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    Una lettera

    Chiuso in un gabbione

    Non riuscivo bene a capire cosa facesse lì, dato che le mucche erano tutte libere dall'altra parte della fattoria
    17 aprile 2005 - Soka Spirit

    allevamento Alcuni mesi fa mi sono trasferita dall'Olanda (paese che ha 7 volte piu' animali allevati che esseri umani) in Svizzera. Già, la verde Svizzera con le mucche al pascolo e paesaggi da cartoline.

    Dato che vari amici a 4 zampe condividono la mia vita, ho scelto un posto immerso nel verde. Un paesino di 15 case, con tante fattorie intorno.

    Ben presto la favola della pace nella nautra ha iniziato a rivelare la sua vera realtà… già.

    Una mattina, mentre passeggiavo con il mio cane, ho visto per la prima volta un vitellino chiuso in un gabbione. Non riuscivo bene a capire cosa facesse lì, dato che le mucche erano tutte libere dall'altra parte della fattoria. Mi sono avvicinata e ho fatto un sacco di carezze al vitello, ricambiata da molte leccate (eh chiaro, il piccolo stava soffrendo di carenze alimentari).

    Sono andata dal contadino a chiedere spiegazioni. Mi ha detto che per legge lo deve tenere nel gabbione (e possibilmente a vista della madre), mentre prima lo poteva incatenare al muro (però, che salto di qualità!). Mi ha anche detto che aspettava di portarlo al macello dato che i maschi non servono a nulla. E che le femmine, dopo lo svezzamento artificiale, possono tornare a pascolare con la mamma (ovviamente solo dopo che non hanno più bisogno di latte).

    Inutile dire che ho trascorso le notti seguenti alla ricerca di una soluzione. Sì potevo comprarlo e riscattare la sua vita, e poi? Avrei dato soldi al contadino per comprarsi altri animali. Potevo liberarlo stile alf per portarlo.. dove? E cosa fare alla nascita del prossimo vitello, e di quello dopo?

    Mi sono resa conto che è un circolo vizioso e nel mio cuore l’unica consolazione è che sono vegan e non sono e non sarò mai responsabile della sua morte.

    Ma le disgrazie non vengono mai da sole, no? Ecco dopo un paio di giorni passare proprio davanti casa un camion con dei vitellini diretti al macello. Il camion non riusciva a fare la curva, quindi ha dovuto fare diverse manovre per poter girare. In quel momento i loro occhi spaesati si sono fusi con i miei e avrei voluto morire al posto loro. Ho provato un dolore immenso che non posso descrivere.

    E gli animali piangono… Oh sì che lo fanno.

    Il vitello di turno, che visito quotidianamente, muggisce per parecchi minuti dopo che mi sono allontanata… e a volte lo sento muggire, nei giorni più solitari.

    Un giorno, in inverno, le mucche di un allevamento più in alto erano stranamente fuori... e muggivano, muggivano e io non capivo. Poi mi sono avvicinata e ho capito: alcune di loro venivano "accompagnate" su di un camioncino… Urla di addio? Di dolore? Beh, quelle sono urla che mi accompagnano ogni giorno, sempre.

    Purtroppo la maggiopr parte dei vegetariani storici non si rende conto che essere vegetariani non basta e non può bastare…

    Sta diventando una moda vantarsi di essere vegetariani da 20 anni... Invece bisognerebbe vergognarsi che dopo 20 anni ancora non si riesca a fare il salto al di là dei propri limiti. Ma cosa ci vuole per farlo? Possibile che non si riesca a fare un collegamento tra il latte o l'irrunciabile formaggio e la sofferenza animale?

    Ormai non ci sono scuse: in qualsiasi supermecato si trova tutto, ma proprio tutto per soddisfare anche il vegan più povero, senza dover andare al biologico. 10 anni fa si potevano comprare le solite 4 cose , oggi c'è una scelta che non finisce mai… Quindi dove è il problema?

    Ho voluto condividere questa mia esperienza perché spesso, vivendo in città, si ha solo una vaga idea di quello che sono gli allevamenti o i ritmi di campagna. Io stessa venivo dalla città. A volte basta una riflessione più profonda per far scattare qull'interruttore che ci dice che possiamo essere vegan, che in realtà non c'è nessun motivo per non diventarlo.

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