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    «Sud ribelle», non sovversivo

    «Il fatto non sussiste». A Cosenza assolti Caruso, Casarini e altri 11 no global accusati degli scontri del G8 di Genova e del Global forum di Napoli nel 2001
    25 aprile 2008 - Simone Pieranni

    Tutti assolti. Si era detto che il processo di Cosenza era costruito su un teorema, che faceva acqua da tutte le parti. La Corte di Assise di Cosenza ieri, dopo un’ora e mezza di camera di consiglio, lo ha ribadito: i 13 attivisti della Rete del Sud Ribelle sono stati assolti, tutti. Il fatto – l’accusa di essersi costituiti in associazione allo scopo di devastare Genova e sovvertire l’ordine economico dello stato italiano - non sussiste. La notizia, che giunge in un momento decisamente buio della storia repubblicana, costituisce una importante deviazione di quella lettura storica compiuta dalla procure che indagano sui manifestanti, in relazione al G8 genovese. Dopo il secolo di carcere appioppato dai giudici genovesi a 24 no global accusati di devastazione e saccheggio, l’epilogo dello strambo processo cosentino ristabilisce il livello minimo logico e giudiziario. E, più di ogni altra cosa, affossa l’accusa associativa, pietra miliare della magistratura nel suo storico procedere contro il movimento.
    Le tesi della difesa dei tredici imputati sono state accolte e la conferma circa l’insussistenza di qualsiasi associazione sovversiva, costituisce una grande soddisfazione per molti dei legali. Per Luca Casarini, imputato al processo, un «fatto politico importante» che «finalmente rovescia la verità artefatta che su Genova qualcuno voleva costruire». Per Francesco Caruso, ex deputato e imputato nel processo, «è stato affermato il nostro diritto di contestare il G8. Adesso chi ha disposto questo assurdo teorema dovrebbe rispondere con la propria carriera». Dal ministro Ferrero a Gennaro Migliore, esulta anche Rifondazione, che affida la sua vicinanza ai militanti assolti a una nota ufficiale.
    Il soggetto della frecciata, Domenico Fiordalisi, il pm che ha condotto inchiesta e processo, è uscito rapidamente dall’aula, da una porta secondaria, senza rilasciare commenti. Deluso. Le sue accuse avevano portato ad una richiesta di 50 anni complessivi di pena per gli imputati. L’avvocatura dello stato aveva chiesto 5 milioni di euro per il risarcimento. Invece, niente, assolti tutti. Nel corso della giornata i difensori avevano riassunto le lacune del procedimento: l’assenza di prove, in primo luogo. Per l’avvocato Branda «il pm non è riuscito a fornire alcuna prova che gli imputati si siano riuniti per costituire un’associazione sovversiva». «In questi tre anni di udienze - ha aggiunto Sorrentino - mi pare che mai nessuno sia venuto a testimoniare che gli imputati abbiano usato una violenza tale da sovvertire l’ordine dello Stato». Eppure, l’accusa nei confronti degli attivisti era pesante e basata quasi interamente su intercettazioni ambientali e telefoniche. Una selva di delitti, senza una testimonianza diretta. Si era detto dei numerosi punti deboli di questo processo che arriva alla fine. Un processo che non doveva neppure iniziare, come sottolineano i legali dei tredici assolti, «specie in una città che ha altre esigenze in termini di giustizia e legalità». A Cosenza, per la costruzione di una verità artefatta, si è perso molto tempo e soldi. I numeri, infatti, sono rilevanti. Un processo iniziato nel novembre 2002 con 18 arresti. Napoli, Cosenza, Taranto, Reggio Calabria, Vibo Valentia, Diamante e Viterbo le città coinvolte. Trani e Latina, le carceri di massima sicurezza usate per rinchiudere gli arrestati. 42 indagati in totale, 12 in carcere, 6 arresti domiciliari, 13 rinviati a giudizio. 458 i giorni di obbligo di firma per 3 imputati. Diversi i milioni di euro spesi per allestire l’inchiesta tra intercettazioni telefoniche e informatiche, appostamenti, video, foto, trascrizioni, perizie, spese legate al processo. Centinaia le mobilitazioni dopo gli arresti e durante il processo: gli ultimi 10 mila il 2 febbraio scorso, dopo i tantissimi già in piazza a novembre a Genova.
    Il grande protagonista indiscusso del processo è stato il pm, Domenico Fiordalisi. Magistrato del tribunale di Paola, Fiordalisi viene spostato a Cosenza. In quel periodo è l’unico magistrato italiano che nel novembre 2002, subodorando forse gloria e telecamere, presta attenzione al giro delle procure italiane fatte dai Ros e i loro preziosi materiali contro i no global. Partono inchiesta e processo. L’8 marzo del 2007 non gli viene rinnovata l’applicazione alla Procura di Cosenza per seguire il processo al Sud Ribelle. Fiordalisi torna a Paola. In tutta fretta, però, il 27 ottobre dello scorso anno, Fiordalisi, poiché a conoscenza degli atti e con il suo parere favorevole, pur rimanendo magistrato del tribunale di Paola, ritorna ad essere proprietario del processo agli attivisti. In tempo per chiedere l’acquisizione di altre intercettazioni e stilare un calendario fitto in vista della conclusione del processo. Già indagato quattro volte dal Csm e noto per aver chiuso l’indagine sulla trasporta- rifiuti Jolly Rosso, nell’ottobre 2006 era stato eletto segretario dell’Anm. Ieri è uscito dall’aula sconfitto.
    Cosenza costituiva una sorta di processo bis a quello genovese contro i 25 manifestanti: molti dei testi ascoltati a Genova sono sfilati anche in Calabria. Ieri, nell’ultimo giorno di arringhe difensive e repliche della procura prima della sentenza, sono stati depositati anche atti provenienti da altri procedimenti: la richiesta di rinvio a giudizio per De Gennaro, Mortola e Colucci e l’estratto della sentenza genovese in cui stabiliva come illegittima la carica dei carabinieri in via Tolemaide con conseguente citazione per falsa testimonianza di alcuni militari ascoltati anche a Cosenza. In attesa delle motivazioni della sentenza cosentina, dei quattro grandi processi del G8 (senza considerare che manca quello che doveva costituire il cuore dei procedimenti su Genova, ovvero il processo sull’omicidio di Carlo Giuliani) due sono arrivati alla prima sentenza. Quelli contro i manifestanti. Per Bolzaneto, le sue torture e i suoi imputati - poliziotti, agenti penitenziari e personale medico – bisognerà aspettare luglio. Per la Diaz, le calunnie, le false molotov, il massacro e i suoi imputati – la creme della polizia italiana – la sentenza arriverà solo in autunno. Il quadro di valutazione giudiziaria del G8, a quell’epoca, sarà in via di chiusura. Quello politico, forse, si potrà finalmente riaprire.

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