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Vincitori e vinti nel microcosmo degli sconfitti: il dualismo Fantozzi-Calboni

Fabio Bartoli
Fonte: Facoltà di Scienze della comunicazione

Esame di Teorie e tecniche del linguaggio cinematografico - 09 luglio 2004



Filmografia:


“Fantozzi”, di Luciano Salce, 1975

“Il secondo tragico Fantozzi”, di Luciano Salce, 1976

“Fantozzi contro tutti”, di Neri Parenti, 1980



Bibliografia:


“Fantozzi”, di Paolo Villaggio, 1971, ed. Rizzoli

“Il secondo tragico libro di Fantozzi”, di Paolo Villaggio, 1974, ed. Rizzoli

“Fantozzi contro tutti”, di Paolo Villaggio, 1980, ed. Rizzoli

“Fantozzi. Una maschera italiana”, di Fabrizio Buratto, 2003, ed. Lindau

“La contraddizione culturale nelle societa' complesse: l’etica universale”, di Armando Catemario, 1990, ed. Kappa

“Sociologia dei gruppi”, di Josephine Klein, 1968, ed. Einaudi

“I gruppi sociali”, di Augusto Speltini e Giuseppina Palmonari, 1999, ed. Il Mulino



Vincitori e vinti nel microcosmo degli sconfitti: il dualismo Fantozzi-Calboni




"In questa valle dove l'umana specie nasce, vive, muore, si riproduce, s'affanna e poi torna a morire, senza saper come ne' perche', io non distinguo che fortunati e sfortunati. E se incontro un infelice, compiango la sua sorte; e verso quanto balsamo posso sulle piaghe dell'uomo: ma lascio i suoi meriti e le sue colpe su la bilancia di Dio".



Tale riflessione, priva di ogni approccio di valore morale e moralistico, in virtu' della sua portata universale non vede attestata la sua validita' esclusivamente in relazione all'Italia di fine '700, contesto che l'ha vista partorire, ma si sposa perfettamente anche alla visione che dell'umanita' ci da un universo cinematografico ormai entrato a pieno diritto nella storia e nell'immaginario collettivo italiano, anche se ben pochi probabilmente sono a conoscenza del suo nome, ossia "Italpetrolcemetermotessilfarmometalchimica". Proprio cosi': nell'Italia degli anni '70, ancora lontana dai processi di informatizzazione e smaterializzazione del lavoro, quando proprio il lavoro assumeva ancora le proporzioni di un fenomeno di massa in virtu' di uno spazio e di un contesto comuni occupati da chi lo esercitava, e' all’ombra della “mega-ditta” che si staglia un microcosmo brulicante di tutte le categorie e tipologie sociali. Alfieri di un terziario non ancora preponderante all’interno del processo produttivo, del tutto privi delle speranze di riscatto agitate negli stessi anni dai loro corrispettivi operai (eccezion fatta per la “pecora rossa” Folagra) e finanche delle loro velleita' trade-unioniste, gli impiegati piccolo-borghesi della saga fantozziana conducono le loro misere vite all’interno di un sistema del quale accettano supinamente ogni regola, non mettendone mai in discussione le gerarchie preoccupandosi solo di volgerle a proprio vantaggio quanto piu' possibile (“Chi non scatta, niente scatti!”, e' infatti il monito ben recepito del Duca Conte Catellani), vuoi assecondando la passione al gioco dell’Ingegner Semenzara, vuoi lavorando come mozzi per il Barambani.


Fantozzi, Filini, Calboni, Silvani…

Figure, maschere e icone di una quieta disperazione che condanna ognuno ad una sconfitta senza domani, all’interno della quale pero' i ruoli e le regole universali si riproducono e si ricreano ricalcando l’intuizione di portata generale ortisiana, ed e' cosi' che anche tra i perdenti e mediocri dipendenti della “mega-ditta” c’è chi vince e c’e' chi perde, chi domina e chi e' dominato, chi soffre e chi gioisce.

E chi sono i due poli di questo micro-sistema se non il ragionier Ugo Fantozzi e il geometra Luciano Calboni?


Del primo sappiamo ormai tutto: partorito dalla geniale mente comica di Paolo Villaggio, sicuramente figlio del passato di impiegato dell’attore genovese presso la Cosider, Fantozzi e' il perdente, l’out-sider, l’ultimo, la “merdaccia”. Nato come personaggio televisivo a “Quelli della domenica”, sviluppatosi nei racconti su “L’Espresso”, promosso nelle librerie edito da Rizzoli ed infine approdato e consacrato al cinema nel 1975, il ragioniere sembra essere riuscito ad oliare gli ingranaggi di quell’industria culturale mai giunta a piena maturazione in Italia. Per riuscire in quest’impresa il comico ha dovuto creare un immaginario in cui tutti si sarebbero poi potuti riconoscere, in cui trova posto anche il suo naturale antagonista, il gia' menzionato Calboni. Viveur dal baffo ammaliatore, donnaiolo incallito, esteticamente figlio di quegli anni ’70 in cui “i vestiti si facevano fare su misura dal sarto e si andava ancora in giro in cabriolet”, come avrebbe poi detto qualcuno riferendosi a Califano, forse padre spirituale dell’intraprendente e fascinoso geometra.



Fantozzi


I ruoli sono ben chiari fin dalla prima scena del primo film in cui i due appaiono contemporaneamente: appena Fantozzi appare alla vista di Calboni, quest’ultimo gli contorce le guance con un pizzicotto segno di dominio e supremazia, appellandolo con un “Puccetti'”, forma ironicamente vezzeggiativa di quel “Puccettone” col quale il geometra sempre si rivolgera' al ragioniere, primo esempio inoltre di quella serie di neologismi dei quali tutta la saga e' disseminata. “Ti sei imboscato, eh?”, dice inoltre Calboni a Fantozzi, riferendosi alla collocazione all’interno dell’”Ufficio Sinistri” del secondo nel sottoscala, visivamente emblema del suo status, ossia di chi non puo' mai alzare la testa essendo altrimenti costretto a riabbassarla immediatamente, e non solo per ragioni architettoniche…


Fin dall’inizio appare inoltre il centro gravitazionale intorno al quale ruotera' la rivalita' fra i due, la Sig. na Silvani, “Miss Quarto Piano” piu' per la mancanza di rivali che per la sua reale avvenenza, oggetto del desiderio di entrambi, eterno ed inconfessato amore di un Fantozzi tragicamente insoddisfatto della sua vita coniugale a fianco della remissiva moglie Pina, donna “dai capelli color grigio topo” e cinicamente definita “curioso animale domestico”. Ed anche in questo caso non c’e' dubbio alcuno su chi risultera' vincente al termine della contesa: se a Fantozzi, dopo averlo sedotto col suo ormai celebre sussultare di labbra, la Sig. na Silvani, concede soltanto l’”onore” di svolgere le sue pratiche come lavoro supplementare, e' da Calboni che riceve la mitica “mano sul culo”, emblema radicato nell’immaginario collettivo delle dinamiche sociali all’interno dell’amministrazione e di quel maschilismo in quegli anni tradotto sul grande schermo dal Buzzanca nazionale. Se al perdente e' concesso di servire l’oggetto del desiderio, e' al vincente che e' riservato di goderne; ed entrambi si relazionano ad esso agendo “volontariamente” secondo le aspettative di ruolo da essi incarnate.


“L’inferno sono gli altri”, ha scritto Sartre; se Fantozzi e tutti gli altri out-sider condannati ad una perenne disfatta avessero conosciuto il pensatore francese sicuramente sarebbero stati d’accordo con lui.

Ma anche al piu' irriducibile dei losers e' concessa la possibilita' di una rivalsa. A Fantozzi tale occasione capita al funerale della madre del mega-direttore naturale, “scomparsa alla tenera eta' di centodue anni”, un’opportunita' che neanche una “merdaccia” come lui puo' lasciarsi scappare. Sempre lo stesso e' l’oggetto del suo desiderio, la Silvani, e sempre lo stesso e' il suo rivale, Calboni.
Ma cos’e' che stavolta conferisce al ragioniere la sicurezza di tentare un approccio con impavida scioltezza? Cos’e' che gli conferisce la convinzione di poter raggiungere il suo scopo, di poter primeggiare fra il “nugolo” degli spasimanti di Miss Quarto Piano?


Semplice: il possesso dell’oggetto attraverso il quale l’uomo medio (e mediocre, quindi…) esercita il suo richiamo sessuale, l’automobile. E' infatti la consapevolezza di poterle offrire un passaggio con la sua bianchina (estensione dell’organo riproduttore?) a portare Fantozzi ad insistere con la Sig. na Silvani dopo che quest’ultima aveva declinato il suo invito dicendo di essere gia' impegnata con Calboni, il quale le aveva offerto di tornare semplicemente in tram (mezzo non di proprieta' e quindi non esclusivo), venendo quindi superato nella gerarchia dal suo “Puccettone”. Puccettone che pero', essendo egli perdente anche senza il suo rivale di sempre, non riuscira' a trarre vantaggi reali da questo suo colpo di coda, vedendo la sua auto distrutta (e con essa la possibilita' di soddisfare i suoi desideri) da tre energumeni.


Ma non e' soltanto intorno ad una donna che ruota la sfida tra i nostri due “eroi”. Anzi, successivamente e' proprio intorno ad una pratica sociale off-limits per le donne stesse (anni piu' tardi, in seguito ad un mutamento antropologico della societa', le cose sarebbero cambiate) che essi tornano a sfidarsi. E’ la partita di calcio, rito collettivo e fulcro principale del loisir dell’uomo-massa, gia' strutturalmente imperniata su una logica competitiva, a porre di nuovo il perdente Fantozzi contro il winner Calboni. Certo, il campo e' per entrambi squallido come tutti quelli di periferia, lontano anni luce dalle arene che salutano le gesta degli eroi venerati la domenica e il mercoledi', autentiche proiezioni e incarnazioni mitiche dei desideri del frustrato lavoratore salariato, ma e' ben diverso l’esito della contesa che su di esso si svolge. Se Calboni, capitano degli “atletici” scapoli contro i bolsi ammogliati, va subito in gol, dimostrando subito la sua natura di leader, Fantozzi non puo' che perdere e contribuire in maniera decisiva alla sconfitta, realizzando due autoreti sotto la risata divertita e compiaciuta del geometra goleador. Una risata di scherno che permette a chi si trova al vertice della gerarchia di rafforzare la sua posizione affossando ancora di piu' chi occupa gli ultimi suoi gradini, in un’eterna e incessante definizione dei ruoli.
Non era forse anche a questo che Nietzsche si riferiva quando affermava che non si uccide con la collera, ma con il riso?


Dopo l’intermezzo calcistico e' la donna a tornare a fungere da stimolo e motore al consueto duello, per ben due volte intorno ad un tavolo, che qui diviene teatro della battaglia e scacchiere strategico intorno al quale giocare la partita amorosa. Tavoli entrambi apparecchiati per i dipendenti della mega-ditta, in contesti diversi su uno sfondo pero' sostanzialmente comune, sia che ci si riunisca intorno ad essi in un tempo teoricamente del tutto sottratto alle logiche produttive (veglione di capodanno) sia in uno che in esse si inserisca a pieno titolo (pausa pranzo, mensa). Incapaci di costruirsi una personalita' ed una socialita' al di fuori dell’azienda che li ha ormai totalmente plasmati (siamo poi cosi' tanto lontani dal dopolavoro fascista?), gli impiegati si ritrovano ad aspettare insieme anche la fatidica mezzanotte, con Fantozzi che subito trova Calboni a fianco della Silvani, venendo subito accolto dal proverbiale “Puccettone” del geometra. Sara' Filini, affetto da manie organizzative, a spostarlo ad un altro tavolo, dal quale Fantozzi non potra' che ammirare con tristezza e delusione il brindisi tra i due. E' poi alla mensa aziendale che si ripete una simile dinamica, con Fantozzi che trova da sola la Sig. na cercando di condividere il pasto con lei, venendo “bruciato” dal solito Calboni, che subito occupa tutti gli altri posti come a delimitare il suo territorio di caccia, quello del capo-branco, al quale un subordinato non si puo' certo accostare per contendere la preda. “Fantozzi venga, le abbiamo tenuto il posto”, sara' il richiamo che lo spingera' ad un'altra collocazione. In entrambi i casi l’out-sider viene quindi ricollocato nella sua posizione dagli altri membri del gruppo, quasi che tutti ignorassero i suoi bisogni, non conferendo all’ultimo tassello della gerarchia nemmeno la possibilita' di soddisfarli frustrandolo gia' in partenza. Solo, abbandonato, incompreso e perennemente insoddisfatto.


Oltre che tra i loro pari, Fantozzi e Calboni si trovano a definire la propria identita' anche al cospetto dei propri superiori. Il primo di questi che nella saga ricopre tale ruolo e' il gia' menzionato Catellani, patito del biliardo, al quale sfida tutti i suoi subordinati che naturalmente per compiacerlo si umiliano perdendo ripetutamente. Il campione di tale arte e' proprio Calboni, che a contatto con uno dei veri vincenti che la societa' elegge a suoi campioni non si rivela nient’altro se non un misero perdente come tutti i suoi colleghi. Rinunciando in partenza il prestigio conferitogli dal suo essere “ex campione di carambola dell’ENEL”, il buon Luciano non esita a perdere ben 37 partite contro il Duca Conte, entrando quindi subito nelle sue grazie. Il geometra arriva addirittura a poter entrare nell’ufficio del Catellani quando fuori dalla porta e' accesa la luce rossa, attraversando cosi' visivamente (anche se illusoriamente) la soglia tra classi sociali che essa delimita. L’apice di questa scalata si ha a casa del Duca Conte, quando Calboni si rivolge a lui salutandolo con un informale “Ciao Diego”. Casa che apre nell’occasione i battenti a tutti i dipendenti, accorsi ad assistere la sfida tra il suo padrone e, immancabilmente, Fantozzi. Fantozzi che all’avvento del Catellani si rifiuta di conquistare i suoi “scatti” perdendo contro il suo superiore, lasciando trapelare un barlume di quella purezza e di quella dignita' che solo i veri perdenti sanno custodire dentro di se' (lo scaltro Calboni non ha infatti nessuna remora a venire umiliato intorno al tavolo verde). Ma questo dura poco, accettando il ragioniere repentinamente le regole, iniziando inoltre a prendere lezioni di biliardo in attesa della sconfitta da ricevere appunto nella dimora del Duca Conte. Ma la dignita' torna a risvegliarsi in Fantozzi proprio durante il match che deve sancire la sua mortificazione, quando “al ventottesimo coglionazzo” ricevuto dal potente avversario, sotto lo sguardo di sua moglie e le risate di Calboni, egli mette a frutto le lezioni ricevute vincendo la partita facendo cosi' imbizzarrire il Catellani, dimostrando cosi' come chi occupa l’ultima posizione della scala sociale e' destinato a perdere sempre e comunque, anche nell’occasione di un trionfo tanto inaspettato quanto meritato.


Ma e' in un contesto che di Catellani e' pieno, in quella Courmayeur piena di tutti quelli che “contano” e dal nome irresistibilmente esotico, che il dualismo Fantozzi-Calboni tocca uno dei suoi massimi picchi, soprattutto grazie al pieno disvelamento dell’estetica tanto sublime quanto squallida del secondo. Qui e' anche il triangolo amoroso al cui vertice si trova la Silvani a giungere alla sua piena completezza; triangolo che pero', purtroppo per Fantozzi, e' ben diverso da quello ormai celeberrimo “costruito” da Jules e Jim. Se i personaggi di Truffaut iniziano e intrecciano la loro vicenda alla pari godendo entrambi della donna desiderata, tutt’altro avviene tra il ragioniere e il geometra: Calboni infatti rimprovera subito alla Silvani di aver portato con loro “il terzo incomodo”, la quale si giustifica dicendo di averlo fatto per proteggersi da un Casanova (eh si', proprio cosi') come lui. Anche stavolta i ruoli e le aspettative ad essi legate sono chiari fin dall’inizio: e' Calboni che potra' giocarsi le sue chance, delle quali Fantozzi invece e' totalmente privo gia' in partenza, essendo indesiderato dall’uno e usato dall’altra.


“Calboni sparava balle cosi' mostruose che a quota 1600 Fantozzi fu colto da allucinazioni competitive”.


In questa frase, pronunciata dalla voce fuori-campo di Paolo Villaggio, e' racchiusa tutta la dinamica della conflittualita' tra i due. E' il primo ad orchestrare il tutto, sicuro di se' e della sua abilita' di corteggiatore che gia' tante volte lo ha portato a raggiungere i suoi obiettivi, mentre al secondo non rimane nient’altro da fare che seguirne la scia per non venire altrimenti schiacciato dal suo savoir-faire.

Ma su che cosa si fondano le abilita' sociali e amatorie di Calboni se non, come gia' anticipato, sulla menzogna, sull’inganno, su un luccicante squallore?


E' l’arrivo a Courmayeur a squarciare “il velo di Maya” della mitopoiesi calboniana, deprimente conferma dell’intuizione shakespeariana secondo la quale il mondo e' un palcoscenico, e noi siamo gli attori. All’entrata nel paese dei balocchi il geometra saluta amichevolmente chiunque incontri sul suo cammino, introducendo gli altri due compagni di viaggio alle consuetudini del posto, nel quale si destreggia come fosse un suo habitue'. Ma in realta' al primo dei perdenti l’accesso al mondo di quelli che contano davvero e' drasticamente e drammaticamente negato: Calboni infatti non conosce nessuno degli avventori del luogo (“Che gente…”, qualcuno dice commentando la sua farsa) e quando al bar chiede “il solito” non puo' che non trovare comprensione da parte del barista, che in realta' non ha mai visto i suoi baffi aggirarsi per i tavoli del locale.


L’unico ad avere reale familiarita' con una personalita' e' invece proprio “Puccettone”, il quale incontra la Contessa Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare, alla quale una volta si relaziono' in maniera chiaramente servile. Ma anche in questo caso Fantozzi viene scavalcato dal suo irriducibile antagonista, che si introduce tra i due e addirittura presenta la Contessa a chi la conosce gia'. “Dove ci siamo gia' incontrati? Seychelles, Mauritius…”, le chiede collocandosi alla sua stessa altezza della scala sociale, ricorrendo anche stavolta all’inganno, compagno inseparabile dell’individuo che vuole ritagliarsi un ruolo da prim’attore all’interno della tragi-commedia umana, feroce anche quando all’apparenza non fa male.


Tragi-commedia che quasi sempre ha un copione e un finale gia' scritto in partenza (come sicuramente e' in questo caso), che non e' certo cambiato da mediocri interpreti quali la Sig. na Silvani (e' del tutto escluso ogni riferimento a chi la Silvani la interpreta davvero, ossia l’ottima Anna Mazzamauro). La “piacente” impiegata cede infatti alle lusinghe di Calboni concedendogli le sue “grazie” mentre Fantozzi puo' ascoltare amaramente le loro effusioni dalla stanza accanto, in cui e' stato “ricoverato” dopo la sua fallimentare performance sciistica. “Sono stato azzurro di sci”, aveva detto per contrastare le balle di Calboni; eccolo inevitabilmente sconfitto avendo accettato di muoversi sullo stesso terreno del vincente, dopo averne accettate le regole.


Fantozzi che perde e Calboni che vince, dunque, e poco importa al ragioniere nazionale se alla fine entrambi si ritrovano a nuotare nell’acquario del “mega-direttore galattico”, traduzione liquida di quel concetto-mondo che e' la “mega-ditta”, cappello sotto il quale gli impiegati non possono non trovarsi a proteggere la loro esistenza altrimenti priva di senso.



Il secondo tragico Fantozzi


Il discorso interrotto alla fine del primo “Fantozzi” viene concluso gia' all’inizio del secondo tragico capitolo della saga. Da amanti Calboni e la Silvani sono diventati sposi, anche se quest’ultima parla apertamente di “coppia aperta” strizzando l’occhio ai movimenti di emancipazione attivi in quegli anni. E' proprio la “Sig na Silvani in Calboni” ad offrire al ragioniere la possibilita' di entrare nelle grazie di un superiore (l’Ing. Semenzara) estraendo il suo nome dall’urna con i nominativi degli impiegati, privilegio che lo sposo punisce con un pizzicotto, anche qui primo gesto dell’uno nei confronti dell’altro.


Successivamente sara' ancora Fantozzi ad aver accesso alle sfere superiori venendo invitato al tavolo dei blasonati ospiti della Contessa Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare (nome che sempre si sposa alla nobilta' femminile), ma non prima che Calboni, in un improbabile completo rosa, dia a lui e Filini dei “cafoni” (essendo questi alle prese con “Ivan il Terribile XXXII” e quindi in ritardo), volendo dare l’impressione alla Contessa di condividerne il codice comportamentale. Insomma… cambia la Serbelloni, ma non cambiano le subdole strategie del parvenu dell’Ufficio Sinistri.


Ma dopo i primi, iniziali “contatti” ecco che i nostri due eroi al negativo si trovano a condividere una memorabile sequenza del cinema italiano. Quella del cinema che, attraverso l’uso dell’iperbole (con i film lunghi 18 bobine, che durano sei ore e sono divisi in nove tempi), si re-inventa per canzonarsi nella sua dimensione autoriale. Critica sociale, antropologica, politica e artistica nello stesso tempo, l’epopea dei cine-forum organizzati dal “potentissimo Guidobaldo Maria Riccardelli” ai quali i vessati impiegati sono costretti a partecipare e' un mirabile affresco dell’Italia di quegli anni e delle dinamiche in seno ad essa sviluppatesi. Nemico “positivo”, ma forse per questo ancora piu' odiato, il professore cinefilo cerca di innalzare il livello culturale dei suoi sottoposti, che pero' non ne vogliono assolutamente sapere di affrancarsi dalle loro “giovannone coscelunghe” e dai loro “esorcicci”.


Come non intravedere nella figura del Riccardelli quella dei tanti intellettuali postisi al di sopra della societa' ma proprio per questo da essa cosi' lontani, portatori di un progetto irrealizzabile proprio perche' partorito in provetta e non elaborato confrontandosi con il mondo reale?
E' inutile nasconderlo: a Flaherty, Dreyer e Ejzenstein gli impiegati preferiscono la partita Italia-Inghilterra anche quando a quest’ultima viene contrapposta un’alternativa sicuramente piu' nobilitante. La partita di calcio davanti alla TV e' meglio di un film in cinemascope, i tunnel di Antognoni sono meglio degli “stivali dei soldati” e il “rutto libero” e' meglio dei dibattiti seguiti ai titoli di coda.


Ma andiamo con ordine. All’inizio tra Fantozzi e Calboni non c’e' nessuna aria di tregua. Tutti dormono durante la proiezione de “La corazzata Kotemkin” di Einstein (nomi storpiati per rispetto verso il maestro sovietico?), ma e' Fantozzi, qui inoltre anche nelle vesti di capro espiatorio, che si fa beccare in flagranza di reato dal Riccardelli. Anche il geometra viveur dormiva ma non puo' che sottolineare sfacciatamente l’appellativo “merdaccia” col quale il professore si rivolge a Fantozzi per compiacerlo. La dinamica, quindi, e' sempre la stessa, col solito Calboni “arrogante coi piu' deboli e zerbino coi potenti”, come avrebbe cantato qualche anno dopo Frankie HI Nrg MC.


La storia pero' ci insegna che anche gli ordini apparentemente piu' immutabili sono fatti per essere sovvertiti, e che gli stravolgimenti piu' inaspettati risultano inoltre essere i piu' radicali.


E cos’e' a scatenare la rivolta degli eternamente supini impiegati se non la gia' citata privazione del match calcistico (topos ricorrente) Italia-Inghilterra per assistere ad un’obbligata proiezione del film di Ejzenstein?

“Le catene tolgono tutto all’uomo, anche la voglia di liberarsene”, affermava Rousseau; ed e' proprio la voglia di mantenere la propria mediocrita' che spinge in questo caso l’anonimo uomo-massa a compiere (sarebbe forse stato contento Le Bon) i gesti piu' estremi ed eroici. A capeggiare la rivolta contro il Riccardelli e' proprio Fantozzi, che prima di salire sul palco lancia un’occhiata alla moglie quasi fosse un Ettore all’ombra delle Porte Scee, e da li' proferisce il suo grido di ribellione: “Secondo me la Corazzata Kotemkin e' una cagata pazzesca!”.


Da qui tutto cambia. L’eterno perdente Fantozzi si trasforma in leader consacrato da 92 minuti di applausi (e' anche Calboni a battere le mani!!) e i suoi colleghi iniziano a marciare minacciosi contro il Riccardelli. Un terzo stato che si trasforma in quarto (simile al quadro di Pelizza da Volpedo e' infatti la collocazione degli attori all’interno dell’inquadratura) e di esso assume l’umile dignita' e la consapevolezza della “sacralita'” delle proprie rivendicazioni. Come ben intuito da Robert Merton, in presenza di un nemico esterno il gruppo si ricompatta all’interno dei suoi ranghi, e capita quindi di vedere Fantozzi e Calboni prendere insieme sotto braccio l’aguzzino cinefilo facendolo inginocchiare suoi ceci adottando la legge del contrappasso di dantesca memoria. Gli impiegati, i perdenti, gli sconfitti riescono quindi ad averla vinta, bruciando le rarissime copie dei film di Riccardelli davanti ai suoi occhi, costringendolo a visionare ininterrottamente tutti i loro b-movie preferiti. E' la cultura di massa che ha ragione della cultura “accademica”; la cultura bassa che si fa beffe di quella elitaria; lo spettatore omologato che affossa il colto intenditore.


“Abbietta grandezza! Sublime ignominia!”, avrebbe commentato Baudelaire re-inventando un suo verso con l’ironia propria del dandy.


E quanto e' forte l’eco delle lotto sociali di quegli anni nella rivolta degli impiegati. Quanto l’estetica fantozziana in quest’occasione (basco e sciarpa) e' simile a quella dei leader operai e studenteschi di quegli anni. Fantozzi leader (definito addirittura eroe dalla Sig. na Silvani, nell’occasione mutata da civetta a pasionaria rifocillatrice ) di una rivolta che pero' sostanzialmente non ha nulla da trasformare, reclamare, rivendicare. La rivolta del perdente che tristemente non aspira a null’altro che rimanere tale, venendo alla fine riportato nei ranghi dai suoi superiori. Dopo i tre giorni di eroico furore si ritorna all’ordine di sempre, che ha facilmente ragione di un’avventata ed effimera seppur energica ribellione. Tutto ritorna come prima e altrimenti non potrebbe essere in un microcosmo dove il mega-direttore porta con se' la qualifica di “naturale”, carica che richiama una welthanshauung da ancien regime che gli improvvisati e sgangherati giacobini della “mega-ditta” non possono –e in definitiva non vogliono- rovesciare. Uno squallore che non risparmia nessuno.


Anche nella successiva sequenza in cui condividono lo schermo Fantozzi e Calboni si ritrovano ad essere alleati per convenienza (ma il conflitto resta pur sempre latente) in vista di un obiettivo comune. Stavolta il fine di tale tregua armata non ha pero' nessun risvolto “etico”, dal momento che i due, in compagnia del ragionier Filini, si riuniscono per consumare “il piu' abbietto dei tradimenti”. In vista della partenza della moglie e della figlia Mariangela Fantozzi si trova dopo anni di soffocante prigionia domestica a dover gestire la sua casa libera, ma per far cio' e' Calboni che deve prendere in mano la situazione. Certo, perche' il mediocre impiegato, ormai assuefatto alla schiavitu' mentale ancor prima che lavorativa, non sa come usufruire della tanto agognata liberta', lui cosi' abituato ad obbedire da aver perso finanche le pur minime forme di iniziativa ed autonomia.


E' ancora intorno al tavolo della mensa aziendale che i due si ritrovano per organizzare una serata che si prospetta memorabile. E, seppur solo indirettamente coinvolta nell’”impresa”, c’e' sempre la Silvani a giostrare come polo delle loro azioni. Lo scaltro Calboni, ormai diventato suo marito, infatti trova la scusa per divincolarsi da lei in presenza di Fantozzi, il quale pero' la vorrebbe con loro presente a redigere il bilancio dell’azienda per il quale ci sara' da restare svegli tutta la notte, dimenticando la natura fittizia di tale operazione ammaliato dalle grazie della donna. Come e' chiara qui la differenza tra il vincitore e il perdente: se il primo infatti, in virtu' di tale status, ha conseguito l’oggetto del desiderio e se ne libera come di un peso in vista di un’altra conquista, il secondo si ritrova ad elemosinare la sua semplice presenza (e chiaramente nulla piu') rinunciando ad ogni altra possibile forma di appagamento e gratificazione. E il confine invalicabile che c’e' tra i due e' subito ristabilito da Calboni appena architettato l’inganno, con la consueta occupazione sistematica di tutti i posti del tavolo in cui siedono lui e la Silvani, sorta di “NO TRESPASSING” tra gerarchie di ruolo. D’altronde se il vincente deve relazionarsi con il perdente non puo' che farlo servendosi di quest’ultimo come mezzo, non certo considerarlo fine delle sue azioni.


Ma, come gia' successo a Courmayeur, appena l’occasione mondana si presenta Calboni si rivela nuovamente per quello che e', ossia un autentico sprovveduto che solo a contatto con elementi del calibro di Fantozzi e Filini puo' assumere i connotati dell’intraprendente leader. Vincitori e vinti, si e' subito detto, ma sempre all’interno di un microcosmo di perdenti nati. Il geometra infatti, che avrebbe dovuto sfruttare le sue tante conoscenze per procurare le “signore” con cui rendere piu' allegra la serata, non puo' far altro che telefonare a “127 sconosciuti concittadini gabellandoli per attricette e indossatrici” fino all’ultimo rifiuto ricevuto dalla fantomatica Zizzi', essendo in realta' anch’egli relegato in un mesto angolo di penombra, dal quale, come gia' visto, puo' uscire solo ricorrendo alle sue solite balle. Ma, confortato dalle aspettative di ruolo all’interno dell’occasionale microgruppo, Calboni puo' ben scaricare la colpa dei tanti dinieghi sui due ragionieri, dal momento che: “Sarebbero venute tutte, ma appena vi descrivo inventano una scusa”. Loro…


Ma il viveur Calboni ha pur sempre il suo asso nella manica da giocarsi in situazioni come queste: ossia “L’Ippopotamo”, locale frequentato da bunueliane “signore dell’alta aristocrazia borghese” (?!?) ma in realta' vuoto da ormai tre mesi, al quale i tre si recano con altrettanti taxi (che al ritorno diverranno addirittura nove, in una scena dalla fine geometria), ennesimo esempio dell’iperbole che cosi' tanto caratterizza la saga. Appena la mdp si intrufola nel locale lo fa subito per ribadire le distanze tra i due, frutto delle loro diverse abilita' mondane: all’entrata Calboni lancia infatti con scioltezza il suo cappello centrando l’attaccapanni, mentre Fantozzi, che non vuole essere da meno del suo collega e del quale imita le movenze per comportarsi nella maniera piu' idonea, colpisce in pieno il volto della ragazza al bancone. Come dire… c’e' chi puo', e chi non puo'.


Ma e' una volta giunti nella sala interna, dipinta con una magnifica estetica anni ’70 simil-Diabolik di Mario Bava, che tutto si compie e si rivela come in una sorta di epifania del sociale. E' al momento di ordinare che si palesa una volta per tutte lo scarto tra chi e' in e tra chi e' out. “Ci porti tre SCOTCS”, e' la richiesta calboniana che scalza la pretesa di Fantozzi e Filini di consumare il liquore portato da casa. E' Calboni a dover prendere in mano la situazione, lui che di certo sa come comportarsi “dove finisce l’arcobaleno”, come avrebbe detto qualcuno con “occhi aperti-sbarrati”. E' Calboni a fare la scelta giusta, ordinando la consumazione col nome che piu' le si addice. Ma sbagliandolo totalmente!!


Il playboy dell’Ufficio Sinistri infatti si trova nella condizione di chi annusa il barattolo di marmellata senza pero' mai arrivare ad infilarci le mani, portatore di un eterno “volere” che solo in compagnia di due tali out-sider puo' trasformarsi in “potere”. Calboni ha intuito ma non ha ancora imparato, mentre Fantozzi e Filini non riescono ad avvicinarsi nemmeno alla prima eventualita'. Lacune che generano un’insicurezza tale per cui l’andamento della serata e' tutto affidato a Calboni, il quale curandosi solamente di soddisfare i propri desideri le da' una folle piega, che costera' “quattro anni di sanguinose economie”, ma non certo a lui bensi' a Fantozzi. Fantozzi che dovra' pagargli, dopo aver ricevuto del “pidocchioso”, con gli ultimi soldi rimasti, anche la prostituta con la quale tradira' la Silvani, fornendo inoltre l’alcova dove consumare il tradimento.


E cosi' anche stavolta il cerchio si chiude: tra gli sfigati avventori de “L’Ippopotamo” e' stato soltanto Calboni a godere della serata, facendolo per di piu' a scapito dei due perdenti Fantozzi e Filini (il quale verra' lasciato in balia dei nove non pagati tassisti).

Ma non c’e' cerchio che non possa venir spezzato dal fluire magmatico ed imprevedibile della vita. E anche al perdente tra i perdenti puo' capitare l’inaspettata occasione di dare la sterzata decisiva. A Fantozzi tale opportunita' capita proprio all’indomani della scoppiettante serata, quando la Silvani scopre del tradimento del marito e confessa al suo eterno spasimante la natura fallimentare del proprio matrimonio. L’alba di un nuovo giorno che prospetta quindi l’alba di una nuova vita. Una vita in compagnia del suo eterno amore, lontano da “mega-ditte” e “mega-direttori”, dalle crocifissioni in sala-mensa e dallo squallore domestico, dalle pratiche da sbrigare e dalla angherie da subire. E, finalmente, lontano anche da Calboni.

Ma ne siamo proprio sicuri?


Fantozzi infatti e' condannato a non liberarsi mai dal suo ingombrante termine di paragone. Gia' la meta stessa della fuga d’amore con la Silvani lo pone in relazione al suo solito rivale, in quanto i due scappano a Capri, luogo della luna di miele tra Calboni e la Sig. na, preferito dalla coppia a Venezia, meta definita “banale” da quest’ultima, anch’ella impegnata a vendersi per piu' di quello che in realta' e' (forse era proprio questa una delle molle che aveva fatto scattare il feeling tra lei e l’adultero marito?). I paragoni sono di ogni tipo, e nessuno arride all’illuso ragioniere: la sua bianchina non puo' certo competere con la mercedes di Calboni (altro che tram…); la fredda giornata che ha scelto per la fuga non e' certo paragonabile alle splendide giornate del viaggio di nozze (poco importa se allora era luglio e ora e' dicembre); uno soffre il mal di mare mentre l’altro lo reggeva “come fosse una corazzata”. Fantozzi e' inoltre costretto ad indossare gli “zoccoli del pescatore caprese” solo perche' donavano tanto a Calboni. Anche nella sfida che avrebbero dovuto vincere piu' facilmente, quella per il rispetto della virtu' della donna amata, il primo subisce una sconfitta, in quanto vorrebbe fare l’amore gia' la prima notte mentre il secondo nella stessa occasione dormi' nell’altra stanza. Logica perversa del confronto nella quale pero' Fantozzi in maniera ingenua cade interamente, scegliendo l’hotel piu' lussuoso di Capri solo per superare il rivale, facendosi inoltre un bagno “alla faccia di Calboni”, che “un tuffo cosi' non glielo ha fatto mai”. Che vinca o che perda occasionalmente il confronto Fantozzi e' quindi sempre destinato alla sconfitta, incapace di esorcizzare la presenza del suo rivale anche solo per un attimo. Figuriamoci di scalzarlo dal suo trono di vincitore…


E la disfatta si concretizza cosi' definitivamente nella maniera piu' atroce e beffarda possibile. E' proprio nel momento in cui Fantozzi tenta di fare una sorpresa in camera alla Sig. na per festeggiare che la trova gia' in compagnia di suo marito, col quale la tempesta si e' definitivamente placata. Il divario tra i due e' inoltre visivamente reso dalla diversa grandezza delle bottiglie di champagne con le quali essi tentano di coccolare la loro amata: piccola quella di Fantozzi, di ben altro volume quella di Calboni. “Gliel’ho fatto solo credere”, e' per giunta involontariamente costretto ad ascoltare “Puccettone”, usato come pedina in un gioco troppo, troppo piu' grande di lui.


Tutto che torna come prima, dunque, con Fantozzi nella polvere e Calboni sull’altare, con il tutto che ancora una volta grava sulle spalle del primo, che salda il tutto con “un chilo e due di cambiali”.


Il macrocosmo e il microcosmo fantozziano sono dunque destinati a rimanere immutabili.



Fantozzi contro tutti


Non con un pizzicotto, ma con un “solito stronzo” Calboni apostrofa Fantozzi all’inizio del terzo film della saga. Un sintomo della volgarizzazione verso la quale Fantozzi sarebbe andato incontro, serializzandosi per spremere fino all’ultima goccia il limone degli incassi, divenendo una sorta di atipico filone di se' stesso, operazione iniziata con l’avvicendamento alla mdp di Luciano Salce con Neri Parenti, che diverra' il regista abituale dei tanti successivi film col ragioniere protagonista.


Film, “Fantozzi contro tutti”, che inoltre vede l’ultima performance nei panni di Calboni di Giuseppe Anatrelli, scomparso l’anno successivo. Non me ne voglia il pur bravo Riccardo “San Pietro” Garrone, ma se ho scelto di ridurre ai primi tre film della serie l’analisi del tema da me trattato e' proprio perche', a mio modo di vedere, non c’e' Calboni senza Anatrelli. Gia', perche' solo l’attore napoletano riesce ad essere cosi' dannatamente viveur, cosi' dannatamente anni ’70 (e' infatti con l’arrivo degli ’80 che Fantozzi perde la sua ragion d’essere), cosi' dannatamente impenitente, insomma… cosi' dannatamente Calboni.


E' con la settimana bianca, altro rito collettivo fondante la socialita' e l’identita' dell’uomo massa, rigenerante seppur illusoria “botta di vita” in vista di una suo prossima re-immissione nel processo produttivo capitalista, che comunque tornano di nuovo ad incrociarsi le strade delle due colonne portanti (insieme a Filini, ovvio, imprescindibile organizzatore dell’evento) dell’Ufficio Sinistri. Settimana bianca, bagno di luce al quale solo sporadicamente il dipendente puo' ristorare le sue membra lise, sulla quale pero' in questo caso si addensa una nube di certo piu' minacciosa della solita “nuvoletta da impiegato”, ossia la “ventilatio intestinalis putrens”, malattia della quale e' affetto Calboni con sintomi ben immaginabili. Ma le gerarchie sono le solite e i ruoli non possono che venire per l’ennesima volta rispettati: appena il geometra da' la colpa al ragioniere per gli imbarazzanti inconvenienti tutti si scagliano contro quest’ultimo, costretto a dormire fuori dal vagone-letto seppur innocente ed… innocuo.


Ma come potrebbe mai essere messa in discussione l’autorita' di Calboni tra le file dei vacanzieri della “mega-ditta”?


All’interno di un testo cinematografico che ha fatto di un uso del linguaggio audace ed innovativo uno dei suoi punti di forza, e che proprio tramite questo disegna le relazioni tra i suoi soggetti, ad esempio tramite l’uso di improbabili e rispettosi congiuntivi quali “venghi” e “me lo dii”, l’impiegato viveur occupa una posizione del tutto particolare. Calboni e' infatti l’unico a non dare del lei ai suoi colleghi, permettendosi addirittura di appellarli con nomignoli informali e irriguardosi (chi altri potrebbe rivolgersi a Fantozzi con un “Puccettone?”), manifestazione di una distanza che da lui puo' essere ridotta e finanche annullata proprio in virtu' del suo essere al di sopra degli altri.


Ma non e' comunque la “ventilatio” a dividere i due irriducibili antagonisti, bensi' un cambio di rotta operato nell’ambito della villeggiatura, trasformata da settimana bianca a “vacanza alternativa”. Mutazione di vacanza che altro non e' che mutazione di stereotipo, al quale l’uomo-massa aderisce per accarezzare l’illusione di un suo essere “in”, vuoi che il tutto si sposti lungo una scala di valori ora edonistici ora “alternativi”. Nel mazzo, Fantozzi pesca una cura dimagrante in una sorta di clinica-lager, specchio di una mentalita' concentrazionaria mai del tutto sparita dalla societa' di massa, all’interno della quale si consuma la famosa scena delle polpette masticate di nascosto dal dietologo aguzzino in cui Villaggio offre un mirabile esempio di “corpo comico”.


Ma tutte le vacanze, anche le piu' sgangherate, finiscono e si ritorna al lavoro. Vecchio ufficio, vecchie abitudini e, a volte, nuovi direttori. E ogni direttore, si sa, porta con se' una sua mania, della quale dovranno infatuarsi i subordinati impiegati per aver piu' facile la vita. E' l’amore per il ciclismo stavolta che puo' fornire da picchetto per l’”arrampicata” sociale, in quanto passione del temutissimo Visconte (chi e' ai vertici dell’azienda non puo' che esserlo anche dell’araldica) Cobram. E' nel solito rituale del primo faccia a faccia tra direttore e impiegati che Fantozzi e Calboni si trovano ancora a condividere lo schermo, nell’ennesima prova di arruffianamento del superiore (anche se forse di quest’arte, ma solo di questa, e' Filini il vero campione), imprescindibile contesto strutturale all’interno del quale ridefinire la propria posizione all’interno del microcosmo d’appartenenza. La formula e' la solita, come solito e' lo svolgimento e l’esito del duello tra i due contendenti: se Calboni mette immediatamente a frutto la sua abilita' lodando il ciclismo arrivando sino al punto di affermare che “il calcio fa schifo” (hybris italiota!), Fantozzi (inabile e sfortunato) non puo' che incappare nell’ennesima figura barbina quando viene interrogato da Cobram, esibendosi nel consueto topos della risposta inventata (memorabile sara' la sua definizione di kibbutz nel film successivo). Abilita' sociale propria di colui che sa come si sta al mondo che permette al geometra di eludere la gara di quel ciclismo del quale si e' detto grande appassionato, impresa che non riesce a Fantozzi e Filini nonostante il precedente –e indimenticabile- sotterfugio dell’accento svedese. “Mica sono stronzo come voi”, dice il falsamente ingessato Calboni ai suoi due colleghi, implicitamente rimarcando la distanza che da essi lo divide, come dire… state al vostro posto voi, che ci resterete sempre.


Ma stia tranquillo, il buon Luciano, che anche lui ha il suo posto dove restare, eterno e immutabile, quello con cui poi tutti, si chiamino essi Fantozzi o Calboni, Silvani o Filini, devono fare i conti: la “mega-ditta”. Non solo luogo di lavoro ma “Inglobante” al di fuori del quale gli impiegati non potrebbero neanche esistere, al cui vertice come gia' detto si trova “il mega-direttore galattico”, “logos” ordinatore che tutto vede e provvede, forse addirittura un’entita' astratta, al quale non sono nascosti neanche i pensieri piu' intimi dei suoi “inferiori”. E quindi al “Sire” (appellativo che in passato gli conferi' Fantozzi pur nell’ambito della sua avventura rivoluzionaria) non puo' certo sfuggire quel “Il mega-direttore e' uno stronzo” (visivamente impresso nientemeno che in cielo,) partorito dalla frustrata mente della “merdaccia”. Ma per accertarsi di chi ha osato commettere tale atto di insubordinazione e' necessaria la verifica della calligrafia dei dipendenti, alla quale si presenta ovviamente anche Calboni, che non certo baldanzoso saluta i suoi datori di lavoro, o meglio, i suoi datori di vita o di morte, con un servile “riverisco”. Calboni si umilia da ultimo qual e', quindi, ma in definitiva riesce a farla franca anche in quest’occasione, mentre a pagare e' per l’ennesima, esemplare volta Fantozzi, il quale vede sostituito il suo nome a quello del pur comprensivo “mega-direttore” da una sorta di riequilibratrice nemesi aziendale.


Irriso e sbeffeggiato da tutti, perdente tra i perdenti, mediocre tra i mediocri, Fantozzi (seppur proprietario “di una casa ad equo-canone, un telecomando a 99 canali, una figlia bellissima e una moglie fedele”), invischiato in una sorta di spirale concentrica dell’umiliazione, vede definitivamente confermato il proprio status tra le mura del suo cortile, in una sorta di passaggio dalla “grande forma” alla “piccola forma” della mortificazione.

“L’apoteosi della disgrazia, la sintesi della schifezza”, come afferma Diego Abatantuono seppur in altro contesto e con altro riferimento all’interno del film.

Alla fine quindi Fantozzi non puo' che rivelarsi irrevocabilmente per quello che e': “il piu' grande perditore di tutti i tempi”.

“Ho perso otto mondiali consecutivi, due imperi coloniali…”, si lamenta il ragioniere piu' famoso d’Italia, che qui perde anche il ben che minimo connotato di individuo auto-celebrandosi uomo-massa per eccellenza.

Mediocrita' totalizzante e totalitaria. Degenerazione della coscienza e dell’identita'.

Cala il sipario sulla miseria umana.

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