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    Il progetto del comune di Napoli

    Che follia l'ospedale per animali

    13 maggio 2004 - Oscar Grazioli

    Apparentemente potrebbe sembrare una buona notizia. Comune e Asl 1 di Napoli si stanno facendo vanto della costruzione di un ospedale pubblico veterinario. Pronto soccorso, sale operatorie, addirittura Tac, prestazioni efficienti e soprattutto gratuite. Hanno esultato molti cosiddetti "animalisti", soprattutto le frange più estreme, quelle che ammettono candidamente di soffrire nel vedere il cagnolino che sta male, ma di non provare nulla per i carabinieri ammazzati a Nassiriya. Chi invece ragiona con equilibrio e sa comporre una scala di valori non ci ha messo molto ad annusare la trap- pola. Quando tutto è gratis gatta ci cova. Quello che cova è l'odore di un enorme business che non si capisce con quali coperture finanziarie sarà realizzato. Si tenga conto che compito precipuo delle Asl, e dei loro servizi veterinari, è il controllo degli alimenti, delle malattie epidemiche, dell'ambiente e la lotta al randagismo. Agli studi, ambulatori e cliniche dei liberi professionisti spetta la cura degli animali di proprietà, come è giusto che sia. In una regione, come la Campania, dove non si è ancora riusciti a realizzare neanche l'anagrafe bovina, pensare ad un ospedale pubblico veterinario dal costo preventivato di 1.800.000 euro con personale sanitario, infermieri, ausiliari, autisti di ambulanze che lavorano su tre turni, per coprire l'intera giornata, è pura follia. Ma chi paga? La singola sterilizzazione di un cane che costo avrà, con un simile mostro divoratore di denaro pubblico? Perché non sfruttare le centinaia di strutture private esistenti sul territorio, strutture già attrezzate e dotate di personale altamente qualificato? Perché non fare delle semplici convenzioni con loro, come si fa in ambito umano con laboratori d'analisi, case di cura, centri di fisioterapia ecc.? A Napoli città e provincia ci sono almeno 20.000 cani randagi, di cui metà femmine. Arriviamo pure a sterilizzare tremila femmine all'anno. Ne rimangono settemila che daranno alla luce decine di migliaia di cuccioli.Un circolo infernale da cui non si esce. Il controllo va fatto a monte, su chi viene in possesso di un cane. Forse bisogna tornare alla Napoli del 1965 quando, dopo la comparsa della rabbia, veterinari, vigili, tecnici comunali e volontari andavano quartiere per quartiere, casa per casa a cercare i cani per censirli e vaccinarli. Bisogna chiudere il grosso rubinetto, non aprire il piccolo tappo del lavello. Se no l'acqua esce. E se l'ospedale veterinario sarà realizzato, secondo le intenzioni degli amministratori che ora fanno la ruota davanti alle urne elettorali, di acqua ne uscirà eccome dalle magre finanze degli enti locali. I cittadini sanno benissimo che il tutto gratis, a costi spropositati, si riverbera sulle loro tasse, specie quelle di chi cani e gatti non ne possiede e ha il diritto di non pagare uno sperpero di denaro che rischia di andare in tasca a chi i peli ce li ha, ma lunghi e robusti su petti villosi. Tutto ciò in un paese dove, per fare un'ecografia al fegato tramite la mutua, si fa in tempo a diventare cirrotici. Fra un paio d'anni vedremo forse le immagini di "Striscia la notizia" che ci mostra l'ospedale veterinario pubblico Frullone di Napoli pieno di macchinari che arrugginiscono nell'oblio, ennesimo catafalco di una finanza allegra e sconsiderata. E l'Asl 2 sta già preparando il suo ospedale veterinario. Qualcuno li fermi prima di dover invocare l'ironica saggezza partenopea. Chi ha dato ha dato e chi ha avuto ha avuto.

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