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    Catalogo di crudeltà.

    Gli animali siamo noi

    Un racconto su “Nuovi Argomenti” ha per protagonista un maiale e riapre una ferita Dalla Bibbia a Darwin il nostro contraddittorio rapporto col mondo zoologico, dalla sacralità al dominio spietato
    17 dicembre 2006 - Ernesto Ferrero

    pig Nel nuovo numero della rivista Nuovi Argomenti, che si apre con un affettuoso ricordo del suo direttore Enzo Siciliano da poco scomparso, c'è una sezione narrativa dedicata alle Bestie, in cui spicca un racconto di Cristina Rota, I maiali muoiono prima. La Rota, che presumo in giovane età, descrive in una prosa secca le sue esperienze di lavoro in un allevamento di maiali. La zoologia industriale è un teatro dell'orrore, dove gli animali vengono trattati come dei nemici condannati ad espiare in vita e in morte chissà quale innata malvagità. Costretti a vivere accatastati, a defecare nel metro quadrato in cui sono costretti a vivere, a soffrire di artriti e malattie da sovraffollamento. Ci dev'essere pur qualcuno che fa il lavoro sporco per noi, consumatori ipocriti che facciamo finta di non sapere, ma fa un po' effetto trovarci una ragazza che passa il suo tempo tra castrazioni, inseminazioni artificiali, sangue, sterco e morti violente. E ci va ancora bene che ci viene risparmiata la scena più crudele, quella dell'ammazzamento.

    Da tempo gli etologi (Konrad Lorenz, Tinbergen, Eibl-Eibesfeldt, Griffin, Mainardi, Celli, Desmond Morris) ci parlano dell'intelligenza e della sensibilità degli animali, dal polipo all'elefante e al delfino, per non parlare di cani e gatti, che alimentano una sterminata aneddotica famigliare, almeno fino a quando non li abbandoniamo per strada in estate. I comportamenti animali che in età classica raccontano Plinio o Eliano sono di un'umanità toccante, e mettiamo pure in conto un qualche abbellimento antropomorfico, che arriva da Fedro ed Esopo, tutti e due schiavi, cioè trattati come animali. Ma anche la letteratura recente ha saputo toccare le corde di una empatia profonda, di una commossa solidarietà con questi sfortunati compagni di strada. E' un lungo elenco che va da Rigoni Stern a Parise, da La Capria a Orengo, da Asor Rosa ad Agamben, da Jack London e Gerald Durrell a Kundera, Haddon, Amos Oz, Coetzee… Lo psicoanalista americano Jeffrey M. Masson, già direttore degli Archivi Sigmund Freud, ha gettato alle ortiche le controverse e sudate carte del fondatore per trasferirsi in Nuova Zelanda, e dedicarsi alla causa animalista. Il suo Il maiale che cantava alla luna (Il Saggiatore) racconta storie che rendono problematico il consumo di salumi e affettati, polli e capretti, tanto da rendere legittima la domanda: «Chi c'è nel piatto», anziché «che cosa c'è nel piatto»? E' un catalogo di gesti affettuosi e disinteressati, delicatezze, solidarietà, altruismi che hanno per protagonisti gli animali da cortile. L'eroina di Masson è Piglet, la scrofa neozelandese che adorava fare il bagno di primo mattino, giocava con i bambini, si beava della musica e nelle notti di plenilunio lanciava versi melodici. Ma già un grande naturalista come W.H. Hudson (il suo romanzo Verdi dimore fu tradotto da Montale negli anni di guerra) apprezzava nei maiali l'atteggiamento che definiva «democratico», e che non è la sospettosità dei cavalli, la remissività dei bovini, la strafottenza della capra, l'aggressività dell'oca, la condiscendenza del gatto, il servilismo del cane… La consapevolezza che gli animali non sono semplici cose di cui disporre a piacimento ha faticato ad emergere nel pensiero occidentale. E' stata la Bibbia a sancire la frattura tra uomini e animali, pur impastati nella stessa polvere. Se nell'Egitto vegetariano dell'epoca d'oro molti erano gli animali sacri, nei testi biblici l'animale è sottoposto a un dominio spietato: «Incutete paura e terrore a tutti gli animali della terra e a tutti gli uccelli del cielo. Tutto ciò che si muove e ha vita vi sarà di cibo» prescrive la Genesi.

    Il vegetarianesimo che ispira la filosofia greca, da Pitagora a Empedocle, da Platone a Porfirio, sembra discendere dal persiano Zarathustra che nel VII sec. a.C. deprecava le violenze inflitte agli animali: per lui il consumo di carne è il vero peccato originale. Per Platone, gli esseri sono varianti di un'unica materia primigenia: «la natura è tutta imparentata con se stessa». Per Eraclito, il Logos divino non ha bisogno del sangue delle vittime. Aristotele la butta sul pratico: gli animali presentano similarità con l'uomo, ma restano subordinati in quanto utili: come le donne e gli schiavi. I Romani esasperano la violenza degli antichi culti: i templi si trasformano in mattatoi, per la sola inaugurazione del Colosseo vengono massacrati 5.000 animali. Invano Lucrezio lamenta: «Pretendere che gli dèi abbiano voluto preparare il mondo e le sue meraviglie per gli uomini è pura follia». E Plutarco coglie lucidamente il nesso che lega il massacro degli animali e lo sfruttamento degli uomini. Dimmi come tratti gli animali e ti dirò come tratti gli uomini. E' per questo che nella Cina d'oggi la ferocia sadica con cui vengono trattati gli animali corrisponde al disprezzo per gli esseri umani e i loro diritti. L'avvento del Cristianesimo non segna affatto il riscatto degli animali, che continuano a essere sfruttati senza problemi. Per Agostino il solo porsi la questione animale è sintomo di decadenza, forse di influenza demoniaca, come suggerisce San Paolo. E Tommaso, pessimo osservatore, conferma l'impossibilità di amare creature «irragionevoli». Per fortuna nell'età moderna gli oppositori si infittiscono: Tommaso Moro ritiene vili e insulsi i piaceri della caccia, Erasmo ammira la solidarietà che si riscontra nel mondo animale, Montaigne deride la presunta superiorità dell'uomo, sostenuta solo da «miserabili». I Lumi incalzano: Voltaire sbeffeggia Descartes («Che vergogna aver detto che le bestie sono macchine prive di conoscenza e di sentimento!»). La sensibilità di Rousseau abbraccia commossa l'intera natura. Hume osserva che le differenze tra mente umana e mente animale non sono diverse da quelle che separano gli intelligenti dagli stupidi (vedi a conforto le interviste delle Iene ai nostri parlamentari). Sono maturi i tempi per la rivoluzione di Darwin, che ci insegna a riconoscere lo splendore dell'unità del vivente: l'uomo è un ex-animale che evoluzionisticamente ha preso il potere.

    Oggi leader animalisti come Peter Singer e Tom Regan ammoniscono: il rispetto degli esseri viventi è la base stessa della preservazione di una comunità. Senza questa consapevolezza, ci si avvia a una violenza distruttiva che porta all'autodistruzione. Ancora una volta, parlare di animali significa parlare degli uomini. Cioè di animali deviati, schegge impazzite, ormai fuori controllo.

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