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    L'allucinate realtà dello zoo di Roma

    Bioparco, una ferita aperta. Il vecchio zoo esiste ancora

    26 luglio 2004 - Dido Sacchettoni
    Fonte: www.repubblica.it
    22.0'7.04

    Un guardiano dello Zoo racconta l'olocausto di un gigantesco gorilla sotto il tallone dell'invasore tedesco. Dice d'aver sentito la storia da un suo vecchio predecessore. E' stato nel 44. Tre o quattro "SS" si piantano davanti alla gabbia del gorilla e cominciano a sfotterlo sghignazzando, imitandone le movenze, pugni sul petto e suoni gutturali. Il gorilla se li guarda per un po', prima con una certa curiosità, poi con l'occhio sempre più torvo. Quelli continuano e allora lui raccanta un bel mucchio dei suoi escrementi e glieli scaraventa in faccia.E' stato giustiziato sul posto a revolverate.
    "Mi giuri che è non è vero", faccio.
    "Oh, non era il tipo da raccontare fregnacce. Il gorilla aveva pure un nome, ma non me lo ricordo".
    "Peccato: ci sarebbe voluta una lapide: Al primo partigiano del regno animale, eccetera, eccetera".
    Lui vuole restare anonimo: a loro, i tretasei guardiani in servizio, non è consentito parlare con gente dei giornali, hanno dovuto mettere pure per iscritto, mormora, e se ne va.
    Adesso mi ritrovo proprio nel reparto delle scimmie antropomorfe, un paio di scimpanzé e un bonobo, e tre o quattro oranghi. Alcuni ti guardano con una definitiva tristezza, forse nei geni neppure più il ricordo delle foreste. Forse vivono senza memoria, che poi è la cosa peggiore per qualsiasi essere vivente. nel recinto degli scimpanzé, uno si dondola pigro su una corda che penzola da un tronco spoglio, lo raggiunge, ci s'accoccola e s'addormenta, o forse riflette come un'ergastolano sulla propria eterna cattività. Gli oranghi sono dietro una parete di vetro, con al di là una specie di boscaglia tipo cartoni animati. D'estate il sole sul vetro surriscalda l'interno, roba da serra, 50 gradi e più. Gli oranghi ti guardano alieni, non la minima scintilla d'ilaritò, che pure è tipica di tutte le scimmie.
    Fulvio Fraticelli, zoologo, dice che gli oranghi sono ibridi, cioè nati da accoppiamenti tra famiglie diverse, quelli del Borneo e quelli di Sumatra, e ci sono ibridi anche tra altre specie. Commenta con desolazione che questo è il risultato di decenni di superficialità, approssimative nozioni sul mondo animale o peggio nelle varie amministrazioni comunali che da sempre hanno governato lo Zoo.

    Fraticelli è sulla cinquantina, magro, baffetti appena brizzolati, pareuno di quegli ufficiali inglesi che si davano d fare con inesauribile zelo per impedire lo sfaldamento dell'impero di Sua Maestà. E' il "curatore generale" del "Bioparco spa" dal 98, cioè dalla nascita di questa struttura che a sua volta è un ibrido genetico, come gli oranghi: per metà ancora il vecchio "Giardino zoologico" comunale (così figura in tutte le indicazioni stradali) e per metà privato. Il Comune ha il 51 per cento delle azioni; il 49 per cento ai privati: il 39 della "Costa" (acquario di Genova) e il 10 di Vittorio Cecchi Gori. I privati gestiscono.

    Chiedo perché l'abbiano denominato "Bioparco". Fraticelli sorride e dice che be', è un nome "commerciale"... Commerciale vuol dire business, faccio. Ma per la verità, ciò che chiamano soavemente "bioparco" pare un cronicario per selvatici.
    Lui osserva un po' gelido che la definizione "cronicario" gli sembra alquanto esagerata. Ribatto che anche la definizione "Bioparco" è alquanto temeraria, con quei poveri animali appassiti e gli istinti in confusione. Fraticelli dice che, a parte i guasti del passato, problemi ce ne sono, sopratutto per ristrutturare, ma servono almeno 70 miliardi, infatti si cercano sponsor, finanziamenti. Ma i privati non investono? chiedo. E allora cosa gestiscono? I ricavi dell'ingresso (8,50 euro a persona, per 600 mila visitatori all'anno?)
    Alla sua risposta si sovrappone lo scampanellio di un giallo trenino elettrico disneyano con bambini a bordo che si snoda come un bruco tra i vialetti. Forse lui ha mormorato qualcosa sul modo tutto italiano di "privatizzare", ma non ci giuro.
    Mi sono aggirato per un paio di giorni nello Zoo, che continuerò a chiamare così fino a quando la definizione di "Bioparco" non avrà la sua dignità. La cosa peggiore, è stata la visione dei due elefanti asiatici, immobili, muso e proboscide sempre contro il muro di una costruzione semidiroccata, come per un'autopunizione. Forse erano soltanto molto vecchi. Lo strano è che sui recinti non è mai indicata l'età dei vari animali, a volte neanche la specie. Anche i quattro leoni asiatici, due maschi e due femmine, non sembrano in buone condizioni psichiche, i piccioni li sorvolano e poi gli si posano a fianco, e loro neanche un'artigliata sebbene siano esclusivamente carnivori. Ai maschi resta un po' di criniera, ma la regalità se ne è andata da chissà quanto tempo. Chiedo a un guardiano quando i leoni si accoppiassero per la riproduzione. Mi guarda sarcastico.
    "Mai" mi fa. "Uno dei due è pure dell'altra sponda. Be', m'ha capito? La femmina gli si strofina, e lui niente".

    Davanti ai leoni, anche sui visitatori sembra calare una patina di tristezza, bambini compresi. Fraticelli, in seguito, mi dirà che si sta pensando a metodi di inseminazione artificiale, e non solo per i leoni. In ogni caso un po' tutti gli animali in cattività hanno gli stessi problemi.
    Ma come, gli faccio, il ministro dell'Ambiente Matteoli ha appena varato una legge sugli zoo, con sale parto, nursery (ha detto proprio così), alimentazione controllata, spazi più ampi per le femmine gravide e le puerpere: significa che è prevista una trionfale ripresa degli accoppiamenti. Ma forse ci vorrebbe piuttosto uno psicanalista per il malinconico languore delle povere bestie.
    Lui sorride: infatti la legge prevede anche veterinari antistress. Tutto bene allora: ma lui certo saprà, dico, che molti ambientalisti, in particolare la Lega antivivisezione (Lav), e l'Ente protezioni animali (Enpa) si battono furiosamente per la chiusura degli zoo definiti relitti d'un passato culturalemte estinto, visione antropocentrica del mondo, e così via.
    Fraticelli dice che sul problema c'è una specie di estremismo utopico, religioso. "Allora ci dicano cosa fare. O lei crede che questi animali possano tornare in libertà?"
    Forse no, gli faccio, ma è terribilmente triste un elefante immobile contro un muro. O i cammelli battriani, le gobbe semicalve, che vanno su e giù in cento metri quadrati, e le due giraffe superstiti che brucano svogliate le foglie di gelso...
    La tigre siberiana dorme sul ciglio del fossato oltre il quale è relegata e ogni tanto emette un suono rauco come fosse in un brutto sogno. La tigre, la tigre!, gridano eccitati i bambini, anzi, soprattutto i genitori che tornano bambini con loro, ma la tigre neanche un sussulto, anche lei coi piccioni a mezzo metro. I piccioni, nella loro incolume libertà, forse sono i veri analisti dei grandi felini progionieri.
    Su una pietra calcinata, a pochi centimetri dal borso di una specie di piscina, l'unica foca rimasta, un vecchio esemplare maschio, dorme al sole, i bambini e i soliti adulti in euforia infantile che gli gridano, ma lui sembra inerte. Sembra che un misterioso naufragio l'abbia depositato morto su quel ciglio di roccia. E dormono due o tre orsi bruni, nessuno che ne sappia la famiglia con esattezza. Allo zoo un tempo erano stati catalogati come "orsi di Pasquale", da un certo Pasquale Matino, una specie di faccendiere del ramo che anni prima li aveva venduti all'amministrazione. Ma anche ora sono sempre "gli orsi di Pasquale", nessuno sa da dove provengano. Dormono nelle loro minime gabbie, appollaiati dove possono, il leopardo e due linci. Un nero orso tibetano malfermo sulle zampe cerca un po' d'ombra sotto uno spuntone di roccia, è solo nel suo recinto, alla fine s'accuccia rassegnato, metà all'ombra e metà al sole. Gli orsi bianchi sono scomparsi, o morti dicaldo o trasferiti.

    Poi, mi raccontano di delitti zoologici su commisione: una testuggine eliminata con un piccone conficcato nella corazza, rettili avvelenati, e Marcantonio, un maschio di giraffa di sei metri, ucciso a bastonate. Adesso Marcantonio è imbalsamato nel museo dello zoo, gli occhi vitrei e senza mempria, indifferenti al male. Uccisioni come segnali mafiosi, raccontano: c'era una ditta che incassava 500 milioni l'anno per il riscaldamento delle gabbie e il resto, e non voleva perdere i profitti e così si pagavano certi guardiani d'un tempo come sicari non meno sadici delle SS col gorilla patriota. Scoperto il gioco, e dopo varie denunce, il riscaldamento ora costa 90 milioni di vecchie lire. Be', non fosse che gli animali deperiscono di afflizione, uno può anche pensare che questa sia l'efficienza del privato.
    Sono di nuovo davanti alla gabbia degli oranghi, nostri progenitori, accidenti. Il più audace s'avvicina alla gabbia di vetro incandescente, le braccia inerti lungo il corpo in una specie di resa senza condizioni e mi guarda come a rivolgermi una petizione, "portami via di qui, per piacere", e giuro che piangeva. Verto, si può anche ritenere che un orango sia incapace di piangere e che questo me lo sia sognato.

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