Genova

Una mostra, un libro perché quei giorni "non possono essere un capitolo chiuso"

Antonella Marroni
Fonte: L'Unita' - 18 luglio 2003

GENOVA. «Giunti alla caserma di Bolzaneto siamo stati uno ad uno scaraventati giù dal
pullman. All'interno della caserma siamo stati tutti messi in grandi stanzoni in piedi con la
faccia contro al muro e le mani alzate e ci hanno costretto in questa posizione per quasi tutto
il tempo in cui siamo rimasti lì (circa 15 ore)? A turno entravano militari per usarci violenze
di vario genere: sbatterci la testa contro il muro, calci sui testicoli, schiaffi, colpi al
torace, gas urticante in faccia. Ed insulti continui: "comunisti di merda froci" oppure "perché
non chiamate Bertinotti o Manu Chau?."». E.F di Torino, 39 anni, impiegato. Nessun precedente
penale. Una tra le tante testimonianze di quei giorni. Non passa questa storia. Sono passati
due anni, ma c'è ancora tanto dolore e pena. Rabbia. Il libro di Carlo Gubitosa, presentato
ieri qui a Genova, è straordinario nel rimettere a posto memoria ed emozioni, date, dati. E nel
Cd anche foto e film. "Genova nome per nome" è un libro di Altreconomia e Terre di Mezzo, edito
da Berti, uno di quei preziosi regali che il giornalismo italiano, invece, è così restio a fare
a quei quattro (dicono gli esperti) lettori rimasti nel nostro paese. Ormai abituati
all'inchiestina usa e getta, fatta dal telefono di una redazione con il parere di pochi amici,
potrebbero spaventarsi all'idea di un libro di oltre 500 pagine fitte di nomi e cognomi, con le
violenze, i responsabili, le ragioni di quanto è avvenuto in un'inchiesta sui giorni e sui
fatti del G8. Una miniera di notizie (sapete a quanto ammontano i danni di tipo materiale a
seguito delle violenze in città? 15 miliardi di vecchie lire che non verranno neanche spesi
interamente. Sapete quanto è costata l'organizzazione del G8? 240 miliardi), per questo
confidiamo nella curiosità, nella voglia di capire e sopratutto nell'intelligenza di molti e di
quelli che Genova non la videro in quello strazio: «Nonostante tutto sono contenta di esserci
andata, di avere visto con i miei occhi, altrimenti forse non ci avrei creduto?» scrive L.P,
Biella, settant'anni, scappata per un soffio ai manganelli dell'ordine pubblico, ma calpestata
dai manifestanti in fuga. Pericolosa black bloc, la signora.
No, Genova non è un capitolo chiuso, non lo possono chiudere le archiviazioni dei giudici, né
il silenzio dei politici e dei tutori dell'ordine. Per questo il libro di Gubitosa è piaciuto
tanto a chi partecipa a queste prime giornate genovesi che tengono insieme tutto: la tristezza
e la creativià, la passione e la sopportazione, la vitalità e la memoria.
Ma si sente e si vede molto altro di bello, in questi giorni. Teatro tutte le sere, dibattiti
del Forum Sociale, le iniziative del Comitato Piazzacarlogiuliani e del Comitato Verità e
Giustizia per Genova e una mostra (organizzata da Gruppo Comunicazione-Msf-, Progetto
Comunicazione onlus, Socialpress, Trenta), struggente, fantasiosa, allarmante. Si chiama "Non
archiviabile", è dedicata a Carlo ed il senso è chiaro, come il percorso che propone:
l'informazione negata. Ci vuole almeno un'ora per godersela appieno. Foto, testi,
installazioni, performance teatrali. Dalla prima gioiosa manifestazione del 19 luglio (quella
dei migranti), al buio della morte in piazza Alimonda, all'inferno infinito della Diaz e di
Bolzaneto. Tutto questo non è archiviabile perché tutto questo è legato alla vita di milioni di
persone, è legato alla pace, alla mancanza di cibo, di acqua e di dignità nel lavoro. È legato
a Marghera e al cloruro di vinile, alle mine antiuomo (ce ne sono, nel mondo, ancora inesplose
ma ben sistemate, 120 milioni), alle morti per parto e per Aids in Africa, al lavoro minorile
in Asia, ai bambini soldato in Sierra Leone. Come e perché? La mostra lo fa capire benissimo e
sarebbe straordinario se potesse portare "in giro" la sua intelligenza e la sua costruzione
così "semplice" ed efficace. I ragazzi passano lenti e leggeri davanti alle installazioni e
leggono, parlottano, fanno qualcosa che è prezioso per chi cresce: mettono in relazione fatti,
eventi. Sono in due a fermarsi davanti ad una parete di "pentole" argentine, simbolo di lotta
popolare e di ultima disperata resistenza e uno spiega all'altro come funziona il Fondo
Monetario Internazionale e perché fa tanto male allo stato sociale. «Ma allora potrebbe
succedere anche qui. È quello che sta succedendo, mi sa». C'è anche l'angolo delle frasi, dei
foglietti appesi alla pareti. Ognuno dica la sua. «Per Lorenzo: dopo due anni io sono ancora
qui e tu ancora non ce la fai! Ma ce la farai, io ti aiuterò. Riprendi la vita che quel 20
luglio ti hanno tolto». «Sono già stufa a 19 anni di dire basta, di chiedere basta per
favore eppure ogni giorno ne trovo la forza. Spero che non svanisca mai». Genova 2001 non è
ancora archiviabile. No.

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