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La punizione non paga. "E' un'arma da perdenti"

Ricerca Usa su Nature: il castigo porta scarsi benefici.
E' una strategia che non si rivela mai vincente.
14 giugno 2008 - Alessia Manfredi

Punizioni

I pedagogisti più illuminati lo sostengono da tempo, i ragazzi poi non possono che essere d'accordo: la punizione non paga. Ora lo sostiene anche una ricerca scientifica americana, secondo la quale il castigo è addirittura un comportamento da perdenti.
Nello studio, guidato da Martin Nowak della Harvard University e pubblicato su Nature, i ricercatori hanno valutato le diverse reazioni di un gruppo di volontari cui è stato chiesto di giocare al "Dilemma del prigioniero", un problema di teoria dei giochi ampiamente studiato come modello in economia e sociologia.
Il gioco cattura perfettamente la tensione che si crea fra gli interessi individuali e quelli del gruppo, E’ il classico paradigma della cooperazione. Lo studio ha rivelato che sono i perdenti a punire, mentre chi colleziona più punti al gioco tende invece a non punire mai. Non solo: un comportamento punitivo si associa a un vantaggio ridotto dal punto di vista individuale, e inesistente per la collettività.
Uno dei coautori della ricerca non usa mezzi termini: "I vincenti non puniscono" dice David G. Rand, della Harvard University. Non lo fanno perché il castigo genera una spirale di vendetta, che può avere conseguenze distruttive per tutte le persone coinvolte.
Nella versione del gioco utilizzata nell'esperimento, i volontari avevano diverse opzioni di vincita o perdita, collegate allo stesso tempo alle mosse degli altri. Ciascun giocatore può decidere di "cooperare" con gli avversari, di pensare solo ai propri interessi o di punire l'avversario, accettando al tempo stesso una perdita personale. Alla fine delle diverse prove, i cinque giocatori risultati in cima alla classifica dei vincitori avevano scelto di non punire mai l'avversario. All'estremo opposto si sono piazzati quelli che avevano usato la punizione frequentemente, perdendo.
Il castigo, concludono i ricercatori, non è una buona strategia per promuovere la cooperazione, ma corrisponde ad altre esigenze, come quella di rinforzare una gerarchia di comando o difendere una proprietà. E ammoniscono: in una società competitiva come quella di oggi, vince chi resiste alla tentazione di esasperare i conflitti, mentre chi sceglie di punire, perde, vittima della sua stessa arma.

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