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    La giungla denuncia la condizione operaia e della grande frode alimentare perpetrata per almeno trent'anni nei macelli, descritti come una sorta di girone infernale: sporcizia, ricerca spregiudicata del profitto, orari disumani, paura

    "La Giungla "

    Upton Sinclair, a cura di Mario Maffi Net, pp. 412, 8,50 euro
    9 giugno 2004


    Quando nel 1904 Upton Sinclair partì per Chicago era uno scrittore di scarso successo e belle speranze. Quattro mediocri romanzi alle spalle, il ventiseienne Sinclair andava a Chicago richiamato da uno sciopero dei lavoratori dei macelli. Ci rimase due mesi, con un assegno di 500 dollari offerto da un miliardario socialista, George Herron. Si mescolò agli immigrati sottopagati, misurò come il Sogno Americano fosse lontano da quei recinti per il bestiame. Tornato a casa, a Princeton, si mise al lavoro. Doveva pubblicare la storia a puntate sul settimanale socialista Appeal To Reason. Tirò fuori un romanzo, La giungla, che seguiva la strada di Zola e Dickens, ridefiniva il realismo sociale in letteratura, rendeva la bruta realtà finzione progressista.
    Dickens è l’antecedente più illustre per questa storia di immigrati lituani schiacciati dai meccanismi dell’utile (come in Tempi difficili), con al centro lo stolido Jurgis Rudkus, sbarcato in America in cerca di libertà e fortuna, ingannato, maltrattato, oppresso, privato di ogni bene e speranza (perde lavoro, moglie, figlio), e che di fronte alle avversità continua a esclamare «I will work harder», lavorerò di più (battuta poi ripresa dal cavallo da tiro Boxer nella Fattoria degli animali.

    ..tutte le volte che avanzava carne troppo guasta da poter essere utilizzata altrimenti, era uso comune inscatolarla e trasformarla in salsicce...
    Non c'era la minima attenzione per quel che veniva tritato per essere insaccato come salsiccia: dall'Europa, tornavano indietro vecchie salsicce rifiutate da quei paesi, ormai bianchicce e muffite, che - trattate con borace e glicerina, e rovesciate nei recipienti - venivano riciclate per finire sulle tavole di migliaia di famiglie americane.
    S'usava la carne caduta per terra, su quel pavimento pieno di sporcizia e segatura, su cui i lavoratori camminavano e sputavano miliardi di bacilli di tubercolosi; s'usava la carne ammucchiata negli stanzoni, sulla quale non aveva smesso un attimo di gocciolare acqua dal soffitto pieno di crepe, su cui centinaia di topi non avevano smesso un attimo di correre.
    Era troppo buio per riuscire a vedere bene, in quegli stanzoni, ma bastava passare una mano sui mucchi di carne per raccogliere manciate d'escrementi secchi di topi.
    I topi erano una grossa scocciatura e i conservieri avevano dato disposizione perché venissero sparsi bocconi avvelenati: gli animali li mangiavano, morivano e poi le carcasse dei topi, il pane avvelenato e la carne finivano tutti insieme nei recipienti della triturazione.
    George Orwell ammirava Sinclair, lodò La giungla nel 1940). Il padrone di casa, il caposquadra, il giudice, tutti sono alleati contro il lavoratore che scende sempre più in basso e che soltanto alla fine trova la salvezza negli ideali socialisti. «I lavoratori ingannati ed esasperati di Chicago si stringeranno attorno alla nostra bandiera! E noi li organizzeremo, li addestreremo, li guideremo alla vittoria! Chicago sarà nostra!», urla un oratore nell’ultima pagina del romanzo. Le sfortune di Rudkus fanno rimpiangere per sobrietà quelle di Maria Goretti (non ci è risparmiato nulla, neppure la prigione il giorno di Natale), e la vena romantica, l’ingenuo didascalismo sono esasperati. Ma il libro appare oggi notevole per la capacità di cogliere Chicago al massimo dell’ubriacatura capitalista: città brutale, anonima, puzzolente di maiali e carbone, quarti di bue e ferro trasformati in prodotti e beni di consumo che a loro volta consumano il popolo. Come Dickens e Zola, Sinclair era soprattutto un giornalista con occhio eccezionale per i dettagli, il culto dei fatti, la capacità di sollevare l’indignazione dei lettori. A gente come Sinclair, Ida Tarbell, Samuel Hopkins Adams si riferì il presidente Theodore Roosevelt nel 1906 con il termine «muckraker», giornalista di denuncia che va a «frugare nel letame».
    Il letame che Sinclair ribaltava con La giungla era quello dei macelli di Chicago: con topi enormi che finivano dentro le macchine delle salsicce, mucche malate macellate, rifiuti e budella tirati su dal pavimento e impacchettati come prosciutto. Lo scandalo in America fu enorme. Sinclair denunciava le condizioni inumane degli immigrati, rappresentava i rapporti di produzione dell’America capitalista: la sua descrizione del macello fu però così convincente che la nazione allibita pensò a quello che mangiava più che a come venivano mangiati gli immigrati. «Puntavo al cuore del pubblico, per sbaglio l’ho colpito nello stomaco», disse sconsolato. Il presidente Roosevelt mandò agenti a Chicago per investigare sulle condizioni igieniche dei macelli. I rapporti furono drammatici. Il 30 giugno 1906 il Congresso passava il Pure Food and Drug Act e il Meat Inspection Act, che ancora oggi governano le carni degli americani.
    Se gli effetti non furono quelli sognati da Sinclair, lo scrittore riuscì comunque a realizzare attraverso il libro una parte del suo sogno socialista. Con 30 mila dollari di diritti fondò una colonia di intellettuali a Helicon Hall, nel New Jersey. Accolse 40 famiglie, la città dell’Utopia fallì pochi mesi dopo. Fino alla fine dei suoi giorni (muore nel 1968), Upton Sinclair si manterrà fedele agli ideali di quel libro su Chicago: corre per la carica di governatore della California nel 1934 (il suo programma si chiama End Poverty in California), è a Berkeley nel 1968. Non scriverà mai più un libro così bello come La giungla. Con un titolo che evocava Hobbes, la volontà di drammatizzare Marx, la scoperta che la civiltà può facilmente degenerare nella brutalità

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