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    L'«emergenza» movimenti sociali e il silenzio della sinistra

    12 marzo 2008 - Benedetto Vecchi
    Fonte: Il Manifesto

    Le dichiarazioni di Haidi Giuliani, Vittorio Agnoletto e Giovanni Russo Spena sulla richiesta del pubblico ministero al processo sui «fatti di Bolzaneto» sono voci isolate nel deserto della politica istituzionale. Forse perché molti esponenti politici pensano che macinare chilometri a bordo di bus per una campagna elettorale in odore da grosse koalition sia più importante che spendere qualche parola su quanto hanno detto i magistrati sulla pratica della tortura in una caserma italiana. Eppure a leggere gli atti del processo in corso a Genova sulle violenze fisiche e psicologiche contro i manifestanti contro il G8 nel luglio 2001 «sospensione dello stato di diritto», «notte cilena», «tortura» sono espressioni che restituiscono una realtà che in molti hanno cercato di archiviare. Inutile ripeterlo, quanto è accaduto nella caserma di Bolzaneto è stato uno spartiacque in questo inizio millennio. Nella storia repubblicana dalla seconda guerra mondiale la gestione dei conflitti sociali da parte dello stato non è una storia di rose e fiori, ma la tortura era stata usata finora solo in nome di un'emergenza nazionale, la lotta al terrorismo, e mai aveva coinvolto in forma così diffusa i fermati a una manifestazione, seppur contraddistinta da scontri con le forze dell'ordine. Il messaggio che trapelava dai racconti dei giovani detenuti a Bolzaneto era chiaro: i conflitti sociali vanno gestiti solo come problema di ordine pubblico. A Genova la strada scelta fu la repressione delle manifestazioni di dissenso, l'irruzione alla Diaz e le violenze di Bolzaneto, che videro protagonisti non semplici poliziotti o carabinieri o finanzieri o guardie carceriere «fuori di testa», ma anche funzionari e graduati. Negli anni successivi, abbiamo assistito a molti processi che chiudevano il dibattimento in aula con richieste di condanne da parte del pubblico ministero di turno per aver partecipato a un picchetto di fronte a un call center o a un supermercato, per far parte dello stesso gruppo che aveva occupato una casa. L'obiettivo non era solo di sanzionare penalmente un atto «illegale», ma di usare gli articoli relativi ai reati associativi per colpire al cuore i movimenti sociali o di prevenire una loro formazione. È accaduto nel primo processo di Genova che vedeva sul banco degli imputati alcuni manifestanti. La stessa scena si è ripetuta in tante aule di tribunale. E ogni volta la sproporzione tra le richieste di condanna e il fatto contestato era giustificata dal pubblico ministero per l'esistenza di una qualche associazione. Cioè di un movimento sociale che aveva provato a dare continuità alla sua azione attraverso forme embrionali di organizzazione. Negli anni Settanta, altro spartiacque della Repubblica, la legislazione d'emergenza era stata legittimata dalla presenza di gruppi armati che volevano colpire al cuore lo stato. In questo inizio di millennio, il perdurare di un clima emergenziale avviene in presenza di movimenti sociali che alla violenza organizzata preferiscono tutt'al più pratiche illegali come l'occupazione delle case, di un centro di permanenza temporanea per migranti, un picchettaggio di un supermercato, simulazioni di espropri proletari. La logica emergenziale è stata mantenuta quale principio guida delle inchieste della magistratura contro gli attivisti nonostante non sia volata una molotov. Nei mesi scorsi, alla richiesta di pesanti condanne per alcuni manifestanti a Genova nel 2001, quello che rimane del movimento no-global aveva chiesto di ritornare a Genova prima e a Cosenza poi, in quanto sede di un altro processo che vede coinvolti volti noti dell'arcipelago no-global. Le manifestazioni furono partecipate, quasi a stabilire che per quella generazione di attivisti la partita è ancora aperta. Allora non furono voci nel deserto, ma posero domande politiche alla politica istituzionale. La risposta che quest'ultima ha dato è stato il silenzio, tolte poche eccezioni. Perché conta di più una riforma elettorale per garantire la sopravvivenza del sistema politico che una «sospensione dello stato di diritto» o una «notte cilena».

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