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Un grande classico sempre attuale.

"L'età dell'innocenza" di Edith Wharton

L'elegante critica della scrittrice americana all'alta società borghese. Una società dove il rispetto delle forme è il valore a cui sacrificare tutto. Felicità e amore compresi.
18 agosto 2006
Alessia Mendozzi

Tra il tepore di comode verità costruite dall'alta borghesia della New York di fine Ottocento, si svolge la vicenda dei protagonisti del romanzo di Edith Wharton, L'età dell'innocenza.

Newland Archer è un avvocato della buona società di New York, fidanzato con May Welland. La sua vita scorre nei più tranquilli e tradizionali schemi borghesi dell'epoca, fino al giorno del ritorno a New York della contessa Ellen Olenska, cugina di May. Ellen, reduce da un triste matrimonio in Europa, torna a New York per ritrovare se stessa e l'amore della sua gente, ma scopre ben presto che i pregiudizi su di lei non la faranno mai sentire veramente a casa perché, per la società newyorkese dell'epoca, lei è una donna compromessa che dovrebbe sottrarsi alla vita sociale. Ma Ellen non ha alcuna intenzione di vivere segregata per una colpa che non ha e decide di voler chiedere il divorzio dal marito, il conte Olenski. Per evitare questo, la famiglia chiede a Newland di intervenire per dissuadere la contessa dal suo intento. Newland comincia così a frequentare Ellen e ne subisce il fascino, finendo con l'innamorarsene. Lei gli farà capire la falsità dell'ambiente in cui ha sempre vissuto e dei valori ipocriti che ne sono alla base. Ma il loro amore non riuscirà ad emergere e trionfare contro l'opprimente meccanismo delle cose prestabilite e formalizzate, a cui i protagonisti non riusciranno a sottrarsi, incapaci di ribellarsi e rischiare tutto per seguire il loro istinto emotivo.

Il libro di Edith Wharton, datato 1920, non è solo la descrizione di un amore infelice, ma è anche o soprattutto una fotografia della società americana dell'epoca, scattata con classe dall'autrice che, con dovizia di particolari e un linguaggio elegante, raffinato e condito con efficace sarcasmo, riesce a rappresentare l'ipocrisia delle convenzioni sociali di quel periodo. Il vecchio sistema di New York è, come descrive l'autrice, "il sistema della gente che teme gli scandali più delle malattie, che pone il rispetto delle forme più in alto del coraggio", dove ciò che realmente si prova non deve essere fatto, né detto, né addirittura pensato, per non alterare quel fragile equilibrio fittizio in cui ogni membro della società vive.

Un libro che rappresenta una critica ad un mondo dove l'innocenza dell'amore e dei sentimenti più puri e passionali sono considerati scandalosi episodi da isolare, mentre il conformismo soffocante fatto di ipocrisia e banalità rappresenta l'unica strada rispettabile da percorrere.

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