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    Storia dei rapporti fra ambiente e governi

    15 agosto 2016 - Giorgio Nebbia

     

    Una storia dei movimenti ambientalisti potrà mettere in evidenza, a mio parere, che una gran parte dei guasti ambientali deriva da disattenzioni o disinteresse del "potere". Se è vero che l’abusivismo edilizio e l'occupazione delle coste sono dovuti alla speculazione privata, che l'inquinamento è dovuto alla smodata sete di profitto delle imprese, è altrettanto vero che tali azioni, violente contro i diritti di cittadini e di una comunità, sono rese possibili da inevitabili compromessi fra potere economico e "governo".

    Tali compromessi possono essere mascherati, a volta a volta, dalla necessità di assicurare l'occupazione e la crescita economica e il soddisfacimento di bisogni "umani" con crescenti quantità di merci; ma comunque il "governo" -- a livello nazionale o locale -- si è in genere comportato come controparte, come "il nemico" nelle lotte ambientali. Il fenomeno non riguarda naturalmente soltanto l'Italia, anche se nei paesi a democrazia più matura è stato più facile riconoscere rapporti conflittuali fra i movimenti di contestazione e i rispettivi "governi".

    Complessi e meritevoli di attenzione sono anche i mutamenti nei rapporti fra paesi e comunità industrializzate, paesi sottosviluppati e i relativi riflessi nelle organizzazioni internazionali. Una analisi della storia di questi rapporti dovrà utilmente essere divisa fra il periodo della "guerra fredda" fra paesi capitalisti e comunisti, il periodo della distensione degli anni ottanta e quello post-"comunista" che vede il sorgere di due nuovi blocchi di paesi riconoscibili come Nord e Sud del mondo, ciascuno con propri problemi ambientali.

    Per comprendere l'attenzione dei governi per l'ambiente occorre risalire agli anni sessanta quando l'ambiente comincia ad essere presente, sia pure timidamente, nelle conferenze delle Nazioni unite e delle sue agenzie.

    Con l'esplosione dell'attenzione per l'ambiente degli anni 1968-70 si moltiplicano le conferenze delle Nazioni unite sui problemi ambientali. Dopo due anni di preparazione si tenne nel giugno 1972 la Conferenza delle Nazioni unite sull'"ambiente umano" (Stoccolma), seguita da quelle sulla popolazione (Bucarest, 1974, poi Cairo 1984), sull'habitat (Vancouver 1976, poi Istanbul 1996), sull'acqua (Mar del Plata, 1977), sulla desertificazione (Nairobi, 1977), fino alla Conferenza di Rio de Janeiro (1992) su "ambiente e sviluppo", seguita dai vari tentativi di arrivare ad accordi per fermare (o rallentare) i mutamenti climatici o la perdita di biodiversità. Ciascuna di queste conferenze ha generato decine di migliaia di pagine di scritti, di dichiarazioni di singoli governi, difficilmente accessibili, che fornirebbero fondamentali indicazioni sull'evoluzione della politica ambientale internazionale.

    Altrettanto utile sarebbero l'esplorazione degli atti delle conferenze sul disarmo, specialmente nucleare, nelle quali sempre più spesso viene richiamato il pericolo delle armi nucleari per l'ambiente.

    Simili dibattiti "ecologici" si sono svolti nell'ambito di conferenze e commissioni della Comunità, ora Unione, europea (e probabilmente di altre comunità economiche mondiali). A questo livello i dibattiti riguardavano l'armonizzazione delle politiche e norme dei vari paesi non certo nel nome della salute e dell'ecologia, ma per evitare distorsioni nella concorrenza economica; le varie decisioni sono quindi il risultato di azioni di pressione di singoli governi e di gruppi imprenditoriali, con ben limitato ascolto dei movimenti di difesa dell'ambiente, presenti con gruppi "verdi" soltanto nel Parlamento europeo.

    Non mi risulta che siano state scritte storie sulla formazione delle varie "direttive" europee nel campo ambientale, anche per la difficoltà di accesso alle fonti, nelle mani dei governi e nel ricordo di singole persone, spesso non inclini a raccontare i retroscena delle discussioni.

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