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    Un libro importantissimo che cambierà il nostro modo di considerare gli animali e, in definitiva, noi stessi

    Liberazione animale

    Peter Singer ed. Il Saggiatore
    17 febbraio 2004 - Peter Singer

    Dopo più di un quarto di secolo dalla prima edizione di questo libro, molti abitanti dei paesi industrializzati ignorano ancora i metodi con cui viene prodotto il cibo che mangiano, e non è certo un caso: i produttori di carne e di uova si adoperano con ogni mezzo perché la situazione non cambi. Recentemente una troupe televisiva americana, incaricata di realizzare un programma a me dedicato, ha proposto di riprendermi, mentre discutevo di liberazione animale, con alcuni animali sullo sfondo. "D'accordo" ho risposto "ma non voglio inquadrature con cani o gatti in braccio, perché non dev'essere questa l'immagine della liberazione animale. Mostriamo invece come vivono altri animali, riprendiamo le galline o i suini in batteria di un tipico impianto di allevamento". "Benissimo" hanno commentato, aggiungendo che avrebbero contattato alcune fattorie del New Jersey, dove mi trovavo per lavoro, e che mi avrebbero informato non appena avessero individuato il luogo adatto. Una settimana dopo mi hanno richiamato, ammettendo il proprio insuccesso: nessuno degli allevatori interpellati aveva concesso loro l'autorizzazione a filmare. Si erano persino rivolti all'Animal Industry Foundation, una lobby favorevole allo sfruttamento degli animali, secondo la quale gli allevatori americani non hanno nulla di cui vergognarsi per le condizioni di vita del bestiame: ebbene, persino questa organizzazione non ha trovato un solo allevatore disposto ad accogliere la troupe.
    Negli anni novanta gli europei hanno conosciuto più da vicino l'industria alimentare grazie al morbo della mucca pazza e all'afta epizootica. La prima ha insegnato loro che le fiabe che leggono ai propri figli sono ormai obsolete: le mucche non mangiano soltanto erba, e ormai non sono nemmeno erbivore. Per aumentare l'apporto proteico della loro dieta vengono alimentate con i resti triturati di animali macellati. Mentre l'epidemia di afta epizootica dilagava in Gran Bretagna, ogni sera il telegiornale mostrava alla gente l'uccisione di centinaia di migliaia di animali che, presumibilmente, avevano contratto la malattia (nella maggior parte dei casi si trattava di forme poco gravi ma che, se non fossero state debellate, avrebbero messo in ginocchio l'esportazione di carne del paese). Ciò a cui la gente ha assistito in quell'occasione è la dimostrazione inconfutabile che i moderni sistemi di allevamento trattano gli animali come oggetti, come semplici mezzi per realizzare i fini dell'uomo, senza riconoscere loro alcun altro scopo autonomo.
    Dopo questi avvenimenti molti hanno preso contatto con i gruppi animalisti e le organizzazioni vegetariane, alla ricerca di alternative ai prodotti animali. Diventare vegetariani è una decisione giusta, indipendentemente da quando viene presa: ma prima che la popolazione fosse testimone di tutte quelle uccisioni, che cosa credeva succedesse agli animali di cui si cibava? Pensava che morissero di morte naturale? Stupisce che abbia impiegato tanto a capire la vera natura dell'industria animale moderna. 'Liberazione animale' è stato pubblicato per la prima volta nel 1975. Questa prefazione introduce l'edizione rivista pubblicata nel 1990, che descrive le principali campagne e i più importanti risultati conseguiti dal movimento di liberazione animale fino a quell'anno. Tale edizione, pubblicata in Italia nel 1991 da Mondadori, è da tempo esaurita, e gli amici del movimento animalista italiano, sempre molto attivi, mi hanno segnalato l'opportunità di una nuova edizione. Sono quindi molto contento che il Saggiatore abbia deciso di pubblicarla.
    Dal 1975 a oggi i princìpi ispiratori del movimento animalista sono stati assimilati sia dai ceti più colti sia dalla cultura popolare dei paesi sviluppati. Al di là delle numerose pubblicazioni accademiche di carattere filosofico, sociologico, storico, giuridico e di teoria politica, l'idea che la nostra relazione con gli animali comporti problemi etici rilevanti è diventato tema di romanzi celebri: L'insostenibile leggerezza dell'essere di Milan Kundera, La donna e la scimmia di Peter Hoeg, The Quick and the Dead di Joy Williams, Vergogna e, in termini anche più espliciti, il racconto lungo La vita degli animali di J.M. Coetzee ne sono un chiaro esempio. Argomenti simili vengono affrontati per altro anche dal cinema in film come Babe - Maialino coraggioso e Galline in fuga, in numerosi sceneggiati televisivi realizzati in diversi paesi e nei dibattiti filosofici ospitati sulle pagine culturali di autorevoli quotidiani.
    'Liberazione animale' è stato pubblicato per la prima volta nel 1975. Questa prefazione introduce l'edizione rivista pubblicata nel 1990, che descrive le principali campagne e i più importanti risultati conseguiti dal movimento di liberazione animale fino a quell'anno. Tale edizione, pubblicata in Italia nel 1991 da Mondadori, è da tempo esaurita, e gli amici del movimento animalista italiano, sempre molto attivi, mi hanno segnalato l'opportunità di una nuova edizione. Sono quindi molto contento che il Saggiatore abbia deciso di pubblicarla.
    Dal 1975 a oggi i princìpi ispiratori del movimento animalista sono stati assimilati sia dai ceti più colti sia dalla cultura popolare dei paesi sviluppati. Al di là delle numerose pubblicazioni accademiche di carattere filosofico, sociologico, storico, giuridico e di teoria politica, l'idea che la nostra relazione con gli animali comporti problemi etici rilevanti è diventato tema di romanzi celebri: L'insostenibile leggerezza dell'essere di Milan Kundera, La donna e la scimmia di Peter Hoeg, The Quick and the Dead di Joy Williams, Vergogna e, in termini anche più espliciti, il racconto lungo La vita degli animali di J.M. Coetzee ne sono un chiaro esempio. Argomenti simili vengono affrontati per altro anche dal cinema in film come Babe - Maialino coraggioso e Galline in fuga, in numerosi sceneggiati televisivi realizzati in diversi paesi e nei dibattiti filosofici ospitati sulle pagine culturali di autorevoli quotidiani. Questi importanti cambiamenti godono di un ampio sostegno in tutti i paesi dell'Unione Europea, e hanno l'appoggio dei principali esperti di sistemi d'alloggio per animali da allevamento. Essi dimostrano, inoltre, quanto sia fondato ciò che gli animalisti sostengono da tempo: nel 1964, molto prima che uscisse il mio libro, quindi, Ruth Harrison, infatti, aveva già pubblicato il suo rivoluzionario Animal Machines, considerato ormai un classico. Nel 1971, quando mi unii alla campagna contro le fattorie industriali, sembrava che stessimo sfidando un gigante sensibile soltanto agli imperativi economici. Per fortuna, quel timore si è rivelato infondato, quanto meno in Europa. Purtroppo, però, negli Stati Uniti iniziative come quelle descritte non sono nemmeno in fase di studio: le più comuni gabbie per galline ovaiole misurano solamente trecento centimetri quadrati, il cinquanta percento in meno rispetto all'attuale standard minimo europeo, il quaranta percento in meno di quello previsto per il 2012. Vitelli e scrofe continuano a essere tenuti in box o recinti individuali troppo stretti per voltarsi e troppo corti per muoversi.
    Gli americani hanno più volte biasimato alcuni paesi europei, soprattutto quelli mediterranei, accusandoli d'insensibilità nei confronti degli animali. Oggi è vero il contrario. Persino in Spagna, patria della corrida, gran parte degli animali ha più spazio che in America, e la distanza fra i due continenti continuerà ad aumentare man mano che l'Unione Europea procederà con le riforme. Il numero di tori uccisi nelle corride, infatti, è irrilevante rispetto a quello delle galline, dei maiali e dei vitelli che in America vivono confinati, per altro in ambienti molto più angusti. Ciò nondimeno, gli europei non hanno motivo di rallegrarsi: nei loro paesi milioni di animali si trovano tuttora in condizioni agghiaccianti, nelle fattorie industriali o nei laboratori, e il trasporto del bestiame continua a essere condizionato più da considerazioni economiche che dall'interesse per gli animali. Prima di concludere, vorrei riprendere un tema affrontato nell'ultimo paragrafo della prefazione alla prima edizione. Alla luce del continuo aumento della popolazione umana, molti credono che il sistema basato sulle fattorie industriali sia necessario per sfamare un numero così elevato di persone. In quest'ottica, in particolare, ritengono che l'allevamento intensivo, in cui un gran numero di animali viene confinato in poco spazio, rappresenti un modo più efficiente di utilizzare la terra rispetto ai metodi tradizionali, in cui pochi animali venivano lasciati liberi di vagare in ampi spazi. In realtà è vero il contrario. Per nutrire gli animali degli allevamenti intensivi, infatti, si coltivano cereali e soia con un sistema che spreca sino al novanta percento del valore alimentare prodotto: le fattorie industriali, quindi, sono tutt'altro che efficienti. Nel concludere la prefazione all'edizione del 1975 osservai che, se avessimo cessato di allevare e di uccidere gli animali a scopo alimentare, avremmo potuto produrre maggiori quantità di cibo con un minore impatto ambientale. Tale principio è tuttora valido e, anche se, fortunatamente, dal 1975 a oggi la percentuale di persone che va a letto a stomaco vuoto si è ridotta, il numero effettivo di umani che soffrono la fame non è variato molto rispetto a quell'anno. La diffusione delle fattorie industriali in Asia, dettata dalla necessità di soddisfare i bisogni alimentari di una classe media in crescita, non fa che aggravare la situazione. Esiste, tuttavia, anche un altro problema, di cui nel 1975 non ero nemmeno al corrente, ma di cui ho preso coscienza mentre rivedevo il libro per l'edizione del 1990: il riscaldamento del pianeta. Come ho illustrato nel quarto capitolo, il sistema di allevamento intensivo contribuisce ad aumentare il fenomeno: per coltivare e trasportare il cibo necessario agli animali e aerare i capannoni in cui vivono, infatti, sono necessarie grandi quantità d'energia. Gli animali stessi, inoltre, soprattutto le mucche, producono quantità notevoli di metano, un gas serra che intrappola il calore in misura venti volte maggiore al biossido di carbonio. Se nel 1990 il parere degli scienziati sul riscaldamento della terra suscitava ancora perplessità, oggi nessuno ha più dubbi in merito. Secondo quanto afferma lo Human Development Report delle Nazioni Unite del 1998, nell'arco della sua vita un bambino nato negli Stati Uniti consuma risorse e inquina più di 30-50 bambini dei paesi in via di sviluppo. Gli italiani non sprecano i combustibili fossili quanto gli americani, eppure un bambino nato in Italia contribuisce al consumo delle risorse e all'inquinamento del pianeta più di 15-25 bambini dei paesi meno sviluppati. Anche una dieta basata sul consumo di quantità elevate, per altro inutili e malsane, di prodotti animali ottenuti con metodi intensivi aumenta considerevolmente lo sfruttamento delle risorse e l'inquinamento, e altera il clima della terra. È, dunque, tempo di modificarla: per il bene degli animali, ma anche dei nostri simili.

    Prefazione all'edizione Net 2003

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