fenomeni di disagio sociale legati all’immigrazione (si guardino i casi di Firenze e di Bologna).


È certamente vero che i provvedimenti del governo Berlusconi vanno contestualizzati dentro una tendenza generale delle società contemporanee (tutte, anche molte di quelle povere) che progressivamente stanno accentuando la dimensione identitaria (religiosa, culturale, eccetera) a scapito di quella – chiamiamola così – pluriversa, fondata sulle differenze, l’incontro e il meticciato. Il razzismo di stato qui si salda con il razzismo della società. Si alimentano reciprocamente. Sono tendenze che si fondano sulla paura e sugli effetti nefasti delle peggiori dinamiche della globalizzazione e di una secolarizzazione senza qualità (fondata sul consumismo e l’individualismo) che in nome di una giusta lotta alle ideologie, ai fondamentalismi, ai fanatismi, eccetera li ha poi – per una sorta di nemesi – alimentati e incattiviti. Ed è altresì vero che la tendenza criminogena delle relazioni sociali si è tradotta in provvedimenti e leggi securitarie in quasi tutti i paesi occidentali, anche in quelli guidati dai governi di centro-sinistra.


Ma la declinazione di queste tendenze in Italia, da parte del governo Berlusconi, ha degli aspetti incredibilmente rozzi e semplificati, accompagnati da una miopia nella gestione di questo problema sia nell’immediato che nel medio e lungo periodo. Un immane tema come quello dei flussi migratori non si affronta a colpi di spot, di operazioni mediatiche e annunci demagogici. Lo si vede in queste ore. E i problemi non vengono risolti; anzi vengono addirittura aggravati in una spirale perversa che la stessa politica alimenta a sua volta: maggiore emergenza sociale (almeno quella percepita), più paura nella società, più provvedimenti-annuncio dentro una logica demagogica e di consenso. In realtà – per creare maggiore sicurezza sociale – bisognerebbe fare esattamente il contrario di quello che sta facendo il governo Berlusconi: rendere più facile l’accesso regolare degli immigrati, spendere più soldi per l’inclusione sociale, favorire il processo di cittadinanza degli stranieri, farli votare alle elezioni amministrative, coinvolgerli dentro un processo di integrazione multiculturale, eccetera.
Ed è proprio la mancanza di questa visione la conferma del limite – strutturale e, sembra, irreversibile – della politica odierna. La politica dell’era dei media e del mercato è indissolubilmente sintonizzata sul “ciclo elettorale” (tra l’altro – a causa dell’intensità delle votazioni – brevissimo) che richiede una continua e incessante verifica, ormai praticamente annuale. Il tema dell’immigrazione (come quello della cooperazione allo sviluppo) vive la schizofrenia della politica del “ciclo elettorale”.

Un fenomeno che ha bisogno di un approccio misurato sui tempi lunghi viene stritolato dalle necessità elettorali e demagogiche: la “paura” (sociale) diventa una importante merce elettorale per il consenso.
Si può trovare una via d’uscita a questo ordine di cose? È questo il compito che un campo di forze democratiche e di sinistra dovrebbe avere in questo paese. Non è vero che si tratta di un fenomeno “ingovernabile”: lo si vuole ingovernabile per calcolo politico. Si tratta allora di coniugare una grande iniziativa politica, ideale ed etica (anche con la disobbedienza civile delle misure che violano i diritti delle persone) con un buon governo della complessità sociale che questo fenomeno implica. E soprattutto – per il centro-sinistra – si tratta di liberarsi dalla subalternità culturale dimostrata in questi anni verso la cultura di destra, sia quella politica che quella che ha affondato in questi anni le radici nella società.

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