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Botte agli studenti, ossia governare con la paura

Lunedì 11 le violenze della polizia contro un gruppo di studenti vicino al liceo Michelangelo. Sabato 16 un corteo di protesta. In mezzo la sensazione che siamo alle prese con un episodio che rivela la strategia del "governare con la paura". Il brutto silenzio del sindaco della città
15 maggio 2009

Sabato 16 è in programma in città un corteo organizzato da alcuni gruppi studenteschi con il titolo "Contro la repressione non un passo indietro": è una replica pubblica, popolare agli eventi di lunedì 11 maggio, quando alcuni studenti, nei pressi del liceo Michelangelo (via Colonna) sono stati aggrediti da agenti della polizia di stato.

L'episodio è gravissimo, per la irragionevolezza delle violenze, e per la mancata percezione, da parte della questura e del potere politico locale, dell'impatto emotivo e politico di quanto avvenuto. Episodi del genere, con agenti che colpiscono a manganellate e danno dunque "pesanti lezioni" a studenti e attivisti che scendono in piazza, si stanno ripetendo in modo allarmante (vedi i gravissimi episodi di Bergamo).

I meccanismi che vediamo in atto sono quelli del "governare con la paura" e non possono essere sottovalutati. A questo punto, nello specifico fiorentino, è necessario sostenere la legittima protesta degli studenti e pretendere dalla questura una rigorosa inchiesta interna, che faccia luce sull'episodio e colpisca chi si è reso responsabile di abusi.

Dispiace che il sindaco della città non abbia colto la gravità di quanto accaduto e il disagio e lo sconcerto che in questi giorni serpeggiano fra gli studenti e le loro famiglie.

(l. g.)

I fatti di lunedì 11 - da Repubblica-Firenze

Il corteo di sabato - da L'Unità-Firenze

Un intervento di Christian De Vito di martedì 12 maggio

 

Esprimo la mia più completa solidarietà agli studenti medi che hanno manifestato ieri e che sono stati caricati.
 
Solidarietà che vuol dire condivisione dei motivi della manifestazione, che rivendicava spazi di agibilità politica nelle scuole, in un momento in cui, dopo gli importanti movimenti dello scorso autunno contro i progetti di contro-riforma della scuola, università e ricerca, si rischia non solo un riflusso della mobilitazione, ma anche una sua criminalizzazione.
Solidarietà che è condivisione delle forme di lotta, perchè di fronte alla gravità della situazione politico-sociale e del tentativo di criminalizzazione dei movimenti è legittimo e importante reagire anche con forme di conflitto che esulano dalle "autorizzazioni" della questura: perchè le mobilitazioni devono saper esprimere il conflitto in modo non mediato, non politicista, autonomo.
Solidarietà infine con chi ha subito le cariche delle forze di pubblica sicurezza, ancora una volta impegnate in un esercizio di abuso e violenze, questa volta diretto contro un corteo, altre volte contro singoli gruppi di attivisti, molto spesso mirato a reprimere una meno visibile ma pur sempre esistente resistenza sociale non organizzata o anche solo a negare diritto di cittadinanza a migliaia di uomini e donne.
 
Nelle dichiarazioni odierne del questore su La Nazione c'è scritta a chiare lettere tutta una strategia di repressione del conflitto sociale, fatta di "lavoro di intelligence" da parte degli agenti della Digos, di concertazioni con gli organizzatori, di affermazione rigida di una legalità che vale solo contro chi difende i diritti sociali e civili, di violenza.
Una strategia antidemocratica, che si incarica di tutelare a priori gli interessi costituiti e di affrontare ogni questione sociale come problema di ordine pubblico. E' la stessa logica in base alla quale, in un periodo di crisi economica globale come questo, si arriva a negare la drammaticità della condizione di disoccupazione, cassaintegrazione e del precariato di massa, spacciandoli per forme di "flessibilità della manodopera" e di "ammortizzatore sociale"; è la logica per la quale centinaia di migranti vengono cinicamente respinti nel canale di Sicilia e gettati nei centri di detenzione libici; la medesima ottica per la quale migliaia di migranti, tossicodipendenti e senza casa vengono rimossi dalla società e nascosti dietro le mura di cinta delle carceri; la stessa stessa logica per la quale il governo si accinge a varare (blindandolo con la fiducia) un nuovo "pacchetto sicurezza" che rende l'immigrazione "clandestina" un reato, prolunga fino a 6 mesi i termini di detenzione nei CIE e legalizza le ronde.

un saluto, Christian

 

 

 

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